Ni una màs. Las chicas Kalashnikov

Ni una màs. Las chicas Kalashnikov

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(segue da XI° – CAMBIAMENTI NON CATASTROFICI) – In casa Spanidis – Zakythinis ormai tutti si aspettavano solo il compimento del fattaccio brutto, e scellerato. Nessuno ne dubitava. Si discuteva e, duole dirlo, si scommetteva sul quando, non sul se. Era solo questione di tempo, il destino era segnato. Il corso delle cose era predeterminato, era inevitabile, fatale, indipendente dalla volontà dei due. La servitù sopra tutto, e sopra tutti, attenta e vigile. Si era messa in stato di allerta nell’imminenza del misfatto. Erano alloggiati in una dependance, ma, da quando la signora era rimasta sola, una domestica, a turno, passava la notte in casa, su una brandina da campeggio, che, terminato l’uso, scompariva in qualche ripostiglio. Nessuna che osasse, nemmeno scalza e nelle ore che per le umane genti eran fatte pe’l sonno più profondo, salire oltre la prima rampa di scale. Andare oltre, spingersi persino fino alla porta della camera a origliare, era inoltrarsi in un campo minato che fosse più mine che campo. Rimaneva semmai in ascolto di rumori, o voci, che nel silenzio della notte, potevano anche esser rivelatori. Né avevano a lottar con Morfeo, ch’era invece Morfeo a trovarsi a dover tentare di sedurre le loro membra e la loro mente col torpore e l’ottundimento dei sensi, facendo piano piano, dolcemente, scivolare tra le proprie braccia anche i più renitenti e refrattari. Eppure la tensione era così elettrica, l’attesa così densa e palpabile, che circolava una leggenda casalinga. Anche lui, Morfeo, se ne stava lì, così profondamente immerso in quel pensiero, che si dimenticava di dispensar la sua quiete ristoratrice sull’universo mondo. Cioè, su quella briciola di universo mondo ove aleggiava più l’ombra del mistero che non quella della notte. Poi si appisolavano, si appennicavano, dormivano all’impiedi, durante il giorno, e la colpa ricadeva sulla digestione lenta e difficoltosa, a su un’improvvisa debolezza, un postumo di notte in bianco per le più svariate e fantasiose cause. Finché il corso degli eventi aveva assunto una piega assolutamente inaspettata e imprevedibile. Da quando aveva ripreso l’attività nel rinnovato Studio, Nakos non si era ancora completamente ambientato. Con Cris non se ne era mai lamentato. Non che non avesse voluto, gli era sempre mancato il tempo. Cristina non gliene aveva mai lasciato. Appena varcava la soglia di casa, quella di lei, lo investiva e lo sommergeva con il suo entusiasmo per i propri successi e nuovi progetti. Poi … subito sotto col sesso. Era gratificante, gli faceva dimenticare ogni ansia e contrarietà. Non che le eliminasse, le scopava semplicemente sotto il tappeto, e lì le lasciava. Così, l’indomani, al rientro a casa, Nakos si ritrovava con il suo scontento del giorno … e tutto quello che si era andato cumulando, scopato e nascosto sotto il tappeto. Il nuovo si aggiungeva al vecchio, e aveva formato una gibbosità nella quale Nakos non avrebbe potuto, alla lunga, evitare di inciampare, rivoltando il tappeto e facendone uscire tutto il cumulo nascosto. La soluzione migliore, o almeno la più adatta alla situazione, sarebbe stata affrontare i problemi giorno per giorno, uno alla volta, con gli associati. Non l’aveva mai fatto, e per senso di colpa, e per senso di inferiorità. Colpa, perché nel momento più cruciale e delicato, la sua testa, tutto lui stesso, era altrove, travolto dall’insolita passione per Cristina, e, molto di più, per la rottura con la madre. Inferiorità, perché l’apparenza, e un po’ di sostanza, era quella di aver lui gettato la spugna, morto il padre, r.i.p., e di esser ritornato sulla sua decisione solo dopo che Cristina gli aveva trovato dei soci solidi. E inferiorità, ancora, numericamente: era il solo a essere rimasto del vecchio Studio, di più, era l’erede dello Studio, eppure si era ritrovato a non essere nemmeno primus inter pares, il che riteneva gli sarebbe spettato di diritto. Lasciata Cristina, come pensava lui, o lasciato da Cristina per impraticabilità del campo, come sosteneva lei, aveva ora a fianco chi era per natura destinata a raccogliere e contenere le sue ansie e timori, a liberarlo dalle sue angosce. Un ansiolitico, calmante e rasserenante: la mamma. Non era stato facile, all’inizio. Aveva a farsi perdonare il grave strappo, anche se ricucito. Si era, alla buon’ora, convinto che la decisione di non cedere lo Studio fosse più che giusta. Lo sbaglio era stato che fosse Cristina a sollecitare e gestire la cosa. Era stato abbagliato dalla sua notorietà, fama e successo di stilista, e si era sentito in mani sicure, e migliori. Lei aveva preso le decisioni, e aveva fatto un ottimo lavoro, non c’erano dubbi. Aveva ascoltato le esigenze di tutti gli associati e delle segretarie, il tipo di cause, quali richiedessero tempi più veloci, quali fossero le più delicate, quali le più numerose, quali richiedessero maggior materiale da consultare, quali più spazio per la parte in causa … insomma, tutto. Tutto tranne che le esigenze di Nakos, che aveva stabilito lei, neppure sapendo quali realmente fossero. Va detto che lui si aspettava anche una posizione di rilievo, un sancta sanctorum riservato, mentre lei aveva realizzato un ambiente funzionale, senza che la posizione di alcuno fosse messa in risalto, o privilegiata. Se la loro relazione fosse continuata, avrebbe finito, probabilmente, per adeguarsi. Ora, invece, non solo lo indisponeva, ma doveva anche darne conto a mamma. E poteva e doveva rimproverare solo se stesso, non fosse stata l’ultima cosa che era disposto a fare, con mamma che incombeva di suo. A sufficienza e ben oltre. Fino a che gli era riuscito, si era sforzato di contenere il suo malumore, le sue recriminazioni. Sotto il suo tappeto Cristina sarebbe anche riuscita a scopare ancora a lungo e molto, mentre si scopava anche lui. Ora che lei si era portata via il tappeto, Nakos era una pentola a pressione, che, come tutte le buone, rispettabili e affidabili pentole a pressione, era dotata di una valvola di sfogo. Aver saputo, Nakos, mantenere a lungo la fiamma al minimo, era stata impresa notevole, facilitata dall’istinto di sopravvivenza a non consegnarsi, reo confesso, al giudizio di mamma, sapendo di non poter contare sulla clemenza della corte. Va’ da sé, quando la valvola comincia a fischiare, e forte, era ora di spegnere la fiamma, per quanto bassa potesse essere, o di togliere la pentola di sopra la fiammella. Era quanto aveva dovuto fare Nakos, per quanto temesse, e per quanto volesse procrastinare quel momento. Essendo di origini greche, sapeva benissimo che di calende esistevano solo quelle romane, non certo quelle greche, che erano solo un èscamotage per un rinvio sine die. Conosceva, anche, benissimo le tragedie greche, e come a una ùbris, corrispondesse sempre e ineluttabilmente la corrispondente némesis. Il tempo era scaduto, l’ora era scoccata, la clessidra si era svuotata … giratela come volete, era l’high noon, meglio conosciuto come Mezzogiorno di fuoco. Lui non era lo sceriffo Gary Cooper, era il cattivo Lee Van Cleef. Sì, c’era già anche lui: già nella parte del cattivo, che rompe una vetrina per prendersi un cappellino da portare alla sua ragazza. Nakos aveva tentato, come in ogni buon duello western che si rispetti, di estrarre per primo. La sera, al rientro a casa, non accompagnava più la pesante porta d’ingresso, lasciando che si chiudesse con fracasso, mentre lui borbottava, non certo tra sé o a bassa voce, sull’efficienza delle nuove segretarie, che non era più alla pari di quelle … di prima, per evitare di dire: di papà. Quelle, alla notizia della cessazione dell’attività, avevano ceduto alle allettanti proposte d’ingaggio di altre squadre legali di alta classifica. Nakos lanciava un distratto “buonasera”, e saliva subito in camera a cambiarsi d’abito per la cena. Nulla di più comodo e informale … anzi!, ma noblesse oblige. Anche la porta della camera sbatteva. Donna Elena Zakythinis scu
oteva la testa, con un sorriso a metà di soddisfazione, a metà di commiserazione, senza profferir verbo. Nakos era consapevole che si trattava di una questione di tempo, ma alzare la posta poteva anche essere un rischio calcolato. Aveva allentato di più la valvola, estendendo le sue lamentazioni al layout dello Studio, facendo sbattere ancor più forte le porte. La madre scuoteva la testa, e il suo sorriso era divenuto a metà ironico, e a metà soddisfatto. A cena, lei non affrontava l’argomento, limitandosi a vaghi: “Me l’aspettavo”, “Tuo padre l’aveva sistemato al meglio … ma no, cambiare! disfare e pasticciare”, “Tu chissà dov’eri con la testa”. Avrebbe potuto ribattere, Nakos, che nello Studio, ai tempi del padre, r.i.p., non c’era nemmeno la metà delle persone che vi erano sistemate ora … ma mai accettare le provocazioni. Glisson. Si era invece alzato, chiedendo scusa a denti stretti, ed era salito in camera, con gran sbatter di porte. Donna Elena Zakythinis aveva iniziato a ritirarsi molto più tardi del normale, ed anche lei con gran sbatter di porte. Aveva continuato a dettar sentenze, con variazioni sul tema della prima sera, e Nakos aveva continuato a piantar tutto, e salire in camera. I botti delle porte erano aumentati in proporzione. Tutta la servitù si era chiesta che senso avesse far tutto quel fracasso, tanto più che dormivano nella stessa camera … e nello stesso lettone. Avessero avuto ognuno la sua camera, il significato evidente sarebbe stato del chiudersi ognuno nel proprio orgoglio, di sbatter la porta in faccia all’altro: io di qua, tu di là; nulla in comune, nulla da spartire. Divisione assoluta. Ma in quelle circostanze …, e, proseguendo nell’escalation degli sbattimenti, sarebbero riusciti solo a scardinare le porte, o a far crepe nel muro. Lorsignori … chi li capisce! Per qualche tempo Nakos era riuscito a limitare il livello della sceneggiata a quello in corso. Poi, non una ma ben due sgarri l’avevano fatto esplodere. Il primo era stato la promozione di Cecilia Balocco, promessale da Nicola Lazzari, e messa in atto senza interpellare lui. Il secondo, la conferma che Antonio Pulli, di origini egizie, nonostante il nome, era stato associato con fretta eccessiva, e con riflessione poca, appena Maurizio era misteriosamente scomparso in Africa. Quella sera era parso a tutti che non fosse stato l’uscio a sbattere, ma un ariete ad abbattervisi contro. Salite di corsa e di frettaefuria le scale, senza nessun cenno di saluto, un altro ariete aveva colpito. Era sceso a cena senza neppure cambiarsi d’abito, e non dopo non aver sbattuto di nuovo la porta. Donna Elena Zakythinis, va’ da sé, non si era sottratta all’escalation, anzi … provocare Nakos fino a farlo scoppiare era stato facile come regalare una caramella a un bambino. Sì, proprio regalata, perché rubarla sarebbe già stato più difficile. Nel silenzio la tensione era andata crescendo: l’addensarsi della tempesta. Più a lungo fosse durato, più violenta sarebbe stata l’esplosione. Violenta non tanto per i toni della voce, o per l’esagitazione … diciamo profonda per penetrazione della lama, del suo rigirare nella ferita. Infatti, “Te l’avevo pur detto! Ma non mi hai voluto ascoltare … con tuo padre non sarebbe successo. Nessuno si sarebbe mai permesso! Nessuno avrebbe mai osato! Ti sei lasciato inbesuire da quella sgualdrina a suon di scopate!”. Quando la sua misura, sua di Nakos, era stata colma, aveva allontanato i piatti di scatto, facendo cadere i bicchieri, si era alzato rovesciando all’indietro al sedia, e, la bocca serrata, la mascella con tratta, le braccia tese lungo il corpo, rigido, stringendo i pugni, era salito con passi pesanti in camera. Un più potente ariete si era abbattuto sulla porta, per chiuderla. Quando, molto più tardi, donna Elena era a sua volta salita nella stanza da letto, un secondo ariete aveva fatto tremare gli stipiti. Non era finita lì, erano rimasti all’erta, attendendo una miglior occasione. Cioè, non limitata a loro due. La servitù non contava, e ne diremo.

