Mamma troia

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Mamma troia

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ALESSANDRO BARDI
MAMMA TROIA

  • CAPITOLO 1 –

Quella giornata non poteva cominciare meglio. Per un ragazzo diciottenne che frequenta il quarto anno del liceo classico più pesante di Brescia, nulla è più piacevole di scoprire che qualcuno ha indetto uno sciopero e che le lezioni sono state annullate.
Le ragioni che stavano alla base di quell’iniziativa non mi appassionavano per niente, e così risalii sul primo autobus e me ne tornai a casa, una villetta a schiera subito fuori città dove vivevo con i miei genitori.
Mio padre, Carlo, aveva quarantadue anni ed era un uomo di successo. Manager di una multinazionale, era spesso all’estero per lavoro e, a parte la sua presenza, non ci faceva mancare nulla. E’ stato grazie al suo ricco stipendio che mia madre, Eva, ha potuto permettersi di non lavorare e di passare le sue giornate dividendosi tra la palestra e gli aperitivi con le amiche.
Aveva da poco compiuto quarant’anni, una soglia che, a suo dire, le aveva fatto comprendere quanto la vita corresse veloce e che non bisognasse lasciarsi indietro occasioni che si sarebbero potute rimpiangere. Non ho mai capito fino in fondo i suoi discorsi, e le ho sempre detto chiaramente che, nonostante l’età che avanzava, lei aveva la capacità di mantenersi perennemente in forma.
Non che i complimenti del figlio avessero modificato i suoi pensieri e le sue convinzioni, ma quei complimenti io li covavo in fondo all’anima.
Mia madre, infatti, era una donna che non passava inosservata. Alta circa un metro e settanta, portava in giro un paio di occhi verdi da far paura, che si intonavano perfettamente con i capelli lunghi e biondi che le cadevano lisci fin sotto le spalle.
Le ore passate in palestra le avevano regalato un fisico perfetto. Il ventre piatto era circondato da due fianchi che sembravano esser stati disegnati al computer. Splendide gambe che terminavano in caviglie sottili e rese indimenticabili da un tatuaggio tribale che si era fatta fare anni prima sulla caviglia destra.
Ma la parte del suo corpo che più di ogni altra scatenava le mie fantasie era il culo. Aveva una forma fantastica, non troppo magro né troppo grasso, e lei lo esaltava vestendosi spesso con gonne corte che ne rendevano evidente la perfezione.
Ogni tanto la guardavo e mi ritrovavo a pensare che, se avesse avuto anche un paio di tette un po’ più grosse, sarebbe davvero stata la donna dei miei sogni. Non che la terza che portava fosse poca cosa, ma la mia fame di ragazzino adolescente si sarebbe volentieri abbeverato a ben altre dimensioni.
In casa eravamo quasi sempre soli e, ormai da due o tre anni, combattevo una lotta solitaria contro le mie fantasie. Mi rendevo conto di essere fisicamente attratto da mia madre, ma la razionalità mi spingeva a rinnegare queste pulsioni cercando di autoconvincermi che fossero sbagliatissime.
Ma mia madre, che si chiamava Eva, non poteva che essere un diavolo tentatore, e così diverse volte mi ero chiuso in bagno, avevo cercato le sue mutande nella cesta dei panni sporchi, e mi ero segato annusando il suo profumo e pensando a lei.
Sapevo perfettamente che era una cosa folle e proibita, ma più di una volta non ero riuscito a resistere alla tentazione.
Quel giorno, mentre me ne tornavo a casa, stavo pensando a come avrei potuto occupare la giornata. Mia madre era probabilmente in palestra, e io avrei avuto a disposizione tutta la mattinata per sfogarmi sulla play station senza che lei mi rompesse le scatole.
Arrivato a casa salii direttamente al piano superiore, ma i rumori che sentii mentre ancora ero sulle scale mi pietrificarono. Mi fermai e rimasi in ascolto.
Dalla camera dei miei genitori venivano sospiri e parole sommesse, il cui significato non riuscivo a capire.
Mi tolsi le scarpe per non far rumore e mi mossi silenziosamente fino alla porta della camera. Mi appiattii contro il muro e sentii un tonfo al cuore quando venni raggiunto dalla voce di mia madre: “siii… cosììì… Mario, siii…”.
“Mario?”, pensai, “chi cazzo è Mario?”.
Le parole di mia madre mi colpirono ancora: “dai… scopami… scopami cosììì…”.
Non ci potevo credere, ma era tutto vero. Avevo beccato mia madre a fare sesso con un uomo. E chi fosse quell’uomo lo capii quando, facendo ricorso a tutto il coraggio che potevo trovare in un momento come quello, spinsi la mia testa in avanti, oltre la soglia della porta, lasciando che i miei occhi potessero vedere quello che stava accadendo in quella stanza.
Sentii il sangue ribollirmi nelle vene. Mia madre se ne stava sul letto, completamente nuda, alla pecorina, mentre il nostro vicino di casa, il signor Mario, la stava montando da dietro tenendola per i fianchi.
Ci misi alcuni secondi a riprendermi. Cazzo, mia madre si faceva scopare da quel vecchio schifoso del signor Mario.
Eravamo vicini di casa da almeno una decina d’anni, e l’avevamo sempre chiamato “signor” per rispetto della sua età. Aveva sessantacinque anni ed era orribile. Grasso, pelato, era rimasto vedovo da quattro o cinque anni, ma a giudicare da quello che stavo vedendo, aveva trovato in mia madre una calda consolazione.
Rimasi a guardarli da dietro. Non riuscivo a staccare gli occhi dal culo di lui, flaccido, cadente, che continuava a muoversi avanti e indietro spingendosi dentro il corpo di mia madre.
Ansimava come un animale, tanto da farmi pensare che fosse piuttosto vicino all’infarto. Le sue grosse mani, rugose e piene di macchie scure, tipiche degli uomini della sua età, stringevano i fianchi perfetti di lei, in una morsa forte e vigorosa.
La sua voce, profonda e roca, mi giunse ansimante: “cazzo, Eva… che fica che hai… che fica… sei fradicia…”.
Mia madre gli rispose da vera porca: “oh, siii… Mario… dai, sfondala… sfondami la fica… aaahhh… aaaaahhhh…”.
“Siii… Eva… siii… te la sfondo… aaaahhhh…”.
