Un condominio molto speciale: Micky

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Un condominio molto speciale: Micky

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Dopo l’avventura con Serena, la casa mi sembrò più bella, luminosa, accogliente. Il bagno caldo mi rilassò e mi regalò un torpore che mi consigliò di fiondarmi a letto, per riprendere il sonno interrotto.
Al mio risveglio, un sole accecante entrava dalle finestre, e mi alzai pieno di voglia di camminare.
Preparai una veloce colazione, e per accompagnare i miei preparativi all’uscita di casa, misi un cd nello stereo. Una collezione di musica jazz che rendeva l’aria più elettrizzante.
Mi affacciai alla finestra nord, e sbirciai nella casa dei ragazzi. Tutto era immobile. Forse erano usciti per andare a lavorare.
Ad ovest i genitori erano chini su di un tavolo, e sembrava stessero contando delle cose con una particolare cura. Del ragazzo neanche l’ombra.
Nell’appartamento delle tre donne, c’era una sola ragazza visibile. Aveva un asciugamano arrotolato intorno alla testa, e pensai che avesse appena fatto la doccia.
Nell’ultimo appartamento, quello che la sera precedente era rimasto al buio, tutte le finestre erano spalancate. Da una di esse pendevano due cuscini, e vedevo nella camera due materassi di lana, gonfi e bianchi. Qualcuno vi aveva dormito.
Rimasi qualche minuto ad attendere, mentre mi allacciavo la camicia ed infilavo il maglione.
Passò e ripassò davanti alla finestra un uomo, avrei detto sulla trentina, che stava rigovernando la camera. Si fermò davanti alla finestra per ritirare i cuscini, e mi vide. Mi fece un gesto di saluto con la mano, ed un sorriso, poi riprese le sue faccende. Ricambiai il gesto, e mi ritirai chiudendo la finestra. Ora la mia presenza era ufficiale.
Quando chiusi la porta alle mie spalle e scesi in giardino, ebbi una sensazione immediata. Non ero solo. Avevo proprio l’impressione che qualcuno (ma più di una persona) mi stesse guardando, magari nascosto dietro una tenda.
Sentivo di avere molti occhi addosso, e mi fermai appositamente, con il pretesto di allacciarmi una scarpa. Così facendo, voltai lo sguardo in tutte le direzioni, ed ebbi confermata la mia sensazione. Da almeno due finestre, qualcuno toccò le tende, facendole oscillare. Segno che mi stavano guardando.
Gli appartamenti erano quello delle ragazze, e quello degli anziani coniugi. Avevo suscitato la loro curiosità!
In giro per il paese, non avevo nulla da fare e mi recai nel bar della piazza per bere un caffè, quindi ne approfittai per fare un po’ di spesa.
In fila alla cassa, vidi accanto a me l’uomo che avevo visto poco prima alla finestra, che mi salutò con maggiore cordialità. Ricambiai un po’ imbarazzato, ma lui si avvicinò senza alcun tentennamento, e si rivolse a me con una voce calda e gioviale.
“ Vedo che sei un nuovo inquilino…. Benvenuto!” mi disse porgendomi la mano.
“Sono qui di passaggio. Non so quanto mi fermerò, ma comunque grazie per il benvenuto. “
“rivolgiti a noi quando vuoi. Se hai bisogno di qualcosa, se ti senti solo, se hai qualsiasi genere di problema, basta che sali un piano di scale, proprio di fronte al tuo appartamento, e faremo il possibile per aiutarti”
“grazie… sei molto gentile, ma spero di non dovervi disturbare”
“Vivi solo?” mi lanciò con finta indifferenza, mentre ostentatamente guardava l’etichetta di una confezione di biscotti
“Si. Tu no, mi pare di aver capito” gli risposi
“no. Siamo due ragazzi nello stesso appartamento. Sai, ci dividiamo le spese. Non è sempre facile vivere da single con questi prezzi…”
Mi ricordai che quando lo vidi stava rigovernando un letto matrimoniale… pensai che forse più che una convivenza di comodo, si poteva trattare di una convivenza… di piacere.
Lo salutai cordialmente, e me ne andai per la mia strada.
Mentre tentavo di aprire il cancello del giardino condominiale, sentii alle mie spalle che qualcuno stava sopraggiungendo. Era una delle tre ragazze che alloggiavano sul lato ad ovest del mio appartamento. La salutai per dovere di cortesia, e mi ricambiò con un ampio sorriso. Le tenni aperto il cancello mentre entrava, e passando sentii che aveva un buon profumo, di quelli di gran marca. Una ragazza che vestiva con stile.