Quelle occasioni che attendevano, si erano fatte rare, molo rare, dopo la morte del caro Varsos, r.i.p.. Erano momenti in cui la casa veniva messa in grande spolvero, i mobili lustrati fino a risplendere, l’argenteria lucidata fino a brillare; centrini e sottopiatti di pizzo, lindi e inamidati riportati alla luce, servizi in fine porcellana richiamati in attività, grembiuli grembiali e grembiulini indossati dalle cameriere con crestine, il cameriere, uno solo, in guanti di cotone bianchi, di guardia alla porta del salotto impalato come un granatiere, per introdurre gli ospiti, declamandone nomi e titoli, e indicar loro il giusto posto. Perché ogni posto era assegnato con attenzione, secondo un ordine di vicinanza alla padrona di casa direttamente proporzionale all’importanza sociale. Salvo che per il primo posto a sinistra, riservato al signorino Nakos. Anche l’abbigliamento degli ospiti aveva a essere rigorosamente conforme all’occasione. Tutto seguiva un copione collaudato e rodato, ma artefatto secondo i canoni della restaurazione post-napoleonica, e nessuno osava metterci un pizzico di naturalezza, un tocco non ingessato. Cristina sì, avrebbe osato, menando però grande scandalo. ‘Dio scampi e liberi’, aveva pensato Nakos. Ognuno dei presenti teneva a mostrare agli altri quanto fosse bravo e coscienzioso nell’interpretare la parte a lui riservata, che mutava al mutar del contesto, senza però mai immedesimarvisi. Più che un gioco delle parti, qual era stato, era scaduto a volgarissimo gioco di ruoli, nel quale, a ogni incontro, non era in palio l’Oscar per la miglior interpretazione, ma solo la maglia nera per quella peggiore. Per Nakos era una prova pesante, una, diciamola nuda e cruda, schiacciata di maroni, peggiore che se avesse dovuto trovarsi a patrocinare in un tribunale di Her Majesty the Queen, con tanto di toga, colletto inamidato e parrucca incipriata. Un covo di pidocchi. La parrucca, non la corte della Regina. Per quanto …  Dopo il lungo appostamento in trincea, a scrutar la terra di nessuno in un duello di cecchini, il tea della domenica pomeriggio, rappresentava il momento in cui i due duellanti avrebbero dovuto scoprirsi. L’abilità sarebbe consistita nel far scoprire l’altro anzitempo e abbastanza da poterlo inchiodare al primo colpo. Una delle ospiti era stata involontaria e inconsapevole causa del primo casus belli. Aveva dovuto trattenere un inopportuno ruttino, malamente camuffato da singhiozzo, e messo tardivamente in sordina con un tovagliolino portato alla bocca, facendolo seguire da un sorrisetto stupido e uno sguardo a mezz’asta. Il risolino aveva provocato quello impietoso da parte di tutti i convitati. Donna Elena Zakythinis, le spettava per dovere di ospitalità, era intervenuta per consolare la malcapitata. In apparenza, in realtà per sottolineare lo strappo al galateo, e estarre un primo cartellino giallo per la maglia nera. “Oh, cara, suvvia! Tutte siamo state mamme … qualcuna è già nonna anche”, altri sorrisetti cretini, “e i nostri figli e nipoti li abbiano pur tenuto in braccio, dopo la pappa, appoggiati al petto, la testolina sulla spalla, massaggiandogli la schiena … e dandogli anche qualche pacchetta sul sedere, tanto c’era il pannolino, per farlo digerire. Fai il ruttino bello di mamma, fai il ruttino … e quando lo faceva giù a dirgli ma che bravo, che bel ruttino, ebbravo il nostro piccolino! E poi sorrisi e carezze e bacini …”. Rivolgendosi con un sorriso splendidamente sinistro a Nakos, “Non è così tesorodimamma?!”. Tutti gli sguardi su di lui, che era subentrato alla madre come a volerne completare il racconto, portato magari la sua esperienza, di piccolino, non di padre. “e anche se vomitavo sulla spalla, faceva lo stesso … ah, e anche se smollavo una pupù puzzolente che sbordava giù dal pannilino … tutto era permesso”. Sguardo costernati più su donna Elena che su Na
kos, che serafico aveva continuato. “Così ricordo io, ma è toccato solo alle tate, tu non c’eri mai, vero mammina? Eppoi, questo sì, questo l’hai insegnato tu … in-segnato a suon di scapaccioni, che quando al ruttino, invece che un màcchebràvo!, arrivava un bruttoporco!, significava che ero diventato grande, e non  mi era più consentito … almeno in pubblico. Non è così mammina?!”. Ping-pong di sguardi da Nakos a donna Elena e ritorno … e viceversa. Donna Elena aveva incassato come un inveterato e incallito animale del ring … e menato l’ultima stoccata, sempre con sorriso serafico, e assassino: “Sì caro … avrei dovuto sculacciarti di più … per quanto te ne dimentichi ancora. Non che non possa ancora farlo … non è vero tesoro?”. Game, set e partita per donna Elena. Nakos si era alzato, aveva posato la tazzina lasciandola un attimo prima del dovuto, con un clangore che aveva fatto sobbalzare qualche signora. Aveva accennato un inchino agli astanti: “Vogliate scusarmi … mi ritiro per fare il mio ruttino, o mammina mi mette a nudo il popò e mi sculaccia, qui, davanti a tutti … e il mio popò nudo non è un bel vedere”. Non aveva segnato neppure il punto della bandiera, e si era aggiudicato la maglia nera della giornata. Al batter dell’ariete tutti eran sobbalzati sulla sedia, anche donna Elena, ed i domestici all’impiedi, loro. Nakos non era sceso per cena, e quando donna Elena era salita a cambiarsi d’abito, lui si era chiuso nel bagno.

