Il pipistrello (atto I, scena I)

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Il pipistrello (atto I, scena I)

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Nella sala viola risuonavano le convinte note della sonata in sol minore di Scarlatti. Sullo sgabello sedeva Alfred, il maestro di pianoforte della signora Rosalinde. Ella stava seduta al suo fianco. Guardava le dita affusolate scorrere veloci sulla tastiera.
Alfred era un uomo di quarant’anni, dal fisico molto prestante dovuto alla pratica della scherma e dell’equitazione a cui ancora si dedicava. Si manteneva da vivere grazie alle lezioni di piano che teneva alle signore dell’alta società viennese. Un successo non del tutto dovuto alle sue doti musicali. Si narrava che fosse l’amante occasionale di svariate dame, ma, è probabile, fossero voci disperse da mariti gelosi e altrettanti amanti respinte.
Talento nel discorrere e nell’intrattenere ne aveva e ovviamente ciò gli aveva procurato fama e interesse. I suoi studi giovanili di conservatorio ne avevano solo esteso le capacità e le opportunità.
“Forza, ora provate voi. Iniziate dalla prima battuta” disse, alzandosi e regolando il metronomo.
Rosalinde sistemò con decisione la veste e si mise al centro della postazione. Alfred, da dietro, le fece un cenno. Senza esitare, la donna si mise all’opera dimostrando una certa bravura. Le dita sostenevano il ritmo moderato, ma deciso, gli arpeggi, le note ribattute e l’agilità complessiva. Erano settimane che provavano sulla medesima sonata e il risultato riempì d’orgoglio il maestro. Un accenno di sorriso e un ammiccamento di compiacimento si disegnarono sul volto della donna.
Era, a quel tempo, una splendida donna di quasi trenta anni. Il collo affusolato sosteneva un grazioso viso appena appuntito da zigomi imporporati dalla foga dell’esecuzione. Gli occhi turchesi erano incorniciati da folti capelli corvini raccolti appena sopra la nuca. La pelle bianca esaltata dalla profonda scollatura del vestito che metteva in mostra i generosi seni.
Mentre la sonata volgeva al termine, Alfred le pose le mani sulle spalle, Rosalinde, pur concentrata sul finale, sorrise. All’attacco dell’ultima battuta, le labbra dell’uomo si appoggiarono docili sul collo eburneo dell’allieva. Rosalinde ebbe un lieve tentennamento sull’esecuzione, ma si riprese, trattenne le mani sui tasti appena battuti e proseguì sul finale. Indugiò un poco le mani sui tasti, pervasa da una vampa di calore, ruotò il volto incontrando la bocca di Alfred. I due si alzarono in piedi. Le lingue si intrecciarono mentre nella stanza il silenzio improvviso fu rotto solo dai loro languidi sospiri.Nella stanza accanto, la cameriera Adele si accorse della sonata terminata e soprattutto dall’assenza di dialoghi tra i due. Di solito non solo non si sarebbe intromessa nel privato dei propri padroni, ma nemmeno si sarebbe soffermata interessata. Quella mattina, invece, un certo languore l’aveva invasa ben sapendo quali tipo di lezioni il signor Alfred stava impartendo: gli incontri tra i due le avevano innescato una serie di congetture a riguardo.
Lo stesso languore la spinse prepotente a spiare attraverso un foro che veniva usato per anticipare i desideri dei padroni da innumerevoli generazioni di camerieri. La scena che vide fu oltremodo interessante.Rosalinde, in ginocchio, e completamente nuda, ingoiava famelica il prodigo arnese di Alfred. Adele non ne vedeva il volto, ma poteva immaginarlo soddisfatto per via dei sospiri che udiva. Sorretto dietro dalle braccia sul tavolo protendeva la verga verso le labbra dischiuse dell’amante. Verga lucida di saliva che ora si mostrava ora scompariva nell’avida bocca. La signora si sorreggeva stringendo le gambe dell’amante e imboccando e lappando con dovizia il cazzo gonfio e duro.
Con la mano sinistra, delicata e bianca, afferrò l’asta, prossima al massimo splendore, mentre la lingua saettava tra il glande e frenulo.