Lo vidi toglierle le mani dai fianchi e prenderle entrambe le caviglie, che le alzò leggermente, senza mai smettere di spingere dentro e fuori dalla sua fica.
“Cazzo, Eva… che troia che sei… che troia!!!”.
“Oh, siii… Mario… sono una troia… siii…”.
“Dai, troia… fatti scopare… fatti scopare…”.
“Aaaaahhh… aaaahhhh… Mario… aaaahhhh”.
Mia madre si mise a urlare come una pazza, sotto i colpi che lui continuava a darle. Poi le prese i capelli con la mano destra e glieli tirò indietro con forza, come fosse stata una cavalla, obbligandola ad alzare la testa volgendo lo sguardo in alto.
“Dai, puttana… fammi godere… fammi godere che ho voglia di sborrare…”.
“Oddio, Mario… siii… dai… godi…”.
Quell’animale alzò gli occhi al cielo e gridò: “cazzo… godo… siii… Eva, siiii…. aaaahhhh… aaaaahhhh…”.
“Siii… Mario, siii… dai, riempimi… riempimi tutta… aaaahhh…”.
Urlarono entrambi il loro piacere mentre lui sborrava nella fica di mia madre, spingendole il cazzo in profondità con tanta forza che a lei cedettero le braccia e cadde in avanti, sprofondando nel cuscino. Lui le crollò addosso, schiacciandola con tutto il suo peso.
Rimasero fermi così a lungo, mentre il loro ansimare riempiva l’aria. Ci misero almeno un paio di minuti per tornare ad avere una respirazione quasi normale. Tempo che io passai dovendo affrontare una realtà che mi faceva star male. E la realtà mi stava dicendo che avevo il cazzo duro come l’acciaio. Non volevo ammetterlo a me stesso, ma guardare il signor Mario che veniva nel corpo di mia madre gridandole di essere una puttana, mi aveva eccitato da morire.
Stavo ancora cercando di fare i conti con me stesso e con le mie emozioni quando lui si staccò da lei e si sdraiò nel letto tenendosi il cazzo in mano. Lo guardai e non riuscii a fermare il brivido che mi percorse, quando vidi un filo di sperma penzolare dalla sua cappella e cadere sul letto. Fissai impietrito quel cazzo che era stato così a lungo dentro mia madre e cercai di cancellare il pensiero di invidia che stava attraversando il mio cervello.
Poi anche lei si girò, si tirò un po’ su e gli si mise in braccio. Gli buttò le mani al collo e gli sbattè la lingua in bocca. Vidi la sua lingua muoversi nella bocca di quel porco schifoso e feci davvero fatica a credere che potesse provare piacere scambiandosi la saliva con un vecchio, grasso e pelato.
Cazzo, mio padre era un bell’uomo. Muscoloso, brizzolato, affascinante. Come diavolo poteva essere che quella figa di mia madre potesse godere nel fare sesso con quell’orco, la cui voce mi penetrò gracchiante nelle orecchie: “cazzo, Eva, sei veramente stupenda…”.
Lei si limitò a ridere, e lui continuò: “la prendi sempre la pillola, vero?”.
“Certo, perché me lo chiedi?”.
“Beh, con tutto lo sperma che ti ho dato ultimamente, non vorrei metterti incinta…”.
Lei gli rispose ridendo: “perché? Non ti piacerebbe avere un figlio da me?”.
Porca puttana, non potevo credere alle mie orecchie.
“No, no…”, le rispose lui. “Basta figli. Mi bastano i miei…”.
Provai disgusto per quello che stavo sentendo. Non riuscii a resistere oltre e me ne andai. Mi mossi lentamente, in punta di piedi, senza farmi sentire. Rimisi le scarpe e uscii di casa. Istintivamente mi misi a correre, come se allontanarmi da quel luogo avesse potuto cancellare dalla mia mente quello che avevo visto.
Rimasi a lungo sotto shock. Non volevo credere che mia madre potesse essere davvero così troia. Aveva tradito mio padre davanti ai miei occhi, e aveva tradito anche me.
Non riuscii più a guardarla come prima. Rimasi incazzato per giorni interi. Non le parlavo, la evitavo con qualsiasi scusa, e cercavo di stare fuori di casa il più a lungo possibile. Ogni volta che rientravo avevo paura di trovarla di nuovo a letto con quel vecchio porco del signor Mario.
Ero naturalmente incazzato a morte anche con lui, che quando mi vedeva mi salutava allegramente come sempre: “ciao Titty. Come va? Tutto bene a scuola?”.
Io gli rispondevo a monosillabi e me ne andavo, ma ogni volta avrei voluto rispondergli: “bene, grazie. E lei? Con mia madre tutto apposto? Le ha sborrato nella fica anche oggi? Si è ricordato di gridarle che è una puttana? Ecco, glielo dica anche da parte mia”.
Mi dava anche fastidio il fatto che continuasse a chiamarmi “Titty”. Avrei voluto gridargli: “vecchio porco, chiamami Tiziano, e dammi del lei!”.
I giorni passavano e io avevo ormai maturato la consapevolezza che avrei dovuto parlare con lei, dirle quello che avevo visto, che non andava bene e che doveva assolutamente smetterla, ma ogni volta che facevo per affrontare l’argomento mi paralizzavo e ingoiavo di nuovo il rospo che avrei voluto sputarle addosso.
Erano passate ormai due settimane da quel giorno orribile. Due settimane in cui non ero riuscito a cancellare dalla mente l’immagine di mia madre presa alla pecorina. Stavo male e non avevo la più pallida idea di come avrei fatto a superare quella crisi. Era sabato pomeriggio, avevamo appena pranzato, io e mia madre da soli, come sempre, e fu lei ad affrontare la tensione che non riuscivo a nascondere.
“Ma ti posso chiedere cosa c’è? Sono giorni che mi sembri strano. Sei nervoso, non mi parli. Ho sempre la sensazione che cerchi di evitarmi”.
Ecco, mi stava mettendo su un piatto d’argento la possibilità di affrontare la cosa, ma anche questa volta non riuscii a dirle le verità: “ma no… non ho niente. Tutto normale”.
“C’è qualcosa che non va a scuola?”.
“No, mamma”.
“Problemi con le ragazze?”.
“No…”.
“Sicuro?”.
