Sul dorso della cavalla

Sul dorso della cavalla

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SUL DORSO DELLA CAVALLA

Un freddo pomeriggio di fine gennaio, seguivo mio cugino che doveva recarsi in una località, quasi sperduta nella montagna calabrese, dove, in un casolare, nascosto da una fitta vegetazione di pini secolari e di faggi, doveva consegnare una polizza assicurativa ad un pastore di pecore e capre, che possedeva pure un motocarro, per trasportare attrezzi, legna e acqua, oltre che per recarsi in paese, con la moglie, per fare spese varie.
Giunti a meno di trecento metri dal casolare, dopo aver percorso una stradina asfaltata, stretta e ricca di tornanti, la neve alta bloccava la nostra auto, costringendoci a fermarci. Mio cugino, Luigi, iniziava una sinfonia a colpi di clacson, nella speranza che qualcuno ci sentisse e ci venisse in aiuto.
Dopo una decina di minuti, appariva come d’incanto un’amazzone a cavallo, che ci salutava con un cenno della mano e ci tirava una robusta fune, per agganciare l’auto e trainarla col cavallo, fino al casolare. Mio cugino usciva dalla macchina, mentre io venivo invitato a salire in groppa, dietro la ragazza.
Dopo che Luigi aveva agganciato l’auto alla fune, io, aiutato dalla donna, saltavo in groppa all’animale, tenendomi abbracciato a lei , che indossava pesanti pantaloni, aderenti, di flanella azzurra ed un grosso maglione di lana marrone chiaro, a collo alto. Calzava stivaletti di pelle nera, foderati di lana di montone e stava a dorso del cavallo, senza alcuna sella, ma solo su una coperta di lana verde, ripiegata.
Cominciavamo a camminare, trainando l’auto lentamente, nella neve alta più di trenta centimetri ed io mi beavo di tenere fra le mie braccia quel corpo morbido e caldo, che mi sembrava una vera stufa naturale.
Non mi era stato possibile vedere bene il volto della fanciulla, perché era semicoperto da una sciarpa colorata e da un cappello passamontagna.
Giunti davanti al casolare, mio cugino scioglieva i nodi della fune, che la ragazza aveva lasciato cadere in terra, recuperandola, per portarla in casa.
Io pensavo già a come scendere dalla groppa, sebbene mi dispiacesse lasciare quell’abbraccio, che si estendeva sotto un seno, che aveva l’aria di essere grosso e sodo; così mentre tardavo a prendere una decisione, l’animale continuava lentamente a camminare, girando dietro al casolare.
Mi decidevo a chiedere alla ragazza dove mi portasse e lei, girandosi verso di me: Mi chiamo Bombina ed ho compiuto diciotto anni il giorno di Natale scorso. Per questo mi hanno chiamata Bombina, in onore del Bombinello Gesù. Ti porto a fare un giro a cavallo, se ti va, tanto il dottore resterà a casa mia, per la cena, e vi rimarrà fino a tarda sera. Siete parenti,.. o amici? – E’ mio cugino, replicavo e non mi ha detto che ci saremmo trattenuti fino a tardi.
Bene, ora che lo sai, lo vuoi fare questo giro, si o no? Certo, rispondevo, io adoro andare a cavallo!
Imboccavamo dei sentieri stretti, sterrati, in discesa, facendo attenzione ai rami bassi degli alberi, tanto che lei si era quasi distesa sul collo del quadrupede, offrendomi due chiappe grosse come due meloni e costringendomi a buttarmi su di lei, fino a tenermi da quelle mammelle gommose, che non davano segni di cedimento.
Dopo un po’, il cavallo iniziava un’andatura al piccolo trotto, che mi faceva sobbalzare continuamente su quel corpo morbido, che tenevo ben stretto fra le mie cosce, tanto da temere di venire nei pantaloni.
Ad un tratto ci fermavamo in una piccola radura innevata, ma illuminata da un sole velato e morente ed io avanzavo l’idea che mi facesse cavalcare quell’animale, così splendido.
