Il prete e Francesca – parte I

Il prete e Francesca – parte I

Salve, chi vi scrive è don Mauro.

Sono un sacerdote vicino alla cinquantina, con alle spalle oltre vent’anni di onorato e zelante servizio a santa madre chiesa. Non sono bello come il padre Ralph di Uccelli di rovo, né come tutti i vari affascinanti attori che hanno interpretato il ruolo di prete. Sono stempiato e brizzolato, ho una discreta pancetta, le rughe sulla faccia e mani ruvide e consumate, da prete di campagna. Da sempre il mio essere è stato combattuto fra le pulsioni della carne e gli slanci dello spirito; fra l’anelito alla castità e le tentazioni impure. E da sempre ho ingaggiato strenuanti lotte per tenere a freno una natura lussuriosa e tenere imbrigliata un’indole libertina.

Nonostante i continui assalti del maligno ho però sempre opposto una fiera resistenza e fatto prevalere la forza dello spirito all’impeto dei sensi. Questo almeno fino a quando la “provvidenza” non mi ha mandato a fare il parroco in un noto e popoloso quartiere dove ho conosciuto Francesca, una cara ragazza molto attiva nella parrocchia, sempre cordiale e pronta a dare una mano con entusiasmo in ogni iniziativa. Francesca insegna il catechismo ai ragazzi del biennio quarta e quinta elementare, è sposata ed i suoi figli sono nel biennio seconda-terza.

È stato dunque qui, in questa parrocchia, dopo decenni in cui le mie battaglie sono state solo spirituali e cerebrali, che ho davvero conosciuto la furia dilaniante della lotta contro il demonio, quando questi si presenta sottoforma umana e carnale. E, nel mio caso, la peccaminosa tentazione si è presentata nelle forme sensuali e nelle carni lussuriose della bella Francesca. Carni che, impietose, hanno segnato la mia perdizione.

Ho percepito l’inizio del mio decadimento morale già la prima volta che l’ho vista, quando, dopo aver detto messa, ho fatto conoscenza con i vari aiutanti nella sala parrocchiale. Lei era lì, in disparte, a sistemare i foglietti delle funzioni raccolti dai banchi. Aspettava che tutti gli altri si presentassero e mi snocciolassero tutte le attività che svolgevano da anni in parrocchia, sembravano vecchi generali che tronfi gonfiano il petto nel raccontare le loro imprese. La cosa mi infastidì un poco, perché venendo dalla campagna avevo imparato che la fede e soprattutto le opere vanno vissute in maniera umile, non con autoesaltazione e boria. Finite quelle presentazioni, lei si avvicinò con una semplicità che percepii dal sorriso, luminoso e intrigante, sbarazzino ma rispettoso allo stesso tempo. Mi porse la mano e invece di elencare le sue attività si limitò a farmi sapere che potevo contare sulla sua disponibilità per qualunque aiuto servisse a me e alla parrocchia. Ecco, potrei dire che quel suo presentarsi così, e quel suo sorriso, non solo mi conquistarono (nell’accezione più innocente del termine, senza che ci fosse nulla di male) ma mi trasmisero anche un sentore inquieto. Un turbamento che inesorabile prese a scavare per fare strada al piano del demonio.

Qualche giorno appresso ero davanti la chiesa, la messa era finita, ero attorniato da alcuni fedeli e si discuteva circa l’organizzazione di un pellegrinaggio. Mentre parlavo con loro lei è passata e le parole mi si sono fermate sulle labbra, incespicando. Fortuna volle che la parlata spedita di un altro si sovrapponesse alla mia; la discussione stava facendosi incalzante e così nessuno notò la mia distrazione.

Per una frazione di secondo i nostri sguardi si sono incrociati, Francesca ha catturato la mia attenzione, il mio interesse, e poi lo sguardo è scivolato, come calamitato, sui fianchi mossi dal suo incedere deciso ma elegante e sul culo che si agitava fascinoso sotto la gonna verde del tailleur. Ho distolto lo sguardo da lei prima che gli altri se ne accorgessero, e ho sorriso. Fingevo di ascoltare il loro discutere mentre prendevo atto che il demonio, per battermi, aveva calato il carico da undici.

Da quel momento non ho smesso di pensare al suo corpo sinuoso e a quella camminata sensuale che hanno imbrigliato i miei pensieri, e continuando a vederla a messa e a catechismo ho sentito sempre più chiaramente che la mia sconfitta era segnata.

Un pomeriggio celebrando messa la vidi nei banchi più lontani, in mezzo a tanti anonimi fedeli. Ero nel pieno dell’omelia e scorgerla mi stava nuovamente distraendo. La mente mi riportò a quella camminata fuori dalla chiesa, così innocentemente provocante; a quelle gambe snelle e alle forme mozzafiato di quel culo, che coperto dalla gonna aderente prometteva ammiccante qualcosa di paradisiaco. Quelle immagini mi si accavallarono nella testa rischiando di farmi andare nel pallone. Mi ripresi subito completando la predica, consapevole però di quanto impari fosse già diventata la lotta tra lo spirito e il desiderio di quel corpo. E quella stessa sera, mentre vinto dalle incessanti e indecenti fantasie su di lei mi masturbavo in piedi davanti al wc, decisi che, accertata ormai la supremazia del demone in me, tanto valeva lasciargli trasformare quella vittoria in un trionfo.