La servitù aveva iniziato a chiedersi come il signorino Nakos potesse, così di frequente, a volta per giorni consecutivi, saltar la cena, senza apparentemente per nulla risentirne. O a pranzo, non quando rientrava a casa, faceva come i cammelli all’oasi, oppure … Fare le pulizie, ripulendo, spolverando, scopando, per riordinare la casa, era divenuta l’occasione per perquisizioni a tappeto della camera e del bagno del signorino, per setacciare, passare al pettine fitto, alla ricerca di …  qualcosa, non sapevano neppur loro bene cosa … Non certo capocolli o cociocavalli appesi nella doccia, e nemmeno razioni t o mre[1]. Qualsiasi idea o non-idea avessero in mente, se pur qualcosa avevano, non era saltato fuori nulla, non avevano trovato la benché minima traccia. Fosse diventato un fachiro? No, nulla di tutto ciò. Non credo di violare nessuna privacy nel rivelare che Nakos, dopo la prima notte passata a digiuno, era corso ai ripari. Nella cartella con cui tornava a casa, una cartella di pelle morbida vecchio stile, che era tanto trendy, e che lasciava in camera, alcuni fascicoli erano imbottiti con barrette sostitutive di un basto, e bevande integratrici. Incarti e tetrapak vuoti erano trafugati fuori casa allo stesso modo. Nessuno l’aveva mai scoperto. Nemmeno donna Elena osava violare i segreti professionali custoditi nella cartella, la cui profanazione sarebbe stata punita secondo la legge islamica: il taglio delle mani. Un altro mistero aveva subito occupato il posto di quello sulle capacità di digiuno di Nakos, così … radicali. La notte del pomeriggio del tea con ruttino, come era passato alla storia, una giovane, epperciò scapestrata, cameriera, aveva osato spingersi oltre la prima rampa di scale e il pianerottolo da cui si dipartiva la rampa che portava al primo piano. Era stata incuriosita e attratta da voci e rumori confusi quanto insoliti, provenienti dalla camera. Non si era spinta oltre, fino alla porta, ma qualcosa aveva sentito. Cosa, con precisione, non avrebbe saputo dire neppure lei. Se, poi, avesse dovuto dirlo, dalla qual cosa si era ben guardata. Una voce un po’ su di tono, una acuta più debole, poi … un batter secco di mani e … quasi … un pianto. Un litigio in sordina? Poteva essere. Si era ripetuto le notti successive. La domenica in cui la casa era stata nuovamente di turno nell’ospitare il tea della domenica pomeriggio, l’atmosfera era fin dall’inizio un poco tesa, ingessata. Un’ombra di disagio impacciava la conversazione, ed anche il portamento e i movimenti degli ospiti. Qualcuno cominciava a pentirsi di non aver disertato l’occasione fornendo alibi a prova di C.S.I. Las Vegas, Miami e New York ensemble; o del tenente Colombo, l’ispettore Barnaby e il commissario Cordier uniti nella lotta. Si parlava a strappi, attenti, più che alla coerenza, a evitare terreni scivolosi e infidi. Mission impossible. Così, per puro caso, senza nessun intento malizioso e menchemeno maligno, una signora aveva tirato la prima pietra: l’aver finalmente persuaso il marito a indossare un intimo meno anonimo e per lei deprimente dei boxer bianchi d’ordinanza. In suo entusiasmo era stato invero eccessivo, ci aveva messo tanta foga che ci si sarebbe potuto aspettare che fosse sul punto di pretendere dal marito che esibisse il corpo del reato lì, davanti a tutti. La provocazione era però arrivata, va’ da sé, da donna Elena Zakythinis: “Di mutande gli uomini non capiscono nulla … nemmeno quando è ora di cambiarle!”, volgendosi verso il figlio, “Non è così tesoro?”. Il rilancio di Nakos era stato ancora più alto. Anche nell’occasione si era alzato con studiata lentezza, aveva posato la tazzina lasciandola ancor prima che la domenica del tea col ruttino, facendo sussultare tutti, e, con un cenno di inchino solo per la madre, fissando poi tutti all’intorno: “Scusatemi, mammina mi ha giusto ricordato che devo cambiarmi le mutande.”, di nuovo verso la madre, “La parte col giallo davanti e quella col marrone dietro, come mi dici sempre tu. Non è così mammina?”. Aveva lasciato dietro di sé solo statue di sale, che si erano scrollate solo all’eco del cozzo d’ariete sulla porta della camera. Game, set e incontro per Nakos. Con egual fracasso si era ritirata donna Elena, subito dopo aver congedato gli ospiti e la servitù, tranne quella comandata per la notte. Voci e rumori, sussurri e grida si erano ripetuti più alti di tono. Una voce era indubitabilmente di donna Elena, l’altra non pareva proprio quella di Nakos. E allora?! Lo sbatter di mani più forte e ripetuto, meno secco, più … pieno. Arcano irrisolto. Senza che la giovin servetta ne avesse fatta parola, essendo il misterioso rumoreggiare ripetuto di notte in notte, oramai tutti ne erano a conoscenza e ne parlavano. Ognuno ne dava la propria interpretazione, montava la propria sit-com, tifava per la propria versione e interpretazione. Al vostrosempredevoto era tornato in mente, in quell’occasione, suo nonno e ciò che gli narrava del proprio padre, il mio bisnonno. Quando, nel tardo pomeriggio della domenica, o in seconda serata il mercoledì di Coppa, si piazzava dinanzi alla TV, allora un grosso e magico scatolo in bianco e nero, per il secondo tempo registrato di una partita del campionato di calcio della massima serie, oppure di un turno di una Coppa. Stare a vedere una partita di cui sapeva in anticipo l’esito, non doveva essere esaltante, anche se a contender fosse stato in campo il club del cuore. Se poi il risultato era a reti inviolate, o già acquisito nel primo tempo, ci si trovava di fronte ad un altro arcano irrisolto. Per il padre del vostrosempredevoto lo spettacolo era nonno stesso. Iniziava a commentare, a criticare, a riprendere, a redarguire, a richiamare giocatori, allenatori, terna arbitrale. Se si trattava della sua squadra del cuore, rivolgendosi loro con nome o cognome o soprannome, mostrando di aver su di loro più informazioni della Società stessa, di ogni cronista sportivo, di qualsiasi procuratore e del casellario giudiziario del KGB e della CIA messi tutti insieme. Dava loro indicazioni, ordini, istruzioni direttamente, manco fosse lui l’allenatore a bordo campo. Quest’ultimo lo richiamava a riconsiderar la formazione in campo dell’avversario, lo schieramento in campo, lo schema di gioco, le caratteristiche dei giocatori, i punti di forza e di debolezza della squadra avversaria. Ai giocat
ori sembrava chieder conto del perché seguissero le istruzioni dell’allenatore, istruzioni il cui esito già era noto, e non le sue, che avrebbero cambiato sicuramente il risultato, o capovolgendolo o migliorandolo, secondo i casi. La sua irritazione, la sua rabbia, e, alla fine, la sua delusione non dipendevano ormai più da ciò che si era verificato ore prima, ma di quello che stava accadendo lì e ora, sotto i suoi occhi. Perché quel giocatore non era stato schierato? Perché non teneva la giusta posizione? Perché non teneva l’avversario? Perché non passava o crossava invece di mangiarsi la palla? Perché, soprattutto, non si svincolava dalla coazione a ripetere, e non prendeva l’iniziativa di andare finalmente in gol, sovvertendo l’esito del pomeriggio? Tutto diventava personale, un affronto diretto nei suoi confronti, un ammutinamento della ciurma al suo comandante. Bounty insegnava! Al vostrosempredevoto vien ora da pensare cosa avrebbe fatto, il bisnonno, potendo assistere a trasmissioni in diretta, live, come si dice. Comunque non era l’arte pedatoria la sua preferita, ma la nobil’arte secondo le regole del marchese di Quennsberry: la boxe. E, in quelle occasioni, le trasmissioni erano in diretta. Vuoi per quello, vuoi perché i contendenti eran due soli a singolar tenzone, la passione di nonno era tale, e tanto il suo infervoramento, da immedesimarsi col suo beniamino. Nonostante, o forse a causa, dell’assurdità di certe telecronache politicamente troppo corrette. Una su tutte. Si trattava della grande trilogia Nino Benvenuti vs. Emile Griffith per il titolo mondiale dei pesi medi. Il cronista, nel presentare i due, aveva voluto chiarire, a scanso di ogni equivoco, l’identità dei contendenti, distinguendola sulla base del colore dei pantaloncini e della corrispondente banda. E pensate che per il primo incontro si trattava di un radiocronista! Radiocronaca nella quale Nino ed Emile non dovevano esser riconosciuti dal nome, ma dal colore … dei pantaloncini! Ah, mamma RAI, quanti guai! Perché aveva deciso, mamma RAI, di preservare il sonno degli italiani, onde non comprometterne le capacità morali e lavorative, di trasmettere l’inconro solo via radio! Non perché la radiocronaca avesse a durar di meno. La ragione stava nella ancora limitata diffusione della TV nelle famiglie, per cui, per gli avvenimenti di maggior richiamo, ci si affollava o in casa di amici o vicini, e passi, oppure in bar e locali pubblici, il che non giovava invece alla salute! Tammeno alla orale. Dinanzi la TV, il bisnonno era stupefacente. Non si limitava a stressare le sue corde vocali, né a fare da puparo col suo pupo. Entrava in quella che oggi prefiguriamo come realtà virtuale, una diretta simbiosi con il suo pupillo. Voleva esserne la vis pugnandi che animava e comandava le sue mosse dal di dentro. Così si chiudeva in difesa, schivava, menava colpi d’incontro, uppercut, crochet, parate, clinch serrati, lavoro ai fianchi, insomma, tutto il repertorio. In un’occasione si era tanto immedesimato, infervorato, infiammato che, nell’assestare un potentissimo gancio, devastante nelle intenzioni, invece di mandare al tappeto l’avversario, si era trovato lui col culo sul tappeto, per terra. Si era tanto squilibrato, nella foga, da scivolare giù come un sacco. Di patate, non da boxe. L’avesse visto una delle sue fidanzate! Essì, perche il bisnonno, Jago Serrano Crespo de Urtago y Villena y Salamanca, era un dongiovanni più unico che raro. Ma questa è un’altra storia. Ecco, l’ardita foga della servitù era tal qual era stata quella di bisnonno Jago Serrano Crespo de Urtago y Villena y Salamaca, boxeur virtuale. Solo una giovin servetta, che si nomava Jimena Rosete, migrata dal lontano e tormentato Mexico, aveva avuto un lampo, improvviso, rapido e fugace. Jimena aveva un amorazzo con un giovin servitore, della cui identità non ci cale, col quale si congiungeva carnalmente quando le toccava il turno di notte nella casa padronale. Non erano i soli a intrattenere rapporti sessuali tra loro, gli altri, però, più anziani di servizio e di età, non si peritavano di giacersi nella dependance. Il che non era poi del tutto agevole. Gli avoli Spanidis, che avevano fatto ristrutturare le scuderie per adibirle, appunto, a dependance per la servitù, prima allocata in sottotetti della casa padronale che pure avevano dovuto esser ammodernati, avevano provveduto a predisporre un ambiente che, secondando il comune senso del pudore del tempo, impedisse, o, quanto meno disincentivasse al massimo, gli accoppiamenti. Nei loro intenti, va detto, c’era anche un che di caritatevole. Quegli accoppiamenti erano sovente causa di gravidanze che, appena a conoscenza di lorsignori, imponevano il licenziamento ad nutum dell’incauta. Oggi si direbbe licenziamento in tronco, eppure esiste ancora nel linguaggio giuridico l’ad nutum, che, dal latino, significa con un cenno, al solo cenno. Possiamo raffigurarci il signorpadrone a gambe divaricate, dinanzi a tutta la servitù schierata, ché la cosa avea ad esser di monito a tutti, un braccio piegato e poggiato al fianco col pugno, petto in fuori, mascella volitiva sporgente, occhi di bragia, l’altro braccio teso in avanti, pugno chiuso, indice puntato come un gladio, questo era appunto il nutum, indicar alla perduta femmina la via della strada. L’incauta ed infausta, ad nutum usciva dai ranghi, giù la testa, gli occhi bassi in lacrime amare e cocenti, raccattava il suo misero fagotto, ché aveva dovuto fare fagotto, s’incamminava mesta per lo perduto mondo, lungi dalla casa che aveva osato disonorare. A memoria d’uomo non si ricorda che alcun ingravidatore s’era mai fatto avanti, ben sapendo che, lungi dal salvar la reputazione della donzella, avrebbe condannato se stesso a seguirne la sorte. La qual sorte era di non trovar altro lavoro nel raggio dei chilometri nei quali si sarebbero trovate conoscenze degli ex padroni, e conoscenze delle conoscenze … Si sarebbero portati in due il marchio dell’infamia. I tempi erano di molto cambiati e progrediti. La tutela della lavoratrice madre, come quella in caso di matrimonio erano notevoli, e in casa Spanidis non si poteva non rispettare rigorosamente la legge. Nessun lavorante in nero, tutti in regola. Anche così, però, e con il tanto inutilmente e impropriamente discusso articolo 18, con un numero di dipendenti inferiore ai quindici, il licenziamento per giusta causa non era sanzionato con la riassunzione, ma solo con un indennizzo monetario. La tanto deprecata e umiliante monetizzazione del danno. Anche se, a onor del vero, dopo tali rotture del rapporto, tornare alle dipendenze dello stesso datore di lavoro, non era sempre la massima aspirazione del lavoratore. Anche in questo caso ci sarebbero tante storie … ma ogni cosa a suo tempo. Il timore di un licenziamento in tronco non era superato, soprattutto in momenti di crisi economica. La più recente ristrutturazione della vecchia dependance era stata ancora migliore, nel rispetto delle vigenti leggi d’igiene, sicurezza, abitabilità, e quant’altro. L’impianto degli ambienti era pure stato mutato. Le camere erano state predisposte per due e non più per tre letti. Perché tre letti per stanza? Ma va’ da sé! per evitare, o disincentivare al massimo, che l’uso delle camere fosse destinato anche a scopi sessuali. Con Stanze a due letti già non era il massimo dell’intimità, ma con opportune contrattazioni ed accordi tra due coppie, uno scambio si poteva pur fare. Con tre letti … ho provato a far due righe di conto, ma un numero pari non m’esce mai. Almeno, se si vuol riservare una stanza a una coppia soltanto. Se no, diventa un bordello. Tanto varrebbe tirar su a divisorio provvisorio delle coperte, e far come fossero muri. Vero è che molti muri di moderni appartamenti non hanno spessori di molto superiori, però … insomma, fa differenza. Provare per credere. Il vostrosempredevoto è convinto, poi, c