Mi spazientii: “mamma, insomma! Ti ho detto che è tutto apposto!”.
“Va bene, va bene… è solo che mi sembri strano”.
Lasciò passare qualche minuto, poi mi chiese: “dai, ti va di andare al cinema oggi pomeriggio? Questo weekend è l’ultimo in cui danno Star Wars, poi dovremo aspettarlo in tv. Andiamo?”.
Ci misi un po’ a rispondere. Non avevo voglia di stare due ore al cinema con mia madre, ma in qualche modo mi dovevo riconciliare con lei. E poi poteva anche essere l’occasione per sbloccarmi e dirle quello che tante volte avevo immaginato di sputarle in faccia.
Le risposi quasi borbottando: “va bene”.
Lei era euforica: “ottimo! Allora oggi pomeriggio, cinema col mio ragazzo!”.
Mi diede un bacio sulla guancia e se ne andò.
Alle cinque uscimmo di casa e mezz’ora dopo eravamo seduti in una delle ultime file di un cinema del centro.
La sala era mezza vuota. “Strano”, commentai.
“Beh, è già da parecchi giorni che è in programmazione”, mi rispose mia madre, che si era seduta alla mia sinistra.
La guardai. Era bella come sempre. Forse ancora di più. Aveva indossato un completino bianco che le arrivava a mezza coscia, e un paio di sandali molto aperti, bianchi anch’essi, con tacco dodici, come sempre.
Cercavo di concentrarmi sullo schermo del cinema, anche se stavano ancora trasmettendo i trailer di altri film, ma non riuscivo a evitare di lanciare di tanto in tanto qualche occhiata alle sue splendide cosce e ai suoi piedi, così sensuali con le unghie tinte di bordeaux e il tribale sulla caviglia destra che mi aveva sempre mandato fuori di testa.
La prima mezz’ora del film riuscì a catalizzare la mia attenzione. Stavo quasi dimenticandomi delle gambe di mia madre quando, in concomitanza con una scena di paura, con i suoni delle esplosioni che venivano resi assordanti dall’impianto dolby del cinema e dal volume decisamente troppo alto, lei reagì allungano la sua mano destra sulla mia coscia sinistra, che strinse istintivamente con forza.
Mi voltai verso di lei, che aveva lo sguardo fisso sullo schermo.
“Che fai?”, le chiesi in un sussurro.
Mi guardò come ridestandosi da un sonno profondo e mi bisbigliò: “scusa, mi sono spaventata…”.
“Ok…”, le risposi aspettandomi che rimettesse la mano apposto. Ma i minuti passavano e la sua mano rimaneva immobile.
Il film sparì improvvisamente alla mia vista. Lo guardavo ma non vedevo nulla. Ero completamente concentrato sulla sua mano, il cui contatto era stato sufficiente per farmi ripiombare nei miei pensieri e nelle mie fantasie. Rividi mentalmente l’immagine del signor Mario che la prendeva per i capelli gridandole che le avrebbe sborrato nella fica, e sentii il cazzo farsi duro come non avrebbe dovuto.
E ancora più duro si fece quando sentii che mia madre stava spostando la sua mando leggermente verso l’alto, accarezzandomi la coscia in un movimento lento e delicato che nulla poteva avere a che fare con le immagini del film.
Le sussurrai: “cosa fai?”, ma mi accorsi che la voce mi tremava e mi si spezzava in gola.
“Ssshht…”, fu la sua unica risposta.
Provai a guardare lo schermo, ma non vedevo ancora niente.
Non ci potevo credere, ma la mano di mia madre si stava spostando lentamente in mezzo alle mie gambe.
Mi sentii gelare ed ebbi un tonfo al cuore talmente violento che pensai mi si fosse improvvisamente fermato.
Ero paralizzato. Non riuscivo a fare né a dire nulla.
Capii subito che non stavo sognando. Era tutto vero. Sentii distintamente la mano di mia madre sul cazzo. Me lo sfiorò leggermente, stando sopra i pantaloni. Me lo accarezzò dolcemente per alcuni istanti, e poi sentii la sua carezza farsi sempre più intensa. Credetti di morire quando mi impugnò con forza il cazzo da sopra i pantaloni e me lo strinse con decisione.
Riuscii a voltarmi verso di lei, che stava ancora guardando il film, come se niente fosse.
Non si accorse dello sguardo stralunato con il quale la stavo fissando, ma sentii il mio sussurro, che uscì istintivamente dalle mie labbra: “mamma… ma cosa fai?”.
Si voltò e, finalmente, i nostri sguardi si incrociarono. Vidi il verde dei suoi occhi brillare nel buio e venni sconvolto dal fuoco intenso che mi stavano trasmettendo. Mi diede un bacio leggero sulla guancia sinistra e mi soffiò di nuovo: “ssshhht…”.
Si voltò e ricominciò a guardare il film. Io feci altrettanto, ma il cuore non aveva ancora ricominciato a battere.
Sentii la sua mano muoversi leggermente sui miei pantaloni, su e giù.
Mi guardai in giro per vedere se qualcuno si era accorto del fatto che mia madre se ne stava con la mano in mezzo alle mie gambe, ma nessuno stava facendo caso a noi. Non so come, ma ebbi la lucidità per prendere la giacca che avevo appallottolato sulla poltrona vuota alla mia destra e me la misi addosso come fosse stata una coperta, in modo tale da nascondere quello che mia madre stava facendo.
Ero in uno stato di eccitazione totale. Non credo di aver mai avuto il cazzo così duro, e lei se ne accorse di sicuro, perché con un’abilità che mi stupii, ma che mi fece capire quanto fosse esperta di queste cose, con una mano sola e in pochi istanti mi sbottonò i pantaloni e mi abbassò la cerniera.
Non ci potevo credere. Mia madre mi stava infilando la mano sotto i pantaloni, sotto l’elastico delle mutande. La sentii calda, a contatto con la mia pelle, e mi parve di andare a fuoco.
Prese l’elastico delle mutande e lo spinse in giù, abbassandomele leggermente. Per un attimo pensai di aiutarla, e di spogliarmi da solo, li, in mezzo a tutti, ma il mio cervello era completamente paralizzato e non era più in grado di trasmettere alcun comando al resto del mio corpo.