A questo punto, Bombina, si girava e mi diceva: Sei mai stato a cavallo? Certamente, rispondevo io. Ebbene, replicava lei, questo non è un cavallo, ma una cavalla, perché è femmina. Il suo nome è Achiropita, come una mia sorellina, morta tanti anni fa. La vuoi sempre cavalcare? Si, rispondevo io, con estrema sicurezza. Allora, devi prima cavalcare me, perché voglio vedere se sei capace di domarmi.
Restavo sbigottito, ma felice. Potevo cavalcare quella fanciulla così calda, con un corpo sano e ricco di curve e con due natiche, che mi facevano impazzire dalla libidine.
Avevo però la prontezza di spirito di dirle: Dimmi, dove e quando devo domarti? Perché sono già pronto, mentre le strizzavo con forza le due poppe anteriori, cercando di prenderle i capezzoli, che sentivo duri, come due perline di fiume.
Lei si girava di nuovo e si toglieva dal muso la sciarpa di lana, scoprendo una bocca, contornata da labbra carnose e rosse, che accendevano la fantasia e facevano pensare a baci appassionati, nonché a favolosi pompini. Gli occhi grandi le si erano illuminati di gioia, mentre spronava la cavalla al galoppo, su quei sentieri che conosceva a memoria.
In pochi minuti, eravamo ad una cinquantina di passi dal casolare, quando entravamo in un locale, che odorava di fieno e di urina di cavallo: eravamo giunti nella stalla.
Scendevamo dal dorso dell’animale e Bombina provvedeva a legarlo alla mangiatoia, dicendo: Stai buona, Carpì, che fra poco ti darò una carota! Poi metteva in terra, vicino alla giumenta, un secchio d’acqua pulita e tirava giù, con un forcone una quantità di fieno, spandendolo in un angolo remoto, lontano dalla mangiatoia.
Subito si toglieva stivali e pantaloni, restando con un paio di mutandine, che le erano letteralmente entrate fra le natiche, da sembrare quasi un perizoma. Si sfilava il grosso maglione e si toglieva il reggiseno bianco e robusto che doveva sostenere un seno pesante e rotondo, come due palle di gomma.
Restavo senza fiato a contemplare quella forza della natura, con la carne bianca, che pareva una mozzarella e con dei fianchi, che a cavalcarli, c’era da scrivere un romanzo. Aveva due cosce diritte e strette, che fra loro non sarebbe passata nemmeno una cartolina illustrata. Mi spogliavo anch’io, che avvertivo un senso di freddo, forse a causa della neve, ma, in breve ero sopra quel corpo caldo, come un raggio di sole ad agosto, palpitante e liscio come la seta e senza nemmeno un pelo. Anche il boschetto fra le cosce era tenero e delicato, fatto da peluria morbida, che, appena, copriva l’antro vorace, che fremeva di piacere.
Affondavo in quella ferita, umida e calda, la mia spada d’acciaio, conficcandola con forza più dentro che potevo e sentivo che lei si doleva non poco: Fai piano, piano che mi fai male da morire.. Io invece, preso dalla passione, gliela conficcavo tante volte, fino a quando lei, spossata, non mi diceva: Basta.. basta… sono venuta..! In quel mentre anche il mio assistente di trombata, vomitava tutta la sua rabbia e si acquietava subito dopo, per avere il meritato riposo.
Le chiedevo come mai avesse sentito dolore e se le era piaciuto il modo con cui l’avevo presa e domata. Mi rispondeva felice e sorridente che le era piaciuto molto e che aveva sentito dolore, perché aveva fatto l’amore, una sola volta, con un cinquantenne, amico del padre, che l’aveva presa all’uscita da casa, una sera al buio. Sicuramente non era riuscito a sverginarla completamente e quindi aveva sentito, solo per un attimo, un dolore, che l’aveva spaventata.
Restavamo ancora un po’ l’uno sull’altra, fino a quando, ritenendo terminata la pausa, le proponevo di girarsi, per una galoppata da tergo, su quei glutei possenti e rotondi, che sembravano due enorme palle di mozzarella, succulenta e ricca di fragranze segrete.
