Un Condominio molto speciale: 5 – Paola

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Un Condominio molto speciale: 5 – Paola

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Percorsi il tragitto da casa di Sonia al mio rifugio velocemente, senza voltarmi. Avevo indossato i calzoni e la camicia, mentre gli slip erano finiti in una tasca, ed i sandali in mano.
Il corpo ancora unto e profumatissimo, ogni centimetro della mia pelle mi rimandava al cervello una sensazione di pungente piacere, come se aspettasse nuove ondate di quei dolcissimi assalti.
Tentai di infilare la chiave nella toppa, ma la serratura era impegnata, ed abbassai la maniglia per entrare. “Serena”, pensai. “Mi sta aspettando”.
Era tardi, e le luci della mia casa erano spente. Andai rapidamente in cucina, e bevvi dal frigorifero una sorsata dalla prima bottiglia che mi venne a tiro. Spensi la luce, e mi avviai per la piccola scala per raggiungere il reparto notte.
Sul mio lettone, Serena era distesa di traverso, ed alzò appena gli occhi dal libro che stava leggendo. “Ciao!” le sussurrai, per non disturbare la sua lettura.
“Ciao” rispose con un sorrisetto pieno di sottintesi.
“Faccio una doccia, e vengo a letto” azzardai, lanciando la camicia sulla sedia.
“Niente bagno?” domandò con la solita voce tranquilla.
“Ci vuole troppo tempo per far scorrere l’acqua. Ho bisogno di una bella lavata”
“Si sente… lasci una scia dietro di te… sembri una geisha!”
Slacciai i calzoni e li lasciai cadere ai miei piedi.
“dai segni che hai sulla schiena, si direbbe che i nostri amici hanno giocato a filetto sul tuo corpo…” rise Serena, tornando insistentemente con lo sguardo sul suo libro.
“E’ inutile che fingi di leggere, tesoro. Si vede benissimo che sei curiosa… dopo ti racconto tutto”
“Curiosa? Ti sbagli, Jill. So perfettamente quello che è successo in quella casa. Minuto per minuto, anzi… secondo per secondo”
“Non mi avevi detto di essere un’indovina…”
“Non lo sono, infatti. Ma ho buoni occhi… e la tua casa è in una posizione magnifica!”
Ricordai che dalla mia finestra si poteva vedere benissimo all’interno dell’appartamento, ma dubitavo che avesse potuto vedere quello che era successo nella camera da letto, che si trovava sull’altro lato”
“Ti manca qualcosa, signora guardona…non sai cosa è successo in camera da letto!”
“Lo pensi davvero? Potrei raccontarti tutto quello che avete fatto su quel comodissimo letto. Non sei il primo ad esserci capitato, e certamente non sarai l’ultimo!”
Entrai nel box della doccia, e lasciai l’acqua bollente scivolare dalla testa sulle spalle e su tutto il corpo. Mi insaponai rapidamente, ed attesi immobile che l’acqua portasse via ogni residuo di schiuma.
L’accappatoio era fresco, e mi avvolsi dalla testa ai piedi, gettandomi poi sul letto accanto alla mia amica che finalmente aveva riposto il libro e mi guardava.
Indossava un pigiama corto, a fiorellini, ed i capelli, lasciati sciolti sulle spalle, le davano un’aria tranquilla, da brava ragazza.
“Facciamo la nanna, Jill. Penso che per oggi tu abbia giocato abbastanza. .. e lo sai… io non mi accontento di una cosa qualunque…”
Ci coricammo tenendoci per mano, e spensi la luce. Mi diede un bacio lieve sulle labbra, quasi temesse di infastidirmi ed io le accarezzai i capelli.Mi svegliai perché avevo freddo, e strani bagliori mi infastidivano. Mi venne subito in mente Serena. Che brutta accoglienza, le avevo riservato! Aprii un occhio, ed un lampo mi accecò.