he quando due uomini si trovano in una stessa camera, impegnati in accoppiamenti sessuali, il rischio che uno dei due finisca per prenderselo nel culo, sia troppo alto. Impediente. Diffidenza? Pregiudizio? Omofobia? No, esperienza. Ragione ben fondata. Fantasmi dall’infanzia. Sì, mi avevan pur messo sull’avviso e ammonito di non accettare mai caramelle dagli sconosciuti. Ma di non-caramelle da amici di famiglia non s’era mai parlato. Perciò … Per altri potrebbe valere quel che rispose un vecchio contadino siculo al prefetto di ferro Mori, inviato speciale di sua eccellenza il cavalier Mussolini Benito in terra di Sicilia a sgominar la Mafia, il quale prefetto lo rampognava per la caparbia omertà con le parole: “Ma non capisci che così finirai sempre solo per prenderlo nel culo?!”. Il in questione contadino aveva replicato: “E allora? U culu mio ié, e si io ce provassi gusto?!” (più o meno, e chiedendo scusa ai siciliani per il dialetto approssimativo). In ogni caso, la soluzione a tre letti aveva di molto, ma molto contenuto i congiungimenti carnali, se non correndo grossi rischi di esser colti sul fatto. Pochi si erano ridotti a una soluzione disperata: due coppie, una per camera, e la terza in corridoio su un materasso. Qualcun altro, meno spregiudicato, era ricorso a lasciar una camera a una coppia per la scopata, e a usar gli altri quattro l’altra camera, per uno scopone. A turno. Anche con due letti, cambiati i tempi, c’era un certo disagio. La conoscenza tra i lavoranti era di breve durata, a volte occasionale, perché quello era considerato un lavoro di ripiego, transitorio, spesso solo l’indispensabile mezzo per il permesso di soggiorno. Alla prima occasione … via a migliorare. Confidenza poca, disinibizione meno. Ognuno voleva farsi solo gli affaracci suoi. Non era più tempo di ingenue servette e baldi soldatini. Eppoi la giornata di libertà ruotava a turno, solo casualmente coincideva con la domenica, o il sabato, e negli altri giorni … Nei locali pubblici era aperta la caccia … e lei sarebbe stata la preda. Nelle discoteche, i rischi erano alti anche per gli indigeni … figurarsi per una povera migrante. La rinuncia al sesso era peraltro più onerosa, per i mutati costumi. L’inclinazione ad amorazzi temporanei più diffusa. La rinuncia alla privacy era, però, per gli stessi motivi, meno facile, più ostica. Il turno di notte era piovuto come una manna dal cielo. Indovinar chi fossero i due amanti era stato immediato, ma la conoscenza si fermava lì. Il resto erano solo illazioni o frutti dell’immaginazione. Fervida peraltro, ma solo immaginazione. Jimena si era scelta fidanzato il giovane più carino. Piccola di statura, capelli scuri, grandi occhi castani brillanti, con tutte le curve al loro posto. La sua pelle non sembrava scura, ma abbronzatissima. E aveva sempre un leggero profumo di limone. Una minigonna, una camicetta un po’ troppo scollata, il cinguettio della sua voce, le sue fusa, lo sguardo ammiccante, il vezzeggio, senza mai troppo scomporsi però, non avevano lasciato scampo al giovane. Le era caduto in mano come una pera matura. Durate il turno di notte, all’ora che l’esperienza aveva indicata come la più sicura, si faceva raggiungere dal giovane. Di usare la brandina da campo nemmeno parlarne. Instabile, disagevole, possibile solo una rigorosa e contenutissima posizione del missionario. Manco parlarne. Il suo amante, se così possiamo chiamarlo, non doveva aver mai visto “Il postino suona sempre due volte”, forse avrebbe dovuto regalargliene il DVD; ma con quasi assoluta certezza non sarebbe servito a nulla. Così, la soluzione che Jimena aveva scoperto che più le aggradava era una sorta di pecorina all’inpiedi. Comoda, anche, perché bastava sollevasse la camicia da notte, che, in caso di emergenza, sarebbe tornata al suo posto da sola, appena lei fosse scattata a tornar diritta. Il giovane macho, benché apprezzasse penetrarla da tergo, non era purtanto disposto ad acconsentire al minimo sforzo. Restava in piedi, ben stabile sulle gambe, le mani sui fianchi di lei, e aspettava che lei si mettesse in posizione. Quando lei si era adeguata, lui accettava tutt’al più di chinarsi un pochino in avanti, ma bisognava sempre che lei gli posizionasse il pene alla giusta altezza, perché il signore non faceva nulla per adattarsi. Le offriva il pene, ed era abbastanza. Al limite, una volta uniti i corpi, si lasciava andare a un leggero e condiscendente dondolio dei fianchi, avanti e indietro. Ed era molto. Il successo della relazione dipendeva interamente da lei. Affinché il suo sesso fosse facilmente accessibile, doveva allargare le gambe e piegarsi in avanti, con le mani saldamente appoggiate a un ripiano solido. Molte volte le ci voleva anche una leggera flessione delle ginocchia, ma attenzione a lasciare sempre il sesso all’altezza giusta, perché lui avrebbe trovato faticoso dover piegare le gambe per un aggiustamento. Tuttavia, la qualità delle sensazioni ottenute con una penetrazione veramente profonda ricompensava ampiamente lo sforzo di turbare il proprio pudore per offrirsi in tal modo. Un briciolo di masochismo rendeva la situazione ancora più piccante, soprattutto se doveva sostenersi con una sola mano per potersi accarezzare con l’altra, perché il suo macho non si occupava di certi dettagli. Altre volte trovava più piacevole piegarsi semplicemente in avanti posando le mani sulle ginocchia. Poteva così dondolarsi più agevolmente, per provocare dentro di sé il movimento di va e vieni. La sua fortuna era di avere il controllo del ritmo e di non dipendere dai capricci o dalla fantasia di quel macho che troppo spesso era troppo veloce, mentre ci voleva lentezza per andare a cercare l’eccitazione in fondo a sé stessi, e si fermava di colpo quando invece bisognava che accelerasse il movimento per accompagnare la progressione verso l’orgasmo. Apprezzava la facilità del gioco con le curvature delle reni, e la maggiore resistenza alla fatica, che le permetteva di prendere il tempo necessario per godere pienamente della varietà delle sensazioni che nascevano in lei, profonde. Quando aveva le gambe stanche, non poteva neppure mettersi a quattro zampe sulla brandina, o poggiarvisi con le braccia, ginocchioni per terra, e il sedere all’infuori. Si sarebbe ribaltata. Accovacciandosi un po’ più o un po’ meno, poteva mettersi meglio alla portata di lui e accelerare al massimo i tempi. Si era lamentata: “Cazzo! tu arrivi che io sto ancora per partire!”. Aveva ottenuto, come unico risultato che lui, quando sentiva di non potersi più contenere, un eufemismo per dire quando stava per eiaculare, pensando di accelerare anche i tempi di lei, le menava gran pacche sul sedere, così come si fa con una vacca o una cavalla. Doveva ammetterlo, quei colpi la stimolavano anche, fossero stati meno brutali, più lenti, e ben distanziati … Ma non si può spremer sangue da una rapa … e aveva dovuto sudar le sue sette camicie per convincerlo ad usare i profilattici, che lei doveva preoccuparsi di acquistare. Lui protestava che gli toglievano il piacere, che gli ostacolavano l’orgasmo. ‘Per fortuna!’, aveva pensato Jimena, ‘se non fosse ritardato, verrebbe appena entrato’. In fondo ritardato lo era, ma non per via del preservativo … e in un altro organo, quello che dovrebbe usare per ragionare. Invece di ragionar sempre e solo col cazzo! Tant’era, che lei ne aveva piene le tasche. Era decisa a piantarlo, non prima però di avergli insegnato qualcosa, dandogli una lezione. Il termine era volutamente ambiguo, e così le finalità. La disciplina del judo consiste nello squilibrare l’avversario sfruttando il suo stesso impeto, per atterrarlo e metterlo fuori combattimento. Con il suo ragazzo Jimena aveva ben poco impeto da sfruttare, solo un punto debole su cui far leva, e l’atterramento come strumento. Con quell’indolente, che fosse la donna a far mostra del suo amore all’uomo che si abbandonava a lei, era l’arma vincente. E anche una base che poteva offrirle un’infinità di occasioni e varianti sessuali. Talvolta è nella pigrizi
a che si trova il piacere …  farne la regola era esasperante.  Ed era nella pigrizia, però, che lui si sarebbe lasciato guidare ben volentieri dalla volontà più zelante di lei, che avrebbe diretto le operazioni, e avrebbe avuto la possibilità di dar adito a una moltitudine di giochi erotici, fino all’orgasmo. Innanzi tutto aveva acquistato in farmacia preservativi ritardanti, mettendo in grande imbarazzo il farmacista col chiedere quale fosse il più efficace in quella funzione, quale il più affidabile, quale ritardo avrebbe prodotto …  Il giovane che stava dietro il bancone, figlio o nipote del titolare, si era impappinato, il suo volto si era acceso di tutti i colori prima di fissarsi su un rosso cupo, quasi violetto, e non era riuscito che a balbettare insensatezze, con grande sollazzo dei clienti in coda. Era finalmente intervenuto il più anziano, che meglio maneggiava l’argomento, o per scienza o per esperienza, da non escludere entrambe le fonti, e aveva tirato fuori dal suo cilindro il coniglio perfetto. Un profilattico double-face, rallentante e ritardante per lui e contemporaneamente stimolante per lei. Ne erano disponibili in diversi sapori e gusti, per non dir dei colori, e delle creste e protuberanze da animali preistorici, fino a quello con la manina in punta! Che significasse, era tema di dibattito: per solleticare il puntogi quando, e se, lo avesse raggiunto?; per un nostalgico e struggente ciaociao agitandola dopo l’estrazione? Forse, un giorno, avrebbero incluso la musichetta del ritornello di “ciao ciao bambina”, così com’era, o con variazioni più pecorecce sul tema. Aveva scoperto che esisteva anche un preservativo in formato spray!!!, una bomboletta per stendere il velo protettivo come lacca sui capelli. Come potesse “contenere” senza rompersi era stata una spiegazione che non l’aveva convinta, per il vero non ci aveva capito molto e, secondo il vostrosempredevoto, neppure il farmacista. I preservativi ritardanti avrebbero funzionato bene, ma l’ aggiunta di crema ritardante, consigliata dal farmacista, sarebbe stata il top: benzocaina nei profilattici, più lidocaina nella crema … Comunque l’avrebbe aiutato lei, tanto lui non riusciva a gestirsi in generale: non trovava “il buco”, se lei non lo accompagnava,  non lo potevano fare in altre posizioni se non quella, perché altrimenti non riusciva a sincronizzare i movimenti, non aveva il tempo giusto: prima che lei si lasciasse andare era  già era tutto finito. Ormai non ci provava alcun gusto, era diventata solo una routine.  La notte, dopo il solito spuntino di mezzanotte aveva convinto il “fidanzato” a sdraiarsi supino sulla brandina. Lui si era steso con le gambe che pendevano dal bordo del letto, i piedi che toccavano il pavimento, come lei le aveva raccomandato, tenendosi ben aggrappato con le mani ai bordi, pronto ad allargarle per poggiarle a terra in caso di pericolo. Quella sera aveva voluto cambiare, lei, sedendosi, con le cosce aperte, su di lui, che di schiena, sulla brandina, aveva trovato l’iniziativa pienamente corrispondente alla propria indole. Lei aveva provveduto alla vestizione del guerriero calvo, e guidato così la penetrazione, prendendone il controllo. Durante il va e vieni, per sua maggior soddisfazione e godimento, poteva toccarsi il clitoride. Avrebbe potuto anche stimolare la zona anale di lui, ma temeva potesse essere un accelerante. Se l’era riservata per più tardi. In effetti, così, Jimena aveva le mani libere e un totale controllo dei movimenti. Lui poteva godersi la bella vista della sua amante e avrebbe potuto anche accarezzarla, ci avesse pensato. Pronto a soccombere alle carezze di Jimena, manco pensava a ricambiarle. Lei, appoggiandosi indietro sulle sue mani, aveva favorito l’unione. Poi, tenendo il busto eretto, e poi ancora chino in avanti, si era dedicata ai propri seni, al ventre, e al clitoride. Si era anche appoggiata a terra con le mani per avere più ampiezza nella stimolazione. La posizione le offriva numerose possibilità per una seduta di sesso che non finisse più. L’indolenza di lui, questa volta, permetteva soprattutto a lei di trovare tutti i mezzi possibili per trar piacere da quell’uomo pigro, e per dar sfogo alla propria  immaginazione. Stava a lui saper rispondere a un tale dono, abbordando altre posizioni nelle quali rendere alla sua amante tutto il piacere che lei gli aveva offerto. Se a lui fosse passato per la mente, perché a lei, Jimena, era passato e stava passando nella mente ben altro. Per la prima volta in quella specie di loro rapporto, era riuscita a venire prima di lui. Sorpreso, fors’anche spaventato, da quel sovvertimento, lui non aveva trovato altro nel suo ben povero repertorio, che sollecitare il proprio orgasmo dando gran pacche sul sedere di Jimena. Inutile! Lui sapeva che dopo al massimo un paio di orgasmi, cioè una decina di minuti in tutto, poi non riusciva a venire. Per quanto indolente, pensando che quello, solo due senza uscire, fosse un limite al suo machismo, e non per altro, si era informato, e aveva saputo che dopo quelle eiaculazioni l’uomo entrava in una fase detta “periodo refrattario”, durante la quale, nemmeno se stimolato adeguatamente, sarebbe riuscito ad avere un orgasmo. Senza additivi chimici, almeno. Ma fare ricorso a robe per vecchi non era da lui. Quella volta, però, non aveva avuto nessun orgasmo, non ci riusciva, ed era già come dopo i due soliti. Eppure era passato altro che un quarto d’ora … qualche quarto d’ora! Per quanto si sforzasse … “Aspetta, deve essere la posizione … ora cambiamo, ma prima ti cambio il preservativo …”. Lui aveva grugnito qualcosa che lei aveva preso per un sì. Non che ci fosse un reale bisogno di quel cambio di profilattico, ma era stata l’occasione per stendere la crema e lasciarle il tempo di agire. Appunto: lidocaina più benzocaina! E tanto più dolce era stata la sua vendetta. Aveva tolto il profilattico al giovane, gli aveva ripulito con salviettine il pene, con cura, facendo di quei gesti un gioco eccitante. Lui, oltre che di suo, era ottuso e indolente più del solito. Alla fine di tutte le cure, per le quali Jimena si era così prodigata, per una volta -ma fosse l’unica, la prima e ultima, non ci prendesse il vizio, lei-, aveva pensato lui a riposizionarsi, tornando alla solita pecorina, anche se questa volta a quella canonica, ginocchioni. Sorpresa, sorpresa!!! Lui ce la stava mettendo tutta, ma proprio tutta, ma tuttatuttatutta. Niente! Era sudato come dopo una sauna, altrettanto paonazzo, il volto sconvolto e dallo sforzo e dalla disperazione. Gli occhi ora strizzati per concentrarsi, ora sbarrati per l’incredulità. Eppure lei era venuta, più volte! Quante? E chi le aveva contate, di sicuro però si era accorto di come lei, per non mugolare come una cagna in calore –pensiero di lui, non nostro- si era ficcata in bocca quasi tutto il davanti della camicia da notte. Doveva averla sbavata tutta, di certo anche strappata con i denti tanto stava dando grugniti sordi e gutturali –sempre pensieri di lui-. Il ganzo aveva dato cenni di sfinimento, di cedimento, aveva pensato si essere sul punto di impazzire con quel cazzo traditore che non si smollava a sborrare! Era pur ancora in erezione … ma una cosa era che stesse dritto, altra che gli riuscisse di spremerne qualcosa. Se lo sentiva come la gengiva e il labbro quando il dentista glieli anestetizzava … colpa dello sforzo eccessivo e troppo prolungato, aveva concluso. Era tanto madido di sudore che le sue ginocchia aveva preso a scivolare sul pavimento, oltre che a tremare … temeva seriamente che il suo cuore fosse sul punto di scoppiare. Aveva financo rinunciato alle solite pacche: questa non è una puledra scalpitante è una brutta maiala sozza! –sempre sua l’interpretazione!