Si rifiutava decisamente, accampando la scusa che non l’aveva mai fatto e temeva di sentire dolore. Hai una ciolla troppo grossa e dura e ho paura che mi romperai la pallina, diceva, mentre osservava il cazzo, pronto alla battaglia. A nulla servivano le mie garanzie e i miei ragionamenti: infine, accettava di farsi inculare, ma solo dopo cena, quando mio cugino si sarebbe appartato con Gesualda, la sorella maggiore, di 24 anni ed io, sarei tornato, con lei, nella stalla. Se vuoi proprio rompermi la pallina, ovvero, il culo, devi aspettare questa notte. Farò tutto ciò che vorrai, ma divi essere molto delicato.
Tornavamo in casa, accolti dai vecchi genitori, che stavano cucinando la carne di un capretto, che spandeva un profumo invitante, mentre il sole moriva dietro i monti e calava una fitta nebbia, oltre che la notte.
Mi facevano assaggiare un bicchiere di vino fragolino, di loro produzione, che mi dava subito un certo buon umore e, trascorrevamo altre due ore, a parlare e a visitare la casa un po’ alla volta, per restare sempre un pò da soli; ora mio cugino s’appartava con Gesualda, che era meno bella e meno formosa della sorellina, ora io con Bombina, per baciarci ad ogni fermata e frugarci addosso, come alla ricerca di qualcosa che non volevamo perdere. Insomma dopo tutte questi espedienti, per pomiciare continuamente, con grande godimento, ci mettevamo a tavola.
Dopo la sostanziosa cena, molto gustosa, annaffiata da un fiasco di buon fragolino, i vecchi genitori, resistevano una buona mezz’ora e poi, chiedendo scusa, si ritiravano nella loro stanza, per dormire sonni profondi.
Restavamo da soli. Luigi e Gesualda, dopo un po’, si chiudevano nella cameretta, dove dormivano assieme le due sorelle, mentre io e Bombina dovevamo, necessariamente, uscire fuori, camminando sulla neve, per recarci nella stalla, che diventava così, il nostro nido d’amore.
Giunti nella dimora della giumenta, dove l’odore dell’equina pipì era diventato più forte, accendevamo un lume a petrolio, che diffondeva un discreto chiarore e ci spogliavamo sul quel giaciglio di fieno, che Bombina aveva, provvidenzialmente, steso a terra.
Ci spogliavamo e appena nudi, lei si metteva in ginocchio davanti a me e se lo prendeva, spontaneamente, in bocca, cominciando a leccarlo con passione, nell’intento di renderlo scivoloso, perché violasse, senza intoppi, il suo foro posteriore, ancora vergine.
Quindi si metteva supina, inarcando quelle due montagne di mozzarella pregiata e allargando, con le mani, le natiche, fino a scoprire quel cratere nascosto, che ardeva di piacere antico. Era la sua offerta al dio dell’amore: si offriva in sacrificio, perché il dio placasse la sua celata libidine, dando pace ai suoi sensi a lungo mortificati, in quei luoghi selvaggi ed inaccessibili, dove mancava, perennemente, l’ombra di un maschio. Mi raccomandava di entrare piano, per non rischiare di romperglielo e di non farle male.
Il mio fallo, dalla grossa cappella rossa, colpiva duro più che mai, in quel solco profondo, nascosto fra due promontori ubertosi e si incuneava nel cratere rossastro, penetrando all’interno, come un sasso nelle sabbie mobili.
La galoppata cominciava lunga e selvaggia e durava fino a quando il cavaliere, aggrappato alle due poppe sode, come a delle redini, e molleggiando su quei glutei lisci e favolosi, dopo infiniti colpi di affondo e tantissime speronate, per tenere, nella giusta direzione, una cavalla, che sgroppava e scartava col retro, si arrendeva piano, piano, proprio perché il suo cazzo piangeva per la gran fatica, ma otteneva, in cambio, l’onore delle armi. Glielo tenevo dentro ancora un po’ per fare scolare dentro al cunicolo, stretto e buio, tutta la sborra, mentre lei, contenta, mi pregava di farlo ancora, perché le era piaciuto tantissimo ed era riuscita anche a godere, quasi assieme a me.