Salì le scale senza voltarsi, ed io proseguii verso il mio appartamento.
Di Serena non c’era traccia. Nessun rumore dalla sua casa.
Chiusi la porta, e ripresi ad ascoltare quel cd che avevo interrotto uscendo. Presi un foglio da disegno, e con un carboncino che tenevo sempre in un astuccio con le mie cose, iniziai a scarabocchiare uno schizzo.
Man mano che il tempo passava, sul foglio si materializzava il corpo di Serena, con i suoi piccoli seni sodi ed appuntiti, il suo meraviglioso sedere rotondo, le gambe ben tornite.
Quella donna mi aveva davvero fatto girare la testa.
Sedetti sul divano ed apersi il libro che avevo portato con me, per immergermi nella lettura.
Il tempo volò tra lettura, pensieri, una pausa per il pranzo (due uova in padella con un po’ di pomodori conditi) e di nuovo sul divano a sonnecchiare.
Quando il buio cominciò a calare, lasciai spente le luci, e mi misi nel mio posto di osservazione.
I ragazzi dell’appartamento a nord stavano parlando, lei seduta sul bracciolo di una poltrona, lui nella stessa poltrona, cingendole i fianchi con il braccio. Ogni tanto lei si sporgeva verso di lui e lo baciava teneramente.
Nell’appartamento dei due anziani genitori, c’era solo il figlio. Sul suo letto stava leggendo qualcosa che evidentemente gli dava un’emozione…particolare.
Sfogliava il giornale con una sola mano, mentre con l’altra si carezzava in mezzo alle gambe.
Si slacciò i pantaloni, restando disteso, e ne estrasse un arnese lunghissimo che cominciò a menare lentamente, quasi con noia.
Nell’appartamento accanto al suo, le ragazze erano di nuovo tre, ed erano impegnate nelle faccende domestiche. L’una , in cucina, puliva della verdura. Una seconda apparecchiava la tavola, mentre la terza (quella che avevo incontrato) dopo aver riposto qualcosa in un armadio, entrò nella camera ed iniziò a spogliarsi.
La vidi lanciare il maglioncino e la camicia sul letto, poi si sfilò la gonna e restò in reggiseno e slip.
Era voltata verso l’interno della camera, mentre si abbassava gli slip, mettendo in mostra un sederone candido. D’un tratto, come se avesse sentito il mio sguardo su di sé, si voltò di scatto e mi guardò. Io non mi mossi di un millimetro, e lei, per tutta risposta, mise le mani dietro la schiena e slacciò il reggiseno.
Aveva due grosse tette, leggermente cadenti, con grandi capezzoli dall’aureola molto scura.
Senza fare alcun gesto, senza neppure sorridere, restò ferma alla finestra mentre la guardavo. Era completamente nuda, ed il pube era coperto da un pelo nero foltissimo che spaziava anche attorno, quasi fosse una coperta posticcia.
Poi con un gesto studiato, girò su se stessa, rimase ferma per qualche secondo, e poi andò in fondo alla camera, per continuare quello che aveva iniziato.
Dopo aver girovagato in cerca di qualcosa sul tavolo, prese ciò che aveva trovato e venne a sedere sul letto, proprio di fronte alla finestra. Era ancora completamente nuda, e cominciò a curarsi i piedi, prima tagliando, poi limando ed infine dipingendo le unghie. Assumeva delle posizioni contorte, che lasciavano intravedere l’interno delle sue cosce, ma per la lontananza non riuscivo a scorgere null’altro.
Era uno spettacolo eccitante, ed avrei voluto chiamare nel mio appartamento il ragazzo della porta accanto, perché almeno sostituisse con la visione di una bella ragazza nuda, quella di un pezzo di carta stampata…
Mi sorprendeva l’indifferenza con la quale la ragazza restava nuda davanti a me, quasi io non esistessi affatto oppure fossi una persona alla quale era abituata da tempo.Quando ebbe terminato il suo lavoro di pedicure, la ragazza si infilò sul corpo nudo un leggero abito nero, di maglina di lana, e sedette allo specchio a truccarsi e sistemarsi i capelli.
La guardavo avvicinarsi ed allontanarsi dallo specchio, per guardare l’effetto del trucco, poi chiuse la scatola che conteneva i suoi attrezzi, e si alzò, raggiungendo le altre ragazze in cucina.