-. Jimena, invece, era alle stelle … ed oltre. Autoconvintasi che le sue precedenti assoggettazioni e umiliazioni fossero state non consenzienti ma estorte, aveva voluto infierire, anche se iniziava a essere indolenzita e sfinita lei pure. Con orrore di lui, che
era allo stremo, ma non voleva assolutamente dargliela per vinta, l’aveva rimesso sotto, come all’inizio, e sul momento lui gli era stato grato, in quella posizione più comoda, lasciando a lei la fatica, sarebbe alla fine venuto. Cavalcandolo, Jimena aveva deciso di stimolargli l’ano. Un dito, due, tre, avanti e indietro, a fondo e appena dentro, girando e rigirando, e, quando lui aveva i lungi spasimi che lo scuotevano pur senza esito gliele aveva ficcate dentro a fondo. Lui non aveva protestato, convinto che quella mossa avrebbe alfine facilitato la sua eiaculazione. Orribili dictu! Nihil! Si era accasciato, ma anche il suo pene si era sgonfiato, a pender mollaccione, con quell’inutile preservativo come una calza per la Befana. Lei era soddisfatta, molto soddisfatta, soddisfatissimissima … sconvolta, e stanca. Soprattutto le gambe erano si erano fatte dure come il legno. Aveva finalmente, per lui, pronunciato la fatidica frase: “Basta non c’è la faccio piu'”!!! Le contingenze avevano imposto obbligatoriamente la fine delle … operazioni. Non c’era stato bisogno di parole, lui avrebbe voluto ancora la ben misera soddisfazione di far apparire di essere lui ad aver dato a lei il benservito. Indolente e inane anche nella dignità e nell’orgoglio. Il solito macho tronfio e fiero nell’esibirsi in gruppo, probabilmente anche violento e pericoloso in gruppo, che, preso da solo, con energiche misure, si rivelava solo un coniglio bagnato. Ripensando a quella triste esperienza, i lampi che le erano balenati nella mente, e subito spenti, avevano assunto un forma meno sfuggente. Credo sia capitato a molti, se non è poi cosa per tutti normale, avere esperienza di un’intuizione improvvisa, che ci si accorge, poi, non essere così tanto improvvisa, e nemmeno così tanto intuizione, ma frutto di una lenta elaborazione. La mente di Jimena aveva registrato quei sussurri e quello sbatter di mani, archiviandoli sul momento, perché non trovavano un’immediata corrispondenza in alcuna esperienza diretta. L’archivio dell’umano cervello non è un archivio del tutto passivo. Credo di aver già fatto ricorso all’immagine delle bucce di cipolla. Nel nostro fare esperienza, e da questa apprendere, consolidiamo, nel tempo e nell’uso, conoscenze, comportamenti, abilità che divengono automatiche, inconsapevoli, come, per usare il solito esempio, andare in bicicletta. Se tutte le volte che, una volta imparato, per salire sul velocipede, e usarlo, dovessimo ripeterci e mettere conseguentemente in atto tutto ciò che ci è stato necessario apprendere, cadremmo subito, impediti nella scioltezza e naturalezza dei movimenti, proprio dalla necessità di pensare prima di agire. Provare per credere. Più tranchant, la nostra sopravvivenza è rimessa a riflessi inconsci, come il respirare. Non siamo nati sapendo respirare, l’ossigeno ci arrivava sotto forma liquida. C’è voluta un’esperienza traumatica e molto dolorosa perché iniziassimo a respirare. Pensate: cosa può aver mai spinto una persona, piccola finché si vuole, ma persona, che per nove mesi è vissuta placidamente coccolata, nutrita, cullata, protetta, insomma una vita alla grande, nel grembo della madre, a uscire e trovarsi nuda, esposta, indifesa, tenuta a testa in giù, senza riuscire a respirare, finché, dopo una sonora sculacciata, il fuoco ha invaso i suoi poveri polmoni, tanto da farla strillare disperatamente? Non fosse un istinto naturale, uno uscirebbe pazzo. Anche qui, a colpire, una sculacciata. Dire che Jimena si fosse ricordata di quella ricevuta per prima sarebbe una gran forzatura e una brutta menzogna. Però, quel rumore, e il conseguente pianto, si ripetono nell’infanzia, e alla fine, sì che rimangono impressi. Diventano parte del nucleo duro della cipolla, quello più interno, consolidato, stabile, automatico. Le altre bucce sovrapposte non sono che esperienze nuove che vanno trovando una loro sistemazione, una loro collocazione sempre più all’interno, fino a raggiungere il nucleo centrale, per lasciare il posto ad altre. Va’ da sé che l’accumulo non è automatico, per nostra fortuna. Intervengono il nostro giudizio, e la nostra scelta. Ciò che ci distingue dai bambini. Questi accumulano tutto, assorbono tutto, non avendo ancora un punto di riferimento consolidato. Man mano che si cresce si inizia a selezionare le nuove conoscenze ed esperienze in base alla loro utilità, e, se non si è ineducati, cioè deprivati di educazione da chi è tenuto a darcela, e ai primo dieci posti c’è la famiglia, non altri, interviene anche il giudizio. Poi chiamatelo come volete: valori, morale, etica … Dipende da libere scelte. Perché ecco che scopriamo la nostra dannazione, quel dono tanto inestimabile, e tanto scomodo: la libertà. La nostra inalienabile libertà. Possiamo usala con giudizio e senza pregiudizio: vale a dire molta osservazione e poco ragionamento. Perché i criteri di giudizio sono la griglia di osservazione, in un processo come quello delle bucce di cipolla, ma circolare, non lineare. Oppure possiamo usarla pregiudicando subito tutto, cioè seguendo il capriccio, l’arbitrio, il sentimentalismo, le mode e i costumi del momento, ad essi conformandoci senza giudizio. Siamo liberi o no? Certo, solo che lo sono anche gli altri, e, allora, o si procede, appunto e ancora, con giudizio, condiviso, e per questo basandosi sulle esigenze primarie, naturali, esistenziali, se mi si passa il termine, naturalmente umane, o si apre un conflitto molto ideologico e molto poco ideale. Una guerra di religione, anche se in gioco non è la religione, ma la libertà. Tutti i fondamentalismi religiosi vogliono negare la libertà di professare altra religione. Tutti d’accordo? OK. Però il fondamentalismo tale rimane, anche se la materia del contendere non è religiosa ma laica. E’ la doppia lama della libertà, attenzione a come si usa per non tagliarsi. Che c’azzecca con Jimena, Nakos e donna Elena? C’azzecca, c’azzecca. Tutti nella casa, e la cosa era uscita da quelle mura, spesse e solide ma non impenetrabili, stavano attendendo il quando e il come si sarebbe consumato l’osceno scandalo, la ferale congiunzione. Pregiudizi, solo pregiudizi. Il dare per scontati schemi, e tipologie psicologiche. Per fortuna, ed io credo, dono del Signore, la nostra libertà sfugge a qualsiasi incasellamento. Jimena non era conformata al senso comune, che nel caso era non buono, era perverso, alla ricerca sempre dello scandalo. Veniva dal Mexico, terra di machi veri, duri e puri. Paese dove il machismo, la virilità, era una divisa nazionale naturale. Tutt’altra cosa di quella pseudo imitazione da sottospecie mutante del sedicente macho indolente e imbelle che aveva appena ben sistemato. Si era pentita di non aver ben ispezionato il suo corpo, convinta che in qualche recondito lembo, che so, sotto un tallone, dietro un orecchio, nella piegha di una natica, avrebbe trovato stampigliato, in rilievo o a stampa, il marchio: “made in China”. Jimena ben conosceva il machismo vero, quella virilità che non coniugava più uomo e virtù (vir – virtus). E conosceva tutta la sua panoplia: forza, coraggio, onore, potenza sessuale, superiorità fisica e intellettuale, predisposizione al comando. Tutti requisiti indispensabili all’ideologia che combatteva, in sostanza, tutto ciò che insidiava l’ordine e la tradizione. La prevalenza del maschio difensore da tutto ciò che era collocabile nella sfera del diverso, dell’estraneo, del barbaro, come lo chiamavamo gli antichi greci. No, non per la lunga barba o altro di terrificante nel loro aspetto; per la loro incomprensibile lingua, che alle loro orecchie così suonava: bar … bar. Barbar. Bardaros-oi. Barbari. I persiani, e medi, ma anche i macedoni. In epoca più moderna, esclusi gli immigrati, che il Mexico era terra di emigrazione non di immigrazione, il femminismo, o, meglio, la donna in sé, l’imperialismo economico, la manipolazione da parte dei gringos. Una panoplia che subito si ricollegava a follia, delinquenza, ammazzatine, e stragi orrende. Tutto ciò sembrava estraneo nel
nuovo mondo di Jimena, che era poi quello vecchio. Quello in cui il relativismo assoluto aveva smantellato tutte le certezze, e mandato in crisi la virilità, in tutte le manifestazioni sociali e financo nell’immaginario. Non aveva forse Marco Ferreri, genio e sregolatezza, con  n pizzico di follia e uno di preveggenza, già mostrato questi impietosi esiti nel suo “Ciao Maschio”, persino premiato a Cannes, nel quasi arcaico 1978, se la memoria non fa cilecca?. In definitiva cosa sopravviveva del machismo vero? Solo una reazione eccessiva alla paura di qualcosa che insidiava un potere, una supremazia sociale e morale, uno spazio che era diventato terra di conflitto contro chi non voleva più stare sottomesso. E, su tutte, la paura della donna, il retaggio più arcaico. Questo era il male oscuro di quella famiglia, che si credeva ancora una tradizionale famiglia patriarcale, e più non lo era, e da tempo. Quelle che aveva sentito, e con lei altri, erano rimproveri, sculacciate e lamenti. Lo schioccar di mani era l’eco delle sculacciate che donna Elena somministrava al figlio dopo ogni scenata. Lo sbatter di porte era simbolico. In effetti vanificato dall’esserci quell’unica stanza. I due volevano sonoramente dar avviso che si erano in camera loro, nei loro ruoli. Avrebbero dovuto essere camere separate, ma l’importante era il rito ripetuto, il resto erano dettagli. Che fosse poi un’esorcizzazione di peggiori e perversi impulsi, Jimena non lo sapeva, né molto le importava. Riconosciuto il sintomo, diagnosticata la malattia. Bene, e allora? Allora nella bella testolina di Jimena si era formata una pazza idea. Perché non divenire amante del signorino Nakos? Nessuna pretesa o aspirazione di ascesa sociale. Non le interessava inguaiarlo e metterlo in condizioni di dover essere in debito di onore. Entrare a far parte di quella famiglia era l’ultima cosa che desiderava, anzi, non lo desiderava affatto. Divenirne l’amante, un’amante vera, non come la signorina Cristina, sarebbe stata un’alternativa piacevole, e, chissà, avrebbe anche potuto essere una buona azione. Tra il dire e il fare … Jimena, però, aveva ben già attraversato un oceano. Poi metteteci voi quel che meglio vi aggrada: scarpe grosse cervello fino, il bisogno aguzza l’ingegno … Donna Elena Zakythinis poteva anche mobilitare un esercito, ché i suoi avi, quelli di Jimena, di eserciti, che avevano anche impiegati per primi degli aerei, ne avevan ben battuti con i loro disperati guerriglieri, armati più del coraggio che d’altro, usando un’arte della guerra appresa da Apache e Comanche. Non c’eran stati solo Pancho Villa ed Emiliano Zapata. No, roba vecchia quella! Ora c’erano le cosiddette, e marzialmente definite chicas Kalashnikov, per l’arnese che portano sempre in spalla quando scendevano sul sentiero di guerra, contro i gruppi armati dei narcotrafficanti. Ma procediamo con ordine[2]. Nella città di Jimena c’erano stati tremila tra morti ogni anno, e almeno diecimila erano gli “orfani di guerra”. Una guerra di strada tra organizzazioni criminali, fatta di continui scontri tra narcos rivali, militari e poliziotti federali schierati col governo, militari e poliziotti locali corrotti dai narcos. Stragi, decapitazioni, poliziotti corrotti, politici collusi coi narcotrafficanti, nessuna autorità istituzionale che avesse un minimo di prestigio. Una città “interrotta”, perché la maggior parte delle strade era spezzata da un cancello di ferro, con guardie all’ingresso. Ogni “colonia”, questo il nome dei duemila quartieri, si era blindata nel tentativo di sfuggire alla violenza, trasformandosi in piccola fortezza. Recinzione e fuga erano le uniche risposte possibili al dilagare del crimine. La gente camminava in fretta per le strade, andando dritta alla propria meta, senza guardare l’infinita schiera di case diroccate, serrande abbassate e insegne “Vendesi”. Tutti evitavano il centro, divenuto una specie di buco nero che aveva ingoiato centinaia di donne. Alcune riemerse cadaveri. Altre svanite. Di loro restavano solo i fogli A4 fotocopiati, con un’improbabile immagine del viso, il nome, qualche caratteristica, appesi ai pali della luce, e sulle squinternate pensiline dei bus. Tutti i fogli gridavano la stessa muta, disperata invocazione: “AIUTATECI A TROVARLA!”