Fece scivolare la mano lentamente, in basso, sotto le mutande e, lasciandomi completamente senza fiato, mi prese il cazzo in mano.
Sentii le sue dita stringersi su di me, mentre me lo tirava fuori e lo liberava al vento.
Mi ritrovai così, seduto al cinema, con la giacca distesa sopra di me a coprire il fatto che avevo i pantaloni e le mutande abbassate e con il cazzo durissimo che svettava verso l’alto, mentre mia madre me lo impugnava con forza.
Sentii la sua mano cominciare a muoversi lentamente su e giù, in un movimento morbido e caldissimo.
Non riuscivo ancora a crederci, ma mia madre mi stava facendo una sega in mezzo a tutti. Chiusi gli occhi e, istintivamente, mi abbandonai al piacere più intenso che avessi mai provato.
La sua mano prese a muoversi sempre più velocemente fino a raggiungere un ritmo intenso e sconvolgente. Mi stava masturbando con forza, con decisione. Sentivo il suo desiderio accompagnare il mio, in un momento di sesso tra madre e figlio che non avrebbe mai dovuto esserci.
Non so quanto durai, ma sicuramente non quanto avrei voluto. Sarei rimasto li a farmi segare da mia madre per ore, ma troppo presto sentii che stavo per godere.
Non so con quale coraggio riuscii a voltarmi verso di lei per sussurrarle: “mamma… così mi fai venire…”.
Lei mi guardò in fondo agli occhi e ricambiò il mio sussurro: “vieni, amore mio… vienimi sulla mano…”.
Le sue parole mi diedero il colpo di grazia. Mi sembrò di impazzire e mi sentii come colpito da un fulmine. Una scossa violentissima e sconvolgente mi attraversò tutto il corpo. Riuscii a non fiatare, ma avrei voluto urlare con tutta la forza che avevo in corpo.
Sentii l’orgasmo sconquassarmi, e fiotti di sperma uscirmi dal cazzo imbrattando la mano di mia madre, che continuava a muoversi velocemente su e giù.
Per un attimo credetti di morire. Poi, molto lentamente, riuscii a riaprire gli occhi e a riprendere fiato.
Mia madre rallentò il suo movimento, fino a fermarsi del tutto. Mi sentivo bagnato ovunque e mi resi conto di aver sborrato tantissimo. Le avevo coperto di sperma la mano, che ora mi stava accarezzando dolcemente il cazzo, passandola su tutta la sua lunghezza avanti e indietro, molto lentamente. Mi stava praticamente coccolando il cazzo, lasciando che il mio sperma ci unisse spalmandosi tra la mia pelle e la sua.
Rimanemmo così un paio di minuti, che mi parvero non finire mai. Poi lei ritrasse la mano e, con una naturalezza che mi sconvolse ulteriormente, prese un fazzolettino di carta dalla borsa e si mise a pulirsela tranquillamente. Si toglieva il mio sperma con la stessa semplicità che avrebbe usato se fosse stata sporca di cioccolato.
Ammirai ogni istante di quel suo gesto, così naturale e, allo stesso tempo, così tremendamente sensuale.
Si voltò e ci guardammo un’altra volta. Mi sorrise e mi diede un altro bacio sulla guancia. Poi si voltò e si rimise a guardare il film come se niente fosse successo.
Rimasi ancora a fissarla, troppo sconvolto per toglierle gli occhi di dosso. Ma quando mi accorsi che lei era tornata nel mondo della normalità, mi sistemai mutande e pantaloni e ricominciai a guardare lo schermo, cercando di ricordarmi quale film eravamo andati a vedere.
Un’ora dopo si riaccesero le luci in sala e, con un po’ di ritardo, capii che il film era finito. Mia madre si era già alzata. La seguii come un automa, completamente in tranche.
Mi svegliai solo quando salimmo in auto e mi ritrovai da solo con lei. La guardai e rimasi spiazzato dal verde dei suoi occhi e dall’accenno di sorriso che le si stava disegnando sulle labbra.
Esplosi le mie parole: “mamma! Cazzo! Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?”.
Reagì d’istinto: “Titty! Non usare quel tono con me! E poi mi sembra che ti sia piaciuto. Ho ancora tracce di sperma sulla mano…”.
Ammorbidii le mie parole ma insistetti: “ma porca puttana, mamma…”, abbassai la voce come se qualcuno ci potesse sentire: “ma ti rendi conto che mi hai fatto una sega?”.
“Beh? E allora?”.
“Ma come, ‘allora’? Ma cosa ti è preso?”.
“Non mi è preso niente! Mi è venuta voglia di toccarti il cazzo e l’ho fatto. Basta, chiuso”.
“Ma non si fa!”.
“Che cosa non si fa? Dare piacere provando piacere? E poi, chi lo dice che non si fa? La morale? La Chiesa? Da quand’è che sei così attento a quello che non si deve fare? L’ho fatto e basta!”.
Rimanemmo un attimo in silenzio. Poi lei mi chiese ancora: “dimmi solo una cosa: ti è piaciuto?”.
Dovetti ammettere le mie colpe, ma lo feci dopo lunghi istanti di silenzio: “si…”.
“Bene! E’ piaciuto anche a me! E adesso basta, non parliamone più. Sarà il nostro segreto”.
Accese il motore e partì.
Fu un viaggio silenzioso. Come silenziosi furono i giorni che seguirono e dei quali ebbi bisogno per riprendere lentamente una sorta di vita normale.
Con mia madre riprendemmo un po’ alla volta i discorsi di sempre, e non parlammo più di quanto era successo al cinema.
Tuttavia, la mia vita non poteva più essere la stessa. Passavo le giornate cercando di pensare alla scuola, agli amici e alle cose che dovrebbero riempire la vita di un normale ragazzo di diciotto anni, ma stavo solo cercando di illudere me stesso. Non riuscivo a togliermi dalla testa la sensazione sconvolgente del contatto con la mano di mia madre, il suo movimento sul mio cazzo, il mio piacere e quel senso di bagnato che quell’esperienza mi aveva lasciato sulla pelle.
Ogni giorno facevo una scappata in bagno alla ricerca delle sue mutande, e dedicavo i minuti successivi a darmi piacere stando seduto sul water, pensando ad ogni istante che lei aveva passato masturbandomi.
Quando ero in sua compagnia, quasi sempre da solo, mi sforzavo di mantenere una calma apparente, ma ero sicuro che lei si fosse accorta benissimo del mio turbamento.