Passando davanti alla finestra, mi lanciò una lunga occhiata, e proseguì il cammino.
Dalla tavola, alla quale si era seduta per cenare, la ragazza voltava spesso la testa nella mia direzione, ed io non mi spostavo , attendendo la volta successiva che mi avrebbe guardato.
Continuavo a pensare al suo corpo formoso che, appena contenuto da quel vestitino nero, premeva e traspariva nella sua impudica bellezza.
Restai seduto accanto alla finestra finchè il pranzo non ebbe termine, poi la vidi alzarsi, prendere la borsa ed uscire. Così, come si era preparata, senza neppure indossare la biancheria intima, scendeva le scale, e sparita alla mia vista, la immaginavo camminare in giardino fino a quel cancello dove al mattino l’avevo incontrata.
Nelle finestre vicine, la vita proseguiva, ed io ancora molto eccitato al pensiero di quel corpo accarezzato dal vestito frusciante, sedetti sul divano per tentare di distrarmi.
Presi in mano il libro e cominciai a leggere, senza capire neppure una parola. Fu in quel momento che sentii bussare alla porta. “serena” pensai. Ed aprii senza attendere un istante.
Ma non era Serena. Era la ragazza dal vestito nero, che ora si trovava davanti a me, con la borsa a tracolla, ed il vestito talmente aderente che i capezzoli sembravano due bottoni cuciti all’esterno.
“ti sono piaciuta?” mi sussurrò sorridendo, mentre per entrare scivolava con il corpo contro il mio costringendomi ad appiattirmi contro lo stipite della porta.
“molto” le risposi senza un filo di voce.
“ora voglio vedere se anche tu mi piaci” mi disse sedendosi scompostamente sul divano. Immaginavo il suo corpo sotto il vestito, e desideravo accarezzare i suoi grossi seni .
Mi avvicinai a lei, restando in piedi, e lei, con il viso all’altezza del mio inguine, posò una mano sulla cerniera lampo dei pantaloni e cominciò a tirarla lentamente verso il basso. Il dorso della mano premeva sul mio sesso e mi provocava un sottile piacere.
Con le mani le accarezzavo i capelli, mentre lei cercava di sbottonarmi i pantaloni e di abbassarli.
Quando mi trovai nudo, lei seppe subito cosa fare, portando una mano tra le mie gambe a raccogliere le palle, e carezzarle, mentre con la lingua cominciava a solleticare la punta del mio grosso uccello.
Tentai di abbassarmi per sfilarle il vestito, ma lei stringeva ad ogni mia mossa, e mi provocava dolore. Non mi permetteva di toccarla, non mi lasciava giocare. Succhiava ora dolcemente ora avidamente la mia grossa cappella, con gli occhi chiusi e sentiva crescere l’eccitazione dentro di me.
Potevo solo carezzare il viso ed i capelli, perché ogni mossa mi era proibita. Con l’altra mano mi accarezzava il sedere, piano, lentamente, con movimenti circolari.
La desideravo fortemente, non vedevo l’ora di strapparle di dosso quell’abitino leggero, e tuffare il viso tra le sue grosse tette.
Tentai un’ultima mossa con le mani, per raggiungere la scollatura del suo vestito ed infilarsi all’interno, ma anche quella fu bloccata da una stretta alle palle più energica.
Lasciai che conducesse il suo gioco, e decisi di abbandonare ogni resistenza, nell’attesa di schizzare il mio seme nella sua bocca.
Ma lei, imprevedibile come era stata fino a quel momento, di colpo si staccò da me. Si alzò in piedi, lasciandomi con il grosso arnese al vento, ed aperta la porta uscì senza una parola.
Rimasi allibito, con la mia forte eccitazione lasciata a metà, le braghe abbassate alle caviglie, e probabilmente lo sguardo più ebete che un essere umano potesse mai aver avuto.
Così conciato, andai alla finestra, e dopo poco la vidi entrare in casa. Senza neppure uno sguardo dalla finestra, entrò nella sua camera, si sfilò il vestito e rimase completamente nuda.
Non dubitava che io la stessi guardando, ed i suoi larghi gesti me lo dimostravano. Andò al tavolino, estrasse dal cassetto un lungo arnese di color rosa, e si buttò sul letto a gambe spalancate.
Con una mossa lenta ma sapiente, fece scorrere il giocattolo lungo le gambe, e quando giunse all’altezza del pube, lo fece girare piano intorno al triangolo. Poi, mentre le gambe si aprivano ancora di più, e la sua schiena si incurvava per offrire alla mia vista la caverna più scura che avessi mai visto, con un gesto delicato iniziò a penetrarsi lentamente.