“Buon giorno, bel maschietto!” sentii la voce calda di Serena.
“Cosa stai combinando?” le chiesi stropicciandomi gli occhi “mi hai accecato!”
“Sto riprendendo il sonno ed il risveglio del guerriero” disse ridendo.
Balzai a sedere sul lettone. Serena si trovava ai miei piedi, con la mia macchina fotografica e scattava continuamente.
“Dai! Come ti permetti? Voglio i copyright!” le risposi con aria finta-burbera. “Fammi vedere cosa sei stata capace di combinare!”
Le presi di mano la fotocamera, e dopo aver acceso il computer, infilai la smart card nel suo alloggiamento.
Quella che mi apparve, fu la più bizzarra collezione di pose di un uomo nudo che avessi mai visto. Ed ero proprio io, ripreso da tutte le angolature. Doveva aver cominciato da tanto tempo, se era riuscita a scattare tante foto diverse e molto accattivanti.
“Sei bravissima! Mi fai sembrare un adone!” la baciai sui capelli.
“Trovo che tu sia eccitante anche quando dormi! “ ricambiò il bacio, appoggiando le sue labbra umide e fresche alle mie.
“A che ora ti sei svegliata? A giudicare dalle varie posizioni, hai catturato i miei sogni più perversi, nel sonno più profondo.
“ Mi sono svegliata alle cinque. Avevi un viso angelico, soddisfatto, appagato. Sembravi l’incarnazione dell’innocenza. Pensa quanto ci si sbaglia a fidarsi delle apparenze!” mi disse abbracciandomi forte.
“Sei un angelo, Serena. Mi piace stare vicino a te. E poi… sai eccitare la mia fantasia, perfino quando dormo!”
“Beh, fantasia… non direi. Già che ti eri scoperto, ed il tuo guerriero era così carino, piccino ed inerme… che ho voluto tenerlo tutto per me…”
“Vuoi dire….”
“che ci ho giocato un pochino… tanto tu dormivi, e non ti sei accorto di nulla!”
“Dalle fotografie, non si direbbe che non mi sono accorto di nulla. Ma allora non erano i sogni a farmi eccitare!”
“Beh, con un aiutino…sai.. non sapevo cosa fare, ed avevo una voglia terribile di sentire ancora il suo sapore…”
“Mi hai violentato! Stuprato! Circuito! Hai approfittato di me! “
“La finisci con i sinonimi? Ho solo giocato un po’. Se fossi stato sveglio, mi avresti negato un po’ di tenerezza? “
“Mi sento usato! Dovrò ricorrere all’ente per la tutela del maschio mediterraneo in estinzione!”
“E perché non alla protezione del fanciullo?” scoppiò a ridere Serena con gli occhi che brillavano.
“E tu? Non ti sei presa neppure un po’ di piacere? Aspiri alla santità?”
“Le donne non sono fatte come gli uomini, Jill. Pensavo che lo sapessi… Mi sono appagata guardando come ero riuscita ad eccitarti. C’e stato un momento che solo a toccarti avrei raggiunto un orgasmo. “
“Ed ecco a voi, signore e signori, l’esemplare più tipico di maschio-oggetto. Oggetto di culto nelle ere pre-colombiane, veniva disteso sopra le tavole imbandite per propiziare gli dei della fecondazione. Il fallo, finemente lavorato a mano, o con l’aiuto di labbra sapienti, veniva considerato al pari di un totem della fertilità per le coppie appena sposate. Il solo toccarlo regalava oceani di passione, vallate di perdizione, vette di indicibile eccitazione…. Venghino siori e siore….”
“Sceeeemooooo” rise Serena stringendomi forte. Il suo pigiamino era davvero troppo leggero perché non sentissi il calore del suo corpo a contatto con il mio.
“Dai, facciamo colazione.E’ tardi, devo uscire. Stamattina torna Giampi , e devo andare a prenderlo all’aeroporto.” Mi allontanò da sé, sciogliendo l’abbraccio.