La vita di parrocchia proseguiva nella maniera più tranquilla possibile, mentre interiormente ero in preda alle più insane e deviate fantasie. Francesca svolgeva il suo ruolo di catechista con uno zelo impeccabile ed inoltre si rivelava un’ottima organizzatrice di pellegrinaggi e di attività di svago per i ragazzi. In pratica me la vedevo sempre intorno, quando non era al lavoro era più qua che a casa, anche perché il marito per lavoro stava spesso fuori per più giorni di fila e i figli erano inseriti appieno nell’oratorio.

La sua presenza era una tentazione continua, una tentazione di cui non potevo ormai fare a meno. Non cercavo più di rifuggirla e di allontanarmi da lei come avevo fatto all’inizio, ma, al contrario, avevo preso a starle il più vicino possibile, perché avevo scoperto che mi faceva stare molto meglio accettare la sconfitta e godermela, piuttosto che ingaggiare inutili battaglie per tenere lontano lei e il peccato che vedevo in essa rappresentato.

Sarebbe anzi meglio dire che avevo fatto in modo che fosse lei a starmi più vicino, e per riuscirci avevo attuato una ridistribuzione dei ruoli nel consiglio parrocchiale, assegnando a Francesca compiti tali da portarla spesso a consigliarsi con me.

Era inevitabile che prima o poi sarebbe successo qualcosa. Era ciò che volevo, e successe una sera in cui Francesca si tratteneva più degli altri, per concordare con me il programma di un campo scout estivo. Lei stava in piedi, davanti ad una fila di banchi come quelli di scuola, indossava lo stesso tailleur verde della prima volta che aveva acceso le mie indecenti voglie e stava leggermente chinata sul banco a prendere gli ultimi appunti. Io stavo dietro e passeggiavo nervosamente per la sala. Quel tailleur mi aveva innervosito ed eccitato, fissavo quella gonna aderente, constatavo quanto modellava e risaltava alla perfezione il suo culo, passando avanti e indietro lanciavo occhiate allo spacco che mi mostrava ammiccante uno stacco di coscia niente male, e mi convincevo che non per caso lei lo indossava proprio quella sera. Con un assurdo ragionamento sono arrivato ad inquadrarla non più come un inconsapevole strumento del demone che da settimane mi tormentava, ma come una sua crudele complice. Non c’era in me in quel momento il sentimento di resa al peccato, ma piuttosto una strana voglia di dimostrargli che alla fine potevo giocare sporco anch’io, e così mi sono avvicinato a Francesca, mi ci sono praticamente buttato addosso. Ha fatto appena in tempo a girarsi verso me e ha fissarmi sorridente e sorpresa, poi si è vista sbattere sul banco, piegata dalla mia mole che la sovrastava. Ha cacciato un urlo e un “ma, padre!…”, io le ho messo la mano sulla faccia tappandole la bocca, lei si lamentava con urla soffocate mentre le ho tirato su la gonna che si è strappata lungo lo spacco, ho sentito le sue cosce lisce e sono arrivato al suo culo morbido che ho palpato senza alcuna decenza. Gliel’ho palpato a lungo, con lei che stava piegata a novanta gradi ed io addossato sopra non le davo modo di liberarsi del mio peso. Per un po’ dava scossoni per divincolarsi poi l’ho sentita sempre più arresa, alla fine mi lasciava frugare oscenamente nelle sue intimità, ero passato dal palparle rude e avido il culo ad esplorarle la fica infilandoci le mie grosse dita, i suoi lamenti si facevano sempre meno rabbiosi e convinti, diventavano dei mugolii non più di fastidio ma di piacere, ansimava ogni volta che spingevo e affondavo le dita nella sua fica, avevo iniziato con uno e poi erano diventate tre, e l’ho scopata così per un bel po’ e la sua fica era stretta, calda, avvolgente, e bagnatissima. Questa cagna del demonio colava i suoi umori lungo le cosce, oltre ad avermi inzuppato le dita. Le ho sfilate dalla sua peccaminosa fessura e me le sono succhiate avidamente, ma quel suo sapore indecente, per quanto fosse inebriante, non mi bastava e così armeggiando ansante mi sono tirato su la tunica nera lunga fino ai piedi e mi sono sbottonato i pantaloni. Avevo intanto levato la mano dalla sua bocca e Francesca non si era messa ad urlare, ma restando piegata a novanta gradi ansimava senza opporre resistenza. Le ho spinto in fica il mio arnese duro e lei ha sussultato poi ha ansimato quando ho preso a stantuffarle dentro i miei colpi regolari e inesorabili. L’ho scopata un bel po’, la cagna del demonio, e un momento prima di venire l’ho tirato fuori da lei.
Fine Parte I
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