. La popolazione terrorizzata, la società frantumata e disgregata e senza più voce. I genitori di Jimena erano medici, con doppia nazionalità, messicana e spagnola, e da loro lei aveva sentito, origliando di nascosto, come in ospedale stessero arrivando, morti moribondi e feriti,  per lo più tipi duri, gente legata al traffico della droga. In città, che non contava più il milione e mazzo di abitanti che aveva avuto, ma meno di un milione, sopravvivevano ottantamila cocainomani, e altri ventisettemila tossicodipendenti! Presto avevano iniziato ad arrivare feriti e cadaveri sempre più giovani, e in numero crescente. I suoi genitori non avevano mai pensato di andarsene, convinti, forse anche troppo, di non aver nulla da temere: il loro lavoro era utile in guerra. Una guerra non più tra cartelli, una guerra totale. Povertà, diseguaglianze, mancanza di affetti in un posto dove le donne in casa, al lavoro, nella città, nella società erano considerate come schiave. I giovani che non riconoscevano più i valori tradizionali della famiglia o della Chiesa, e a centinaia crescevano in quartieri privi di ogni servizio, dall’acqua corrente all’energia elettrica, da strade anche lontanamente degne di quel nome alle scuole. Ragazzi che non avevano altra alternativa che andare a ingrossare le fila dell’unica “organizzazione” che li accettava: l’esercito nei narcos. Si cominciava come reclute, e il primo incarico, come per tutti i novizi, era di lavare i pavimenti sporchi di vomito o sangue; quindi si passava al ruolo di stanare il nemico nei suoi nascondigli; poi a quello di arrestare e torturare; e, infine, a diventare sicari a tempo pieno. Il ragazzino che finiva in carcere, vi trovava la migliore università possibile del crimine, e, quando usciva, era subito arruolato dalle bande. “Soldati” con un solo addestramento: tutti coloro che non appartenevano alla loro banda erano nemici. Quando non avevano ordini specifici, operavano in proprio, sempre mascherati per non aver problemi con i loro capi: sequestri, estorsioni, soldi in cambio di protezione. Anche contro chi non aveva nulla a che fare con il traffico di droga, la gente comune. Anche per chi aveva la possibilità e la fortuna di poter andare a scuola, la prima lezione era quella di sopravvivenza. In caso di sparatoria gli alunni avevano imparato che si dovevano gettare a terra, e cantare il più forte possibile, la faccia sempre incollata al pavimento. Il novantotto per cento dei crimini restava impunito: non c’erano mai testimoni, va’ da sé. Sempre più frequenti si erano fatti i delitti contro le donne: cinquemila tra morte e scomparse, in cinque anni, tutte tra i quattordici e i quarant’anni. All’origine della mattanza, un’incontenibile misoginia diffusa in tutti i ceti sociali. Ma i delitti si consumavano anche tra le pareti domestiche. Le autorità non intervenivano, perché la cosa non le interessava, peggio ancora, perché erano personalmente coinvolte in quei crimini. Si era cominciato ad usare correntemente la parola “femminicidio”, ma già da oltre vent’anni la catena dagli omicidi stava sfoltendo la popolazione femminile: le prime vittime, maggiorate fisiche con fiumi di capelli neri, di bassa estrazione e disperatamente povere. Impossibile fare una stima anche approssimativa: non tutte le scomparse erano denunciate, soprattutto in caso di donne migrate dal Sud in cerca di lavoro. Senza famiglia, amici, conoscenze stabili, si dileguavano in silenzio, vittime perfette. Appena dietro il centro, c’era la zona blindata cui nessuno aveva accesso, se non i narcos. Là, nel loro regno, sadici e potenti, godendo della protezione di polit
ici e polizia compiacenti per corruzione o intimidazione, tenevano in schiavitù migliaia di giovani costrette a prostituirsi, spacciare, a uccidere. Il femminicidio era iniziato come assurdo rito di iniziazione, e comunque per dimostrare il potere assoluto sulle donne, che permeava la tradizione. E il numero delle vittime era in costante aumento. Il femminicidio era l’emblema del fallimento della giustizia, dell’abdicazione totale a ogni funzione di garanzia del rispetto della legge. Si era data la colpa alla femminilizzazione del narcotraffico, cioè alla massiccia entrata delle donne nei gruppi criminali. Altro che “regine dei narcos”, come qualcuno le chiamava, la stragrande maggioranza delle vittime non aveva niente a che fare con la delinquenza. Non erano mancati episodi di contorno, macabri, raccapriccianti: come quando le condannate a morte erano costrette, prima dell’esecuzione, a coprirsi il volto con una maschera raffigurante il muso osceno di un maiale. Jimena non lo sapeva, ma la sua più cara amichetta, che non aveva ancora compito quattordici anni, era uscita una mattina da casa e nessuno l’aveva più vista. Era una ragazza inquieta ma studiosa, le volevano tutti bene. Come si diceva da quelle parti, era povera e bella. Il padre, restava tutto il giorno seduto sul letto sfatto, nella camera lasciata tale e quale il giorno che la figlia era sparita, i cuscini addossati alla parete, i tre orsacchiotti che le tenevano compagnia la notte, e che ogni tanto lui stringeva forte al petto, come per assecondare la speranza che fosse ancor viva la sua bambina. Anche se lui non credeva alle fate, e nei suoi occhi, c’era il riverbero della spaventosa certezza che aveva nel cuore. La madre, invece, non si era data per vinta, col coraggio della disperazione, con caparbietà, ogni mattina, ogni giorno, ogni santo giorno, si presentava in tutte le caserme, alla sede centrale della polizia, in Comune, non solo per chiedere notizie, e guardare tra le salme recuperate ed esposte nell’obitorio, ma soprattutto per consegnare ogni volta una nuova denuncia di scomparsa che era un atto di accusa sempre più pesante per le autorità. I giornali, le radio e le TV locali erano state, come sempre, più che omertose. La madre, però, si era rivolta alla Redim, un’organizzazione che si occupava dei diritti dell’infanzia, e la cosa rischiava di sfuggire al controllo delle “autorità” locali, che, per por fine all’incidente, le avevano fatto riconoscere il corpo della figlia, ritrovato per caso da una pattuglia, e trasportato in caserma. Aveva i piedi bruciati, la vagina sanguinante, la testa avvolta in una borsa di plastica, sul petto i segni lasciati da sigarette spente. Ma più di tutto l’avrebbe ferita, l’avesse saputo, la battutaccia velenosa dei carcerieri quando le dicevano: “Anche la tua mamma è in prigione, ragazza mia. Ma stai tranquilla, non le manca niente. Noi ce la facciamo a turno giorno e notte. Proprio come a te”. Madre Coraggio[3] aveva sepolto la figlia, ma non la sua determinazione. Voleva, esigeva che i colpevoli fossero individuati, arrestati e puniti. Aveva subito minacce, ma non aveva ceduto: “Se vogliono, sanno dove trovarmi, io li aspetto, non scappo …”. La polizia, le autorità, il Governo stesso stavano rischiando di perdere la faccia. Era diventata una questione di principio. Per salvare almeno le apparenze, la polizia aveva messo sotto sorveglianza la casa: un’autopattuglia vi passava innanzi periodicamente, e una telecamera di sicurezza era stata montata sull’ingresso. Le telecamere trasmettevano, però, alla centrale di polizia, che a sua volta avrebbe avvertito l’autopattuglia. Va’ da sé che in caso d’emergenza, eventuali soccorsi, pur ci fossero stati, sarebbero giunti men che tempestivi. Madre Coraggio, e il marito, abitavano in un complesso di villette a schiera, ognuna addossata all’altra. Nessuno si era curato di tener d’occhio anche le villette immediatamente adiacenti. Nemmeno quando gli inquilini di una erano partiti per andare a trovare i genitori, in campagna. E nemmeno quando erano prematuramente rientrati, dopo solo un paio di giorni. Avessero anche solo guardato, avrebbero dovuto accorgersi che i rientrati non avevano nulla in comune con i partiti. Non per numero, non per sesso, non per automezzo. I muri delle cantine delle villette, erano, più che adiacenti, in comune. Costruiti a poco prezzo, al risparmio, con i mattoni a vista malamente tenuti insieme. Aprire un varco tra le due cantine era stato un gioco da ragazzi. Forse si era trattato anche di ragazzi. I mattoni eran venuti via come denti da latte. I killer erano spuntati dalla cantina, per una morte annunciata. Nemmeno originale nella definizione. Il padre non si era accorto di nulla: un colpo alla nuca, mentre era immerso nella preghiera, seduto sul letto della figlia. Madre Coraggio se li era trovati davanti, e era rimasta a fronteggiarli, a testa alta. Le avevano sparato in fronte. Erano bastati quei due colpi, diversamente dalle solite esecuzioni, nelle quali lo spreco di proiettili e la volontà di far sconcio alle vittime, erano la regola. I killer erano tornati nella villetta da cui eran venuti, e se n’erano andati in suv. Nessun suv risultava rubato, e nemmeno ne era stato trovato uno bruciato o abbandonato.  Ergo, i killer erano professionisti venuti da fuori, con ogni probabilità grazioso omaggio reso da uno dei clienti dei narcotrafficanti. Per coprire il tutto, e chiudere l’ ”incresciosa vicenda”, quattro bandidos erano stati fatti trovare, impiccati a un ponte, con appeso al collo un cartello che li denunciava come i sicari di Madre Coraggio e del marito. All’ingresso della città, su quel ponte, ora campeggiava, come cartello di benvenuto, una grande croce, con la frase “Ni una màs”, Non una di più. A esplicitare “donna ammazzata o scomparsa”, bastavano le centinaia di chiodi che trafiggevano il monumento, con altrettanti nomi. “Ni una màs”, era l’imponente grido di denuncia della poetessa Susana Chàvez. Era sopravvissuto, a futura memoria della sua creatrice, il cui cadavere era stato trovato in una discarica l’11 gennaio 2011. Come aveva previsto qualche Cassandra[4], il fenomeno della violenza contro le donne aveva seguito una spirale che aveva inghiottito tutto il Paese. “Il sonno della giustizia genera mostri”[5]. Per reazione contro il femminicidio erano nate le chicas Kalashnikov, le amazzoni che se la dovevano vedere pure con gli schieramenti interni, in perenne rivalità, talvolta cruenta, con le compagini narco-militari. Sfoderando tutto l’odio di cui erano capaci, perché alla scuola insegnavano a non voler bene a nessuno, e quando ne uscivano avevano il cuore di pietra. Del resto in Messico, morte era la parola favorita. Era? Molte delle chicas non nascondevano trascorsi “come puttana”, ma erano adamantine quando parlavano con fermezza del loro impegno politico-militare: “Signori non si nasce. Però mentre gli uomini lo fanno perché si divertono ad ammazzare, noi donne lo facciamo per il denaro … insieme a ragazze così belle e con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi”. Non solo pensieri. “Dire che lo si fa per amore o per un ideale è una cazzata”. In una valle una trentina di chilometri fuori città, nessuno poteva sottrarsi a un profondo senso di sgomento, amarezza e perfino di paura. Là erano sepolti i morti che nessuno reclamava, anche perché nessuno voleva esporsi alla vendetta dei sicari responsabili della strage. Anche il vento, là, aveva paura. Tutto lontano anni luce dai tempi gloriosi, cupi e dolenti di Pancho Villa, Francisco Madero, Emiliano Zapata. Il padre e la madre di Jimena avevano finito per avere paura. A dire il vero, per evitare inconvenienti, qualcuno aveva provveduto a dar loro una sco
rta, una camionetta su cui viaggiavano due poliziotti nero-vestiti, che avevano sempre il fucile in mano e il dito sul grilletto. Con quest’apparato funereo-militare sempre appresso, non si erano sentiti poi così sicuri. Soprattutto per Jimena, che avevano provveduto ad affidare a un ordine religioso di Suore, con cui era partita per la Spagna. L’intento dei genitori era che proseguisse là gli studi, nel collegio femminile di quelle Suore. Se non che Jimena era una ragazza ribelle, che era stata sempre costretta a reprimere la sua esuberanza per la sua sicurezza, motivo che lei aveva sempre considerato come un pretesto dei genitori, sempre troppo impegnati in ospedale. Defilarsi e fuggire dall’istituto era stata la sua prima iniziativa. Non aveva corso rischi neppure lontanamente paragonabili a quelli nei quali sarebbe incappata al suo Paese, ma qualcuno ne aveva corso. Così, in un Paese dove era approdata, si era rifugiata presso altre Suore, che l’avevano sistemata a servizio a casa Spanidis. Più volte aveva pensato ai suoi, e aveva cercato di mettersi in contatto con loro, inutilmente. Quando il signorino Nakos aveva deciso di continuare l’attività del padre, r.i.p., e lei aveva saputo che uno dei soci era membro emerito di un’associazione umanitaria, subito le era balenata l’idea di rivolgersi a lui. Poi quel signore, Maurizio Andrei, era misteriosamente scomparso in Africa. Ora che un eroe era riuscito a trovare e salvare l’amico, Jimena, che già era intenzionata a mettersi in contatto con lui, aveva deciso di farlo tramite il signorino Nakos. Jimena era sinceramente determinata a scoprire che fosse avvenuto dei suoi. Non aveva nessuna intenzione di tornare là, forse nemmeno di raggiungerli si fossero rifugiati in qualche altro Paese. Ormai aveva fatto la sua scelta, e non intendeva cambiarla. Non per testardaggine, così era libera, e, per lei, la libertà era tutto. Quello, però, avrebbe dovuto essere anche il suo cavallo di Troia. Non per conquistare l’avvocato Andrei, ma il signorino Nakos.