Tutto cambiò la sera in cui alcuni amici ci invitarono a cena a casa loro, in riva al lago d’Iseo.
Era un sabato ed erano ormai passate tre settimane da quello sconvolgente pomeriggio al cinema.
Io e mia madre ci presentammo naturalmente soli, senza mio padre che se ne stava a Dubai per lavoro. Lei era bellissima. Ormai avevo rinunciato a resistere alla sua sensualità e ammettevo a me stesso con una discreta facilità il fatto che la sua femminilità non mi lasciava affatto indifferente.
Aveva indossato una camicia bianca e una gonna nera, come sempre piuttosto corta e, come sempre, accompagnata da un paio di scarpe nere con tacco a spillo alle quali i miei occhi non riuscivano ad abituarsi.
Fu una serata piacevole e normale, che passammo mangiando e chiaccherando con gli amici di mia madre e con i loro due figli, che avevano più o meno la mia età.
Le undici furono l’orario che mia madre scelse per dire che si era fatto tardi e che saremmo dovuti tornare a casa.
Capii subito che aveva bevuto abbastanza e le chiesi se fosse in grado di guidare.
“Certo, perché?”.
“Mi sembra che tu abbia bevuto un po’…”.
Si mise a ridere, e la sua risata accompagnò le sue parole: “si… ma non a sufficienza da impedirmi di tenere la macchina dritta…”.
Era allegra, e mi lasciai contagiare dal suo umore.
Per tornare a casa passammo da una strada che costeggiava la collina che dava sul lago. Era una bella serata di primavera, calda e profumata.
Eravamo partiti da dieci minuti circa quando mia madre fermò la macchina in un piccolo parcheggio isolato che costeggiava la strada e che dava a strapiombo sul lago.
Non c’era nessuna altra auto parcheggiata. Eravamo soli nel buio della notte.
“Perché ti sei fermata?”.
La sentii respirare profondamente: “guarda che panorama…”.
In effetti, il lago era una macchia scura incorniciata su entrambi i lati dalle luci dei lampioni che si sdoppiavano, riflettendosi nell’acqua, disegnandone le coste e trasmettendo un senso di calma e di profondità. Non c’erano nuvole, e le stelle che ci sovrastavano ricordavano alle luci terrestri che, per quanto belle potessero essere, mai avrebbero potuto competere con lo straordinario infinito che ci faceva da soffitto in quel momento.
“Vieni…”, mi disse mia madre. Non capii dove dovevo andare ma la sentii aprire la portiera. Scese dalla macchina mentre io rimasi immobile e confuso. La vidi girare davanti al cofano e venire da me. Aprì la mia portiera e mi prese per mano.
“Vieni…”.
Mi lasciai trascinare fuori e riuscii solo a chiedere: “dove andiamo?”.
Non mi rispose. Aprì la portiera posteriore destra dell’auto e mi spinse dentro. Poi entrò anche lei e si richiuse la portiera alle spalle.
Ci ritrovammo seduti sul sedile posteriore, io a sinistra e lei a destra.
“Guarda che panorama”, mi disse con una voce calma e profonda. “Non è bellissimo?”.
Ebbi solo il tempo per rispondere: “si…”.
Sentii la sua mano destra sulla mia guancia sinistra. Mi spinse a voltarmi verso di lei e, senza nemmeno darmi il tempo di capire cosa stesse succedendo, avvicinò velocemente le sue labbra alle mie e mi sbattè la lingua in bocca.
Non dimenticherò mai l’attimo in cui la sua lingua incontrò la mia. Chiusi gli occhi e mi abbandonai all’istinto.
Avevo già baciato altre ragazze, prima di quella sera, ma come baciai mia madre non avevo mai baciato nessuno.
Sentii la mia lingua impazzire a contatto con la sua, e mentre il sangue mi esplodeva nelle vene allungai la mano sinistra e la sprofondai nei suoi capelli. Gliela misi dietro l’orecchio destro e spinsi la sua testa contro di me, con tutta la forza che avevo.
Mi sembrava di impazzire. Entrai con la lingua nella sua bocca e credetti di affogare, quando sentii la sua saliva scendermi in gola.
Ci baciammo a lungo, senza dirci nulla. Ogni tanto un pensiero mi attraversava il cervello e mi diceva che, cazzo, stavo limonando con mia madre.
Fu uno di questi pensieri che mi spinse ad allontanarmi leggermente dalla sua bocca per sussurrarle: “oddio, mamma…”.
Mi rispose con una voce profonda che non avevo mai sentito e che mi mandò ulteriormente il sangue alla testa: “siii… Titty…”.
“Mamma… ma cosa stiamo facendo?”.
Lei non mi rispose ma si spostò sul mio collo, che prese a leccare dolcemente.
“Mamma… ma sei impazzita?”.
Non dimenticherò mai le parole che mi soffiò nell’orecchio destro: “dai, amore… tiralo fuori”.
Non ci potevo credere. Per qualche istante rimasi inebetito pensando ancora di non aver capito bene. Poi lei mi ripetè, sempre sussurrandomi nell’orecchio: “amore… tira fuori il cazzo…”.
“Ma mamma…”.
“Dai… che è da quella volta al cinema che non riesco a pensare ad altro…”.
“Mamma… ti prego…”.
“Titty… ho una voglia pazzesca del tuo cazzo… non ce la faccio più…”.
Detto questo allungò la sua mano destra sui miei pantaloni. La sentii con la stessa intensità che mi aveva dato al cinema. Lo prese e lo strinse con forza, sussurrandomi: “il tuo cazzo mi fa morire… lo voglio… amore, lo voglio adesso…”.
“Mamma… tu sei pazza…”. Queste furono le parole che uscirono dalla mia bocca, spinte dalla razionalità, ma senza che me ne potessi rendere conto, mentre parlavo le mie mani si erano mosse e, guidate dall’istinto, presero di mira il bottone dei miei pantaloni.
Lei se ne accorse e commentò il mio gesto, anziché le parole: “bravo, amore mio…”.
Ci misi pochi secondi a slacciarmi bottone e cerniera, a sfilarmi pantaloni e mutande in una volta sola, abbassandomeli fino alle caviglie.