“Vuoi dire che non mi regali neppure un momento di fuoco? “
“Voglio dire che se ti fossi svegliato prima, ti avrei lasciato senza fiato su quel lettone. Ma ora devo proprio sbrigarmi.”
“Ma se torna tuo marito, noi non ci vedremo più?”
“Ma sei fuori? Sai quanto glie ne frega a Giampi se faccio l’amore con te? Pensi che sia partito da solo? Ma daiii. Dove vivi? “
Rimasi un po’ interdetto. Ma in che posto ero capitato?Mi regalai una mattina di silenzio e lettura. Sentivo il bisogno di ricaricarmi, di pensare, di dedicare un po’ di tempo ai miei problemi, che mi avevano portato a vivere in quel luogo.
Ogni tanto, dal divano su cui ero sdraiato, alzavo gli occhi e davo un’occhiata alle finestre degli appartamenti dei miei amici. Non si vedeva anima viva. Il condominio era caduto in letargo…
All’ora di pranzo, decisi di uscire a fare quattro passi, e di mangiare un panino in un bar del paese, tanto per vedere qualche faccia nuova.
Mi incamminai per la lunga strada costeggiata da una fila di piccoli alberi, piantati da pochi mesi. Evidentemente una nuova amministrazione comunale voleva mostrare il suo interesse per l’arredo urbano!
Giunto nella piazza principale, con i capelli bagnati da una pioggerellina lieve ma insistente, scelsi a caso uno dei locali che vi si affacciavano. L’atmosfera all’interno pareva quella di un locale notturno. Luci basse, una musica ad alto volume, diversi schermi alle pareti che trasmettevano le immagini di una televisione specializzata in musica.
Al grande bancone, già preparato con una decina di vassoi di “stuzzichini” per accompagnare gli aperitivi, c’erano tre ragazze molto indaffarate a preparare i piatti per i numerosi clienti seduti ai tavoli.
Chiesi la lista dei panini, e ne scelsi uno semplice, tanto per mettere qualcosa nello stomaco.
Me lo prepararono in pochi minuti, e cominciai a mangiarlo in piedi, bevendo una coca.
“Non vuoi sederti, Jill?” sentii una voce alle mie spalle.
Mi voltai, e la mia espressione interrogativa fece sorridere la mia interlocutrice.
“Sono Paola. Non ci siamo ancora conosciuti. Però so che hai conosciuto mia sorella e la mia cuginetta….”
Ecco… il quadro famigliare era completo. Le lanciai un’occhiata. Quel “conosciuto” era detto nella più totale indifferenza, senza malizia. Nella penombra, il suo viso mi appariva completamente nuovo. Ma non avrei potuto comunque riconoscerla, visto che le avevo dato un’occhiata di sfuggita dalla mia finestra.
“Ciao, Paola. Grazie. Non vorrei impegnare un tavolo per un solo panino…” le risposi porgendole la mano.
“Sei gentile, ma mi fa piacere se ti fermi un po’. Sono impegnata, ma se puoi aspettarmi, dopo il casino di mezzogiorno potrò sedermi con te.”
“Certo che posso. Fai con comodo. Ho qualche mese di tempo…”
Rise. “Mi avevano detto che sei simpatico…”
La guardai allontanarsi, e sparire dietro al bancone. Era piccola di statura, ma il corpo era ben proporzionato. Vestita con una gonna nera corta a tubo, una camicetta bianca aperta, portava i capelli castani lunghi sulle spalle, tenuti fermi da un cerchietto di stoffa. Aveva l’aria di una brava ragazza di buona famiglia, che lavorava per mantenersi agli studi. Ma la sua età apparente, avrei detto trentacinque anni, la metteva fuori da quel contesto.