 

IN FINIS OPERAE.

Caro lettore, e amico, se mi concedi, qui ha termine l’historia de “i quattro”. Non per fine o esaurimento, e neppur per tema d’incappar nel fatidico tredicesimo episodio. Cambia lo scenario. “Corrispondenza d’amorosi sen(s)si” e “i quattro”, sono solo due episodi, se così possiamo chiamarli, di una più ampia saga familiare, che implica vari rami di una stessa famiglia, dispersi, a insaputa loro, a causa di guerre di successione o di conquista, di migrazioni per scelta o per forza, di disfacimento di imperi e regni sui quali una volta non tramontava mai il sole, ed era calato poi il buio fitto e terribile della guerra civile. Motivi per i quali, in fin della fiera, se mi concedi, caro lettore, l’ardito e immodesto accostamento, durante il primo conflitto mondiale, la Grande Guerra, anche se la seconda fu poi più grande e più mondiale, si ritrovaron a combatter tra loro, cugini, il Re d’Inghilterra, il Kaiser di Germania e del Reich, e lo Zar di tutte le Russie. Fratelli coltelli, ma anche i cugini scherzan niente. Concludendo, poiché tutto si tiene, e tutto si ricompone, nel lento fluire del tempo, uno dei casi del destino umano, aveva fatto di un luogo il punto nel quale s’eran incrociati di nuovo tutti i rami, per vie e storie e vite diverse. Questo luogo, del quale non posso, caro lettore, rivelar la collocazione geografica, salvo dire che si trovava e ancor si trova su di un’isola, una grande isola, grande soprattutto per storia tradizioni e convivenza di culture diverse, è stato ed è il Grand’Hotel. Per rendere omaggio al luogo, così fatale, se me lo concedi, caro lettore, titolerò i racconti a venire, Memorie dal Grand’Hotel, cui seguirà solo la numerazione. Racconti come stanze. Non è forse la stanza anche la strofa di una canzone o di una ballata? Orbene, senza pretese da poeta o menestrello, possiamo intendere la stanza come strofa della ballata Memorie dal Grand’Hotel. Giusto anche per iniziar l’anno nuovo con qualcosa di nuovo. Augurandoti, caro lettore, ogni bene, felicità, salute e pace. Perfetti, per quanto lo puote l’uman consiglio.