Ci alzavamo nudi, ma accaldati e lei mi portava vicino ad un secchio d’acqua pulita: ne prelevava una bottiglia e mi lavava alla meglio il fallo, ormai semi assopito. Poi lo riprendeva in bocca e gli infondeva tanto vigore e tanta vitalità, che sembrava volesse scoppiare, tanto era diventato duro e voluminoso.
Tornavamo al giaciglio e lei: Lo so che stai morendo dalla voglia di incularmi, ma ti prego di avere, ancora, un po’ di pazienza. Voglio averlo, ancora una volta, tutto nel cioto, che non mi dà pace. Quindi si posizionava sopra di me, ingoiando nella sua fessura tutto il mio grimaldello feroce. Poi cominciava una danza ritmica, mentre io le succhiavo le mammelle carnose, come a fare uscire il nettare da quei capezzoli, deliziosamente duri e saporiti, passandole le mani lungo la schiena, fino ad accarezzarle il solco delle natiche voluttuose. Quando, poi, lei si scioglieva in languidi lamenti di godimento completo, io le strizzavo ancora le corpose chiappe, che intendevo sottoporre sempre alle mie voglie; quindi non essendo ancora venuto all’orgasmo, l’invitavo a distendersi al mio fianco, per la solita galoppata sul suo fondoschiena, che era un paradiso, contornato da curve di deliziosa carne, che nascondevano un antro dal percorso ancora stretto e misterioso.
Questa volta ero io ad allargare, con una mano, le due colline bianche e morbide e a scoprire il foro, che conduceva alla felicità e ad un godimento più unico che raro.
Infilavo subito il cazzo durissimo come il ferro, nel canale, che gli si stringeva, come un elastico tutt’attorno ed, in breve, quel tubo delizioso, mi regalava un orgasmo indicibile ed indimenticabile, mentre sentivo che lei si era notevolmente rilassata, consentendo alla mia mazza di scorrere su e giù più liberamente. Ora era veramente difficile staccarsi da quel parco di divertimenti, che avrei ricordato a lungo o, forse, per tutta la vita.
Glielo tiravo fuori, dopo qualche minuto, osservando l’ano arrossato che rimaneva ancora aperto, per qualche secondo e che si chiudeva, poi, lentamente, come un fiore all’apparire della notte.
Ci alzavamo e ci rivestivamo in fretta: poi lei prendeva una grossa carota e gliela in filava delicatamente nella fica della cavalla, che era in calore, mandandola avanti e indietro, come per simulare una chiavata. Mi diceva, che l’animale aveva otto anni ed era ancora vergine, perché non avevano trovato un cavallo, che la montasse.
Dopo qualche minuto, la cavalla alzava la testa digrignando i denti ed io domandavo cosa stesse accadendo. Di rimando Bombina, rispondeva: E’ solamente ingoiata: infoiata più di me ed, ora, sta godendo come una matta. Poi le porgeva la carota in bocca: carota che Achiropita gradiva molto, come cibo prelibato da mangiare.
Uscivamo dalla stalla, mentre io riflettevo su quei nomi strani: la fica era il cioto, il cazzo era una ciolla, il buco del culo era una pallina da rompere e mi sembrava di vivere, quasi, in un altro mondo, in un mondo surreale.
Lei, infine, m’accompagnava alla macchina, dove già mio cugino m’aspettava da oltre dieci minuti, mi baciava sulla bocca, pregandomi di andarla a trovare presto, altrimenti si sarebbe fatta trombare dal suo cane maremmano. Mi avrebbe atteso, purtroppo, inutilmente, perché, da quella sera, non avevo più modo di rivederla.
Però non avrei mai dimenticato il suo calore ed il suo profumo: il profumo di quel fiore giovane e selvaggio, nato per caso, fra le spine.

Giorgio De Fall