Il mio cazzo schizzò fuori, duro come un palo, e mia madre lo prese immediatamente in mano, cominciando ad accarezzarmelo dolcemente.
“Oddio, Titty… hai un cazzo stupendo…”.
Al solo contatto con la mano di mia madre mi resi immediatamente conto di aver completamente ceduto. Buttai uno sguardo alla fantastica mano che avevo in mezzo alle gambe e che tanto avevo desiderato in quelle ultime settimane. La sola vista delle sue unghie smaltate di rosso che mi stringevano il cazzo mi mandò in estasi. Chiusi gli occhi, mi lasciai galleggiare in quello stato di splendida perdizione e non controllai più le parole: “siii, mamma…”.
Sentii la sua lingua perdersi sul mio collo, bagnandomelo di saliva, mentre con la mano cominciò a masturbarmi sempre più forte, sempre più velocemente, così come aveva fatto al cinema.
La sua voce, calda e morbida mi colpì dritto al cuore: “Titty… ti voglio tantissimo…”.
“Mmmhhh… si, mamma…”.
“Dai, dimmelo che anche tu mi vuoi…”.
“Oddio, mamma… siiii…”.
Mosse la sua lingua sulla mia pelle, arrivandomi in bocca. Ci baciammo ancora appassionatamente.
Non dimenticherò mai la sensazione della sua lingua che si muoveva all’impazzata sulla mia, dentro la mia bocca, mentre continuava a masturbarmi.
Mi accorsi che la mano che le stava toccando la coscia sinistra era la mia. Non so come aveva fatto a finire li, ma di sicuro stavo palpandola con una forza e una intensità sconosciute.
Si staccò dalla mia bocca e tornò a soffiarmi nell’orecchio destro: “bravo, Titty… toccami… dai, tocca la mamma…”.
“Cazzo, mamma… mi fai impazzire…”.
“Amore…”.
“Si?…”.
“Voglio farti un pompino…”.
Rimasi gelato e non riuscii a rispondere. Le parole mi si spezzarono in gola. Restammo qualche secondo in silenzio, come colpiti dalla gravità di quello che aveva appena detto.
Continuò: “dai… dimmi che lo vuoi…”.
Non riuscii ancora a parlare.
“Dai, Titty… chiedimi di farti un pompino…”.
Ci misi un secondo di troppo, ma ce la feci: “siii, mamma… dai, fammi un pompino…”.
Mi diede un leggero bacio sulla guancia e poi mi sussurrò: “adesso ti faccio impazzire davvero…”.
Gli attimi che seguirono furono i più sconvolgenti della mia vita. Ogni secondo mi si impresse a fuoco nella mente. Non dimenticherò mai il movimento della testa di mia madre e la vista dei suoi capelli biondi che si piegavano su di me.
Si mosse lentamente, lasciandomi il tempo di pensare che sicuramente il cuore non avrebbe retto. La vidi chinarsi sul mio cazzo, centimetro dopo centimetro. E poi l’attesa finì.
Venni improvvisamente avvolto in una sconvolgente sensazione di morbidezza che mi partì dal cazzo e mi attraversò tutto il corpo lasciandomi addosso un brivido che mi fece tremare intensamente.
Sentii le sue labbra sul cazzo e, un secondo dopo, la sua lingua cominciò a muoversi delicatamente sulla mia cappella. Me la leccò a lungo e fu come se ci stesse limonando. La sentivo dappertutto e, istintivamente, mossi la mia mano destra sulla sua testa. Le accarezzai i capelli, che sentii morbidi e lisci, e me la spinsi contro.
Lei assecondò la mia pressione e lasciò che il mio cazzo la penetrasse in profondità, fino in gola. Se lo prese tutto dentro, fino alle palle, che cominciò ad accarezzarmi delicatamente.
E poi si scatenò l’infinito. Mia madre prese a muoversi con la bocca su e giù sul mio cazzo, succhiandomelo, leccandomelo e dandomi un piacere sconfinato che mai avevo provato.
Non dimenticherò mai il primo pompino che mi fece mia madre.
Chiusi gli occhi e mi abbandonai completamente a lei: “mmmhhhh… mammma… oddio, siii…”.
Lei si tolse il cazzo dalla bocca solo un istante, giusto il tempo per sussurrarmi: “ti piace come te lo lecco?”.
“Cazzo, mamma… siii…”.
Se lo riprese in bocca, mentre io accompagnai quel momento con parole di cui non mi rendevo più conto: “siii… mamma… siii… così… dai, leccalo… leccalo cosììì…”.
E ancora: “mmmmhhh… brava mamma… cazzo come sei brava… oddio che pompino… mamma, siiii… mamma…”.
Fu il pompino più bello della mia vita. Continuavo a mugolare e ad accarezzare i capelli biondissimi di mia madre, mentre lei non se lo tolse più dalla bocca.
Andò avanti a lungo, muovendosi sul mio cazzo come nessuna donna aveva fatto prima di lei, e nessuna sarebbe stata capace di farlo dopo.
La stavo ancora accarezzando, lasciandomi perdere in quel mare di emozioni pazzesche, quando sentii l’orgasmo arrivare da lontano: “cazzo, mamma… sto per venire… oddio mamma…”.
Lei non ebbe alcuna reazione. Continuò a leccarmi come prima e prese a masturbarmi velocemente, mentre le stavo ancora in bocca.
Mi sentii scoppiare il cazzo, e le esplosi in gola.
“Siiii… mamma… siiii… vengo… cazzo vengo… cazzo ti vengo in bocca… aaahhhh… aaaahhh…”.
Sborrare nella bocca di mia madre fu l’esperienza più devastante della mia vita.
Sentii uno ad uno i mille schizzi che mi uscirono dal cazzo e che le finirono direttamente in gola. Al primo schizzo vidi la sua testa fare un leggero movimento all’indietro. Poi cominciò a deglutire, lasciando che il mio sperma le andasse fin nello stomaco.
Per un attimo credetti di morire, ma quando, dopo lunghi istanti, sentii l’orgasmo abbandonarmi, capii di essere incredibilmente vivo.
Cazzo, non riuscivo ancora a crederci, ma avevo appena sborrato in bocca a mia madre.
Sentivo il mio respiro affannoso come non lo era stato mai, e ci misi parecchi minuti per recuperare una normale respirazione.