La mia mano correva sull’asta dura e dolorante, e piano scivolava allo stesso ritmo del suo giocattolo, quasi a simulare una penetrazione, mentre tutto il mio corpo seguiva con movimenti ritmati il gioco del suo corpo che riceveva piacere.
Bruciavo di desiderio e di rabbia per lo smacco che avevo subito, ma quel gioco perverso mi eccitava ancora di più. Cercai nelle stanze accanto alla sua la presenza delle sue amiche, ma nessuno sembrava abitare la casa oltre a lei.
Era immersa nel suo piacere solitario, immaginandomi alla finestra a masturbarmi mentre la vedevo, ed il suo corpo, percorso da brividi, ogni tanto balzava sul letto per irrigidirsi nuovamente.
Non potevo alzarmi i pantaloni in quello stato, e scelsi ancora una volta la vestaglia che copriva alla bell’e meglio la mia eccitazione. Mi precipitai fuori casa, e raggiunsi di corsa ma in punta di piedi la porta del suo appartamento.
Abbassai la maniglia, ed entrai senza fare il minimo rumore. Dall’interno vedevo le finestre della mia casa, e mi accorsi che anche io mi trovavo in quell’acquario luminoso in cui vedevo gli altri.
Di stanza in stanza scivolai nell’ultima camera da letto, la cui porta socchiusa mi aveva lasciato dare uno sguardo a quel corpo soffice, abbandonato sul letto in una posizione oscena, mentre il fallo di gomma entrava ed usciva dal solco scuro tra le sue gambe.
Non le diedi neppure il tempo di accorgersi del mio arrivo. Spostai di prepotenza la mano che impugnava il dildo, e lo estrassi velocemente mentre lei accennava ad alzarsi . La inchiodai con le braccia al letto, e con un colpo ben assestato fui dentro di lei.
“pazzo” mi disse mentre sbattevo con le palle sul suo sesso spalancato.
“ora gioco anche io” le risposi continuando a sbatterla mentre i nostri corpi saltavano sul letto.
Le mie mani che si erano subito impossessate dei suoi grossi seni, ora erano poste dietro la sua schiena e ad ogni colpo la alzavano per farle sentire meglio e più forti i colpi del mio uccello che lisciava ogni piega del suo antro profumato.
Con la bocca baciai le sue grosse tette, e la lingua leccava quei capezzoli scuri, e succhiavo e leccavo i due bottoni caldi, fino a farli diventare due lunghe protuberanze carnose e sensibilissime. Lei gemeva sotto i miei colpi e spingeva contro di me per prendere ogni centimetro della mia grossa verga.
Quando sentii che era pronta, con un balzo fui fuori di lei, lasciandola spalancata e sbalordita almeno quanto lo ero stato io.
Fu in quel momento che decisi di farle pagare l’affronto nel modo più spietato mi fosse possibile.
Impugnato il grosso uccello, cominciai a menarlo velocemente, con l’intento di spruzzarle tutto il mio seme sul viso e sul corpo. Ma lei fu bravissima ad intuirlo, e balzata a sedere sul letto, spalancò la bocca ed ingoiò la mia cappella proprio nel momento in cui stava per esplodere. Con pochi rapidi movimenti della sua esperta lingua, mi fece venire dove aveva voluto lei, inghiottendo tutto il mio caldo liquido, mentre con un dito scivolava dalle palle al buchino del mio sedere penetrandolo con un solo colpo.
Aveva vinto la prima battaglia. Sfilai l’uccello ancora durissimo e grondante dalla sua bocca, e lo infilai rapido nella sua grossa fessura, riprendendo a sbatterla con forza mentre la sentivo gemere sempre più affannosamente. Esplose in un attimo in un orgasmo travolgente, fatto di urla soffocate, di mugolii e spinte, di brividi e contorsioni. Per un attimo pensai che volesse strapparmi la verga per tenerla dentro di sé , tanta era la forza con la quale aveva stretto le gambe per il piacere.
Mi fermai soltanto quando sentii il suo corpo rilassarsi, e scivolai accanto a lei.
“Vattene” mi ingiunse senza altri gesti.
Mi alzai, chiusi la vestaglia e senza dire una parola tornai a casa.
“che giornata! “ dissi a voce alta, mentre chiudevo la porta.
 


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