Ogni tanto la vedevo dietro la cassa, poi spariva nuovamente. Faceva un giro in sala, per salutare i numerosi clienti, e per ognuno di loro aveva una parola gentile, un’attenzione particolare.
Impartiva gli ordini alle bariste con un tono fermo, ma sempre con una parola di cortesia, con un sorriso. E le ragazze le ubbidivano subito, sorridendo.
“Sei bravissima, Paola” le dissi appena venne a sedere al mio tavolo. “Posso ordinare qualcosa per te? “ le chiesi
“Grazie, Jill. Prendo un caffè. Tu l’hai già bevuto?”
“No. Aspettavo di prenderlo con te”
Fece per voltarsi ed ordinare, ma mi alzai ed andai al banco.
Sentivo il suo sguardo su di me, e mentre attendevo che i caffè fossero pronti, mi voltai a guardarla ed incontrai i suoi occhi. Scuri, attenti, ma dolci, uno sguardo intenso. Mi sorrise appena, con il viso appoggiato ad una mano che si reggeva sul gomito. Era malinconia quella che scorgevo sul suo viso?
Impedii ad una barista di portare il vassoio, e lo presi da solo. Le porsi il denaro per pagare le mie consumazioni, e le dissi “anche i due caffè”. Cercò lo sguardo di Paola, ma non riuscì a mettersi in contatto con lei.
“Perché hai pagato?” mi chiese
“Perché ho mangiato”
“ma avrei voluto offrirtelo io…”
“Sono un tradizionalista, un maschilista, un conformista … tutti gli “ista” che vuoi. Ma mi piace pagare per la ragazza che ho accanto.
“Grazie per la ragazza…! Ma allora sei un investimento! “
Le sorrisi. Quella donna mi ispirava una enorme dolcezza.
“Paola… capisco che ad una brava ragazza, tutto ciò che si è detto di me faccia una bruttissima impressione. “ cominciai
“Jill… conosco i miei polli. Anzi… il pollaio. So che ti hanno tirato per la manica nei loro giochi. Ma a me basta guardarti per capire come sei. Conosco tanta gente, ho la presunzione di dire che con uno sguardo io capisco chi ho di fronte. E tu sei una brava persona. Sono tranquilla. Fossero tutti come te, quelli che frequentano la mia casa…!”
“E Serena? Cosa pensi di lei?” le chiesi.
“Serena è una ragazza meravigliosa. Abbiamo un rapporto magnifico. Una vera amica, è stata lei la prima a parlarci di te. “
La guardavo parlare. Era proprio carina. Il viso senza trucco, una sottile linea scura sugli occhi. Quando parlava, si formavano le fossette nelle guance, regalandole un’aria giovane. I denti piccoli, bianchi. Leggermente accavallati. Ed un incisivo al quale mancava un pezzetto minuscolo le donava quel tocco di asimmetrico che la faceva apparire affascinante.
Guardai le sue mani. Piccole, ben curate, nonostante il lavoro. Unghie laccate con uno smalto trasparente, tagliate corte in modo armonioso.
“Mi stai ascoltando?” interruppe la mia lunga osservazione.
“Scusa. Mi sono incantato a guardarti” le risposi.
“Ti stavo dicendo che nonostante il mio aspetto, io non sono una santarellina. Non credere che sia una suora. Mi occupo della casa, lavoro nel mio locale, sono sempre in giro. Ma ho anch’io una vita privata. “
“Non lo metto in dubbio. “ dissi subito.
“Pensi che altrimenti lo zio Giampi mi avrebbe preso nel suo condominio?”
Feci un balzo sulla sedia.
“Lo zio Giampi? Vuoi dire che il marito di Serena è tuo zio? Ma che casino!”
“OOOps… scusa. Mi sembra che allora tu non sappia niente di noi”
“Penso che sia venuto il momento di parlarne, non ti pare? Finalmente svelato il motivo per cui siete tutti così …particolari?”