Quando riaprii gli occhi, lei ara ancora li, in mezzo alle mie gambe. Si era tolta il cazzo dalla bocca e me lo stava accarezzando in una coccola delicata e indimenticabile.
Le passai la mano nei capelli, ricambiando la morbidezza che mi stava dando.
Rimanemmo a lungo così, toccandoci e godendo dei nostri corpi e del silenzio che ci circondava.
Fu così che penetrai per la prima volta la bocca di mia madre.
Ancora non sapevo che quella bocca, conosciuta in un’auto parcheggiata a strapiombo sul lago in una notte di primavera, mi avrebbe cambiato per sempre la vita.

  • CAPITOLO 2 –

“No!”.
Era questa la parola che continuavo a sentirmi ripetere da mio figlio.
Credevo che il pompino che gli avevo fatto in auto, di ritorno da una serata a casa di amici, avrebbe aperto le porte ad una relazione di sesso intensa e continuativa, fra di noi. E invece no.
L’avevo fatto godere, mi era esploso in gola. Mi ero lasciata riempire la bocca e avevo ingoiato il suo sperma sentendo che quel liquido aspro e vischioso che mi era finito nello stomaco aveva creato con lui un’unione folle e profondissima. E mentre me ne stavo ancora col suo cazzo in bocca e sentivo la sua mano accarezzare i miei capelli lunghi e biondi, avevo pensato che ormai saremmo diventati una coppia a tutti gli effetti.
Ma dopo quella notte, la razionalità aveva prevalso in lui. All’inizio non capivo, ma quando, approfittando del fatto che mio marito era ancora all’estero per lavoro, avevo provato ad infilarmi nel suo letto mentre stava per addormentarsi, mi allontanò parlandomi molto chiaramente: “mamma, smettila! Cazzo, non voglio mettere le corna al papà!”.
Dunque era questo. Nonostante i suoi diciotto anni di età, mio figlio Tiziano, per tutti Titty, sapeva essere molto più saggio di me. Il metro e settanta di donna che era sua madre, dal fisico perfetto e dagli occhi verdi che tanti uomini avevano saputo sedurre, nulla poteva contro la barriera impenetrabile che lui aveva alzato.
Dopo quell’ultimo e definitivo rifiuto passai diversi giorni in preda a mille pensieri contraddittori. Provai a comportarmi come lui, a lasciar prevalere la razionalità, e cercai in tutti i modi di autoconvincermi che quello che avevamo fatto era stata una follia.
Aveva ragione. Non avrei mai dovuto masturbarlo al cinema. E ancora meno avrei dovuto fargli un pompino in macchina. Nella nostra società e per la nostra cultura, una madre quarantenne e un figlio diciottenne non avrebbero mai potuto avere una relazione. Passavo le giornate pensando a questo, ma ogni volta che me lo vedevo girare per casa sentivo un brivido pazzesco nascermi in mezzo alle gambe e attraversarmi tutto il corpo.
Eravamo a maggio e il caldo che si cominciava a sentire lo portava a vestirsi sempre più leggero. E ogni centimetro di tessuto in meno che lui si metteva addosso era per me una nuova e difficilissima prova. Vedere il suo corpo ormai maturo, il suo metro e settanta di muscoli sempre tonici, i suoi capelli folti, di un colore castano chiaro, che teneva abbastanza lunghi e disordinati, e le sue mani, che trasmettevano un senso di forza, tipico della sua età, mi facevano girare la testa.
Mi bastava vederlo e i miei pensieri si abbandonavano immediatamente all’immagine del suo cazzo, lungo e durissimo, anche se sicuramente meno largo di quello di suo padre. Mi sembrava di sentirlo ancora in bocca, e mi trovavo a muovere istintivamente la lingua come se ce l’avessi ancora dentro. E poi il profumo della sua pelle, il suo respiro affannoso mentre glielo succhiavo, la sua voce che aveva preceduto di un secondo la sua esplosione, e quel sapore, il sapore del suo sperma che mi riempiva la bocca e che mi scivolava in gola, facendomi sentire tutta piena di lui. Erano questi i pensieri che mi devastavano il cervello ogni volta che lo vedevo, e che mandavano in frantumi le ore passate ad autoconvincermi che tra me e mio figlio non ci sarebbe stato più nulla. Sapevo che non lo faceva apposta, ma il suo modo di fare e di essere era per me una continua provocazione.
Per diversi giorni lottai con queste emozioni contrastanti, e la prima volta che crollai fu quando mi si presentò in cucina a torso nudo, vestito solo con un paio di pantaloni corti, chiedendomi se avevo visto la sua maglietta del Brescia.
Gli risposi, e quando uscì di casa, cedetti definitivamente all’istinto. Presi uno dei vibratori giganti con cui ogni tanto passavo il mio tempo, andai in camera sua e mi tuffai nel suo letto, lasciandomi immergere nel suo odore, e mi masturbai come una pazza. Non so quanto tempo passai con quell’arnese gigante nel mio corpo, immaginando che fosse il cazzo di mio figlio. Me lo misi ovunque, e mi fermai solo dopo aver raggiunto il terzo orgasmo. Fu in quel momento, mentre crollavo esausta sul suo cuscino e mi abbandonavo all’immagine del suo corpo, che giurai a me stessa di non arrendermi. Presi la mia decisione e capii che non sarei tornata indietro. Ci avrei provato ancora, e in qualche modo sarei riuscita a far sesso con mio figlio.
Sconvolta da questa nuova consapevolezza, affrontai i giorni seguenti in modo molto diverso da quelli che li avevano preceduti. Avevo definitivamente abbandonato ogni dubbio, ogni remora, e passai il tempo a pensare a come fare per portarmelo a letto.
Iniziai a girare per casa vestita in modo sempre più provocante. D’altra parte, il caldo estivo che si stava affacciando lo sentiva lui e lo sentivo anch’io. E come lui accorciava i suoi vestiti, io accorciavo i miei.
Divenne un’abitudine quella di farmi trovare in casa, al suo rientro da scuola, indossando scarpe con tacco a spillo, alle quali sapevo che non era indifferente, e gonne sempre più corte che mettevano in evidenza le mie gambe perfette e, soprattutto, il mio culo, che sapevo essere un richiamo irresistibile per moltissimi uomini. Avevo anche smesso di mettermi le mutande, in modo tale che lui potesse vedermi la fica quando mi sedevo sul divano tenendo sempre, chissà perché, le gambe aperte.