 

A presto, dunque

il vostrosempredevoto  brunodantecrespi


[1] Le Razioni T sono cibi precotti imballati in contenitori di alluminio. MRE sta per Meals Ready to Eat, pasti pronti da mangiare, e sono le razioni standard da campo: confezioni di cibo liquido, asciutto e liofilizzato, con un pacchetto di accessori, sigillate in una anche troppo robusta busta di plastica. Sono tanto gradevoli di sapore che in ogni confezione è inclusa una bottiglietta di tabasco.

[2] Vedasi per tutto quanto segue: “I reportage” di Ettore Mo, Corriere della Sera, 31, 7 – 15, 8, 2011; e Pablo Ordàz, “Storie di ordinario eroismo”, Internazionale, n. 906, 17-7-2011; “Messico in fiamme/2 – emergenza crimine “, di Lucia Capuzzi, su Avvenire, 5-1-2012; Sergio Gonzàlez Rodrìguez, Ossa nel deserto, Adelphi. Queste orribili vicende, avevano già ispirato. nel 2006, il film-verità “Bordertown”, diretto da Gregory Nava, con Antonio Banderas, Martin Sheen e Penelope Cruz, che ne è stata anche produttrice.

[3] Il riferimento era a “Madre coraggio e i suoi figli”, sottotitolo Cronaca della guerra dei trent’anni, testo teatrale di Bertolt Brecht, scritto tra il 1938 e 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, una denuncia di tutte le guerre e degli orrori che esse provocano. A dir il vero, un soprannome infelice, perché, nell’opera, il coraggio e la volontà di affermarsi negli affari prevale sulla “madre”, e la rende cieca di fronte alle tragedie che le si pongono davanti. La guerra la priva dei suoi tre figli e la lascia sola, con il cuore ormai indurito dal dolore; ma il suo istinto materno ormai completamente offuscato non le permetterà di rendersi conto che la guerra è un male; anzi lei cercherà in essa nuovi affari.

[4] Sergio Gonzàles Rodrìguez, vedi nota 3; Gustavo De La Rosa, investigatore della “Commissione diritti umani”,  messicana.

[5] Gustavo De La Rosa, vedi nota 4.