“Te ne parlerà Serena. Io ti chiedo solo di non stupirti. E sappi che piaci a tutti. Tra poco inizieremo a contenderci il privilegio di stare con te…” sorrise alzandosi.
“Spiritosa! “ mi alzai. I nostri visi furono per un attimo vicini. I suoi occhi incontrarono nuovamente i miei, in silenzio.
“Mi hai colpito, Paola” le sussurrai.
“Anche tu, Jill” disse abbassando lo sguardo
“A che ora vai a casa? Posso accompagnarti… a piedi?” le chiesi sfiorandole appena una mano.
Rimase immobile. La mano ferma, come impietrita.
Alzò gli occhi e mi guardò con lo sguardo più dolce che avessi mai visto. Sentii un tuffo al cuore.
Tutto il sentimento, il turbamento, la tenerezza erano racchiusi in quegli occhi.
“Lascio qui la macchina. Vengo a piedi con te.” Disse con un filo di voce. Mi accorsi che le sue mani tremavano leggermente. La sfiorai di nuovo.
“Abbiamo le mani fredde” mi sorrise imbarazzata.
“E’ l’emozione…” le risposi.
Mi venne più vicina, e con un guizzo mi diede un bacio sulla guancia. Poi corse via.
“Aspettami. Prendo le mie cose”.
Riprese l’aspetto della donna-manager, e sparì dietro il banco.Camminammo fianco a fianco lentamente, in silenzio. Aveva una borsa di cuoio a tracolla, ed alla luce del giorno il suo viso era ancora più luminoso, gli occhi più espressivi. E le labbra lucide, rosa pallido. Aveva messo un lucida labbra trasparente. Avevo voglia di baciarla subito, tanta era l’attrazione che provavo per lei.
Teneva un braccio lungo il fianco, e le nostre mani si toccarono.
La presi per mano, e lei strinse subito la mia, quasi non aspettasse che quel momento.
“Siamo arrivati” mi disse quando fummo al cancello del giardino di casa. Non volevo lasciarla andare, era troppo bello stare vicino a lei. Ma per nessuna ragione avrei voluto bruciare le tappe, fare qualcosa che avrebbe potuto turbare quei momenti così intensi.
La accompagnai fino alla base delle scale. Salì il primo gradino lentamente, poi il secondo, il terzo.
La vedevo allontanarsi, ma non riuscivo a staccare gli occhi da lei.
Si volse di scatto, ed in un lampo fu di nuovo accanto a me. Mi strinse in un abbraccio fortissimo, e mi baciò la bocca con forza. Poi si staccò, rossa in viso, e fuggì rapidamente.
Eravamo tornati ragazzini, con l’emozione della prima volta.“Jiiiilllll!” mi chiamò Serena dalla finestra.
“Ciao Serena!”
“Dove sei stato?”
“ A mangiare un panino in paese”
“Aspetta” disse chiudendo la finestra.
In un attimo fu davanti a me, spalancando la porta.
“Hai un’aria strana! Cosa ti è successo?” chiese con aria preoccupata.
“Ho conosciuto Paola”
“Mamma mia che effetto! Jill! Sei sconvolto!”
“E’ magnifica” le dissi
Mi abbracciò con tenerezza.
“Si, è magnifica. Ora capisco cosa ti sta succedendo. “
“Serena… sono pazzo? Sto male come una bestia. O sto bene? Non capisco più niente. L’ho lasciata da tre minuti, e farei una follia pur di tornare accanto a lei”
“Vado da lei. Se la conosco bene, anche lei sarà sconvolta”
“dalle un bacio da parte mia.”
Mi diede un buffetto sulla guancia, e chiuse la porta alle sue spalle, cominciando a camminare per il sentiero che porta alla palazzina di Paola.
“Serena!” le gridai
Si fermò, voltandosi.
Le sorrisi. Lei ruotò l’indice sulla tempia, facendomi capire in un istante cosa pensava di me.
 


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