Ma anche queste provocazioni finirono nel nulla. Il Titty sembrava costantemente immerso nei suoi pensieri, nei quali non c’era spazio per sua madre. Mi evitava, lo capivo perfettamente, così come perfettamente capivo che non mi sarei arresa.
Cominciai a entrare in bagno senza preavviso, quando sapevo che lui era dentro, e più di una volta lo trovai in piedi davanti al water col cazzo in mano mentre stava pisciando; un’immagine che accendeva le mie fantasie come poche altre. Ma ogni volta lui mi gridava di andarmene e di lasciarlo in pace.
Non mi arresi, come avevo giurato a me stessa, e approfittai del ritorno di suo padre dall’ennesimo viaggio d’affari per passare ad un livello di provocazione ancora più alto.
Già la prima sera, quando andammo a letto, dopo una cena in cui mi ero presentata in minigonna e tacco dodici, mi feci trovare da mio marito particolarmente calda e pronta a soddisfarlo.
“Cazzo, Eva”, mi disse subito dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, “vestita così sei veramente eccitante…”.
“Beh, tesoro, sei stato via talmente a lungo che non ci sto più dentro…”.
“Non mi ricordavo di avere una moglie così figa…”.
Gli risposi d’istinto: “e devi stare attento quando sei all’estero. Prima o poi qualcuno che mi soddisfa al posto tuo lo trovo…”. Detto questo gli lasciai dare sfogo a tutti i suoi istinti.
E quando, pochi minuti dopo, mi trovai alla pecorina, completamente nuda, con mio marito che mi scopava da dietro, ansimando come una bestia, cominciai a fare la cosa a cui avevo pensato negli ultimi giorni.
Assecondando la sua eccitazione, mi misi a urlare sapendo perfettamente che la camera di nostro figlio era dall’altra parte del muro, e che lui avrebbe sentito tutto: “oddio… siiii… Carlo… siii… dai, scopami… scopami così… aaaahhhh… aaaahhh… aaaahhh…”.
Sentii le sue mani sui miei fianchi farsi d’acciaio, prendendomi in una morsa fortissima, si fermò un istante e mi disse: “ssshhhtt… ma che fai? Sei pazza? Così il Titty ci sente…”.
Non lo ascoltai nemmeno e continuai a urlare esattamente come prima: “e chi se ne frega!!! Dai, scopami… scopami, Carlo… scopami…”.
Ricominciò a muoversi, sconvolto dalla mia passione, ma mi sussurrò ancora: “ssshhhttt… abbassa il volume che ti sente…”.
Gli diedi retta alcuni minuti, senza dirgli che stavo urlando proprio per farmi sentire da lui e poi, per mandarlo completamente fuori di testa e fargli perdere il controllo, gli dissi: “dai, Carlo… sbattimelo nel culo…”.
“Oddio, siii… Eva, siii… cazzo, mi piaci un casino quando sei così porca…”.
“Bravo… dimmelo che sono una porca…”.
Me lo disse mentre sentivo il suo cazzo uscirmi dalla fica e le sue mani spostarsi sulle chiappe, che prese ad allargare con forza.
“Cazzo, tesoro… sei una porca pazzesca…”. Accompagnò le parole sputandomi sull’ano, che sentii immediatamente bagnato dalla sua saliva.
“Dai, Carlo… inculami…”.
“Oddio, Eva… siii…”.
Sentii la sua cappella appoggiarsi sul mio buchino, mentre il dolore che sempre accompagna la prima fase della penetrazione anale cominciava a farsi sentire, arrivando da lontano.
Gli sussurrai: “dai… prendimi…”.
Si mise a spingere, e quando sentii il suo cazzo entrarmi nel culo, ricominciai a urlare a squarciagola: “siii… oddio, Carlo… siii… dai, sfondami il culo!!! sfondami il culo!!! aaahhh… aaaahhh… aaaahhhh…”.
Non cercò di farmi abbassare la voce. Era troppo infoiato. Era sempre così quando mi lasciavo inculare da lui; andava completamente fuori di testa e non si accorgeva più di nulla.
E anche questa volta, mentre mi entrava nel culo in profondità e cominciava a muoversi con forza dentro e fuori, non si accorse che stavo urlando come una pazza nel tentativo di eccitare mio figlio, che stava sicuramente sentendo tutto e che, altrettanto sicuramente, se ne stava sdraiato a letto, con l’orecchio incollato al muro e con il cazzo in mano.
Continuai a gridare: “siii… dai… rompimi il culo… rompimi il culo…”, e intanto pensavo: “godi, Titty… dai, masturbati sognando la tua mamma… immagina di essere tu a sfondarmi il culo… godi, amore… godi…”.
E mentre pensavo questo, mi misi a godere io. Venni travolta da un orgasmo devastante e urlai tutto il mio piacere nella speranza che potesse essere accompagnato da quello di mio figlio. Immaginai che stesse venendo insieme a me, e mi abbandonai sul letto ormai completamente priva di forze, lasciando che mio marito continuasse a penetrarmi nell’ano.
Passai una notte agitata, e quando il mattino seguente incontrai il Titty in corridoio, lo accolsi con un sorriso malizioso, e cercai nei suoi occhi una luce che potesse mandarmi qualche segnale, ma anche questa volta, nulla.
Niente. Non c’era niente da fare. Mio figlio aveva deciso di non lasciarmi entrare nel suo mondo, e nulla sembrava scalfire la sicurezza che stava accompagnando quella decisione.
I giorni si susseguirono uno all’altro, uno uguale all’altro.
Eravamo arrivati a metà giugno e la scuola era finita, così come stavano finendo le mie speranze.
Tutto cambiò con la telefonata della Betty, una mia amica il cui figlio, Giulio, era in classe col Titty.
“Porto Giulio una settimana al mare, a Rimini”, mi disse. E mi propose: “ti va di venire anche tu col Titty?”.
Cazzo, pensai, questa è l’occasione finale.
“Certo che mi va!”, le risposi entusiasta.
Organizzammo tutto velocemente, prenotammo due camere in un piccolo albergo in centro a Rimini e due settimane dopo, ai primi di luglio, eravamo tutti e quattro in macchina diretti al mare.

… CONTINUA SU
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