Fu naturale per Adele avvertire il proprio sesso pulsare bagnato come poche altre volte. La mano destra scomparve dentro il grembiule facendosi largo tra gli indumenti. La fica era umida e la voglia di stimolarsi e di ricevere adeguata attenzione si fece prepotente.
I due amanti intanto avevano cambiato posizione. La padrona, gomiti sul tavolo, mostrava il delizioso didietro al vizioso Alfred. Questi, accovacciato, teneva naso e bocca incollati tra il sesso e le natiche suggendone le stille di piacere. Adele infilò due dita nella fica con solerzia, ma ancora indecisa se lasciarsi andare, osservava la bocca della signora contratta dal piacere mentre Alfred, aggrappato al reggicalze, ispezionava con foga i suoi pertugi. Il medio e l’indice del maestro indugiavano l’esplorazione tra le grandi labbra che luccicavano di saliva e umori.
I sospiri della contessa divennero più vigorosi e rumorosi. Aveva sciolto il crocchio di capelli e il suo volto vi era scomparso accasciata, com’era, sul piano del mobile.
Quando lo ritenne opportuno, e senza attendere oltre, Alfred si alzò, prima scorrendo con misurata lentezza tra le natiche la trave paonazza e poi, percuotendo con essa le bianche rotondità della signora che si andavano infiammando.
“Avanti, Alfred. Fottetemi come fareste con la vostra puttana preferita!” disse voltandosi la contessa.
“Rosalinde, voi mi fate impazzire.”
“E voi siete in grado di farmi diventare una insaziabile prostituta. Ho voglia di voi. Avanti, scopatemi con foga e violenza”
I sospiri e le parole di Rosalinde furono interrotti da un urlo strozzato allorquando Alfred la penetrò non brusco, ma deciso. Stazionando l’asta ben piantata prese possesso con le mani i fianchi dell’amante e quindi iniziò a martoriare e a sbattere con un subitaneo e allegro ritmo il corpo della donna. Adele vide il poderoso cazzo scomparire tra le labbra infuocate della signora.Adele non aveva mai visto un uomo sbattere una donna con tanto vigore e forza e resistenza. Sì, resistenza. La successione impressionante di colpi senza soluzione di continuità stava già montando il primo orgasmo alla signora Rosalinde, ma il ritmo non dava cenni di stanchezza né cedeva la forsennatezza con cui l’addome di Alfred sbatteva sulle natiche arrossate della donna.
L’orgasmo arrivò: Rosalinde fu investita da un fremito colossale che la fece smettere di respirare, le unghie annaspando sul piano della scrivania come per aggrapparsi e non essere proiettata nello spazio. Tuttavia, gli incessanti colpi continuavano e la donna fu costretta, suo malgrado, a tornare alla realtà.
Anche Adele, che ormai si martellava il sesso con tutta la mano e senza ritegno né paura di essere scoperta, venne spruzzando umori sulla sedia su cui era appoggiata. Si morse la spalla per non urlare infliggendosi così una ferita sanguinante. Dopodiché cadde all’indietro perdendo conoscenza.
Rosalinde, intanto, fu travolta da maremoti di piacere. I colpi, una macchina infernale che la incendiava dentro, si susseguivano incessanti. Il sesso ormai martoriato.
“Un’ultima volta! Fa-te-mi mo-ri-re un’ul-ti-ma vol-ta e poi FI NI TE MI!” Incurante di una tale supplica l’uomo la colpiva come un ossesso, la donna, un’altra volta, prossima al parossismo, le natiche infuocate dallo sbattere.
Alfred estrasse la verga grondante di umori e la diresse senza indugio nello sfintere. Forzò un poco e poi con violenza sprofondò tutta l’asta. Rosalinde emise un grido acuto agitandosi come indemoniata. Alfred rimase immobile accarezzando la curva snella della schiena e spingendosi in avanti sorreggendo a coppa il seno marmoreo della contessa. Poi, schiaffeggiando il culo sodo della signora e alzando un piede sullo sgabello, prese a montarla. Furono una dozzina di colpi micidiali in cui Rosalinde perse il controllo urlando oscenità di ogni tipo.
“Spaccatemi il culo, Alfred! Possedetemi!”
Proprio a quelle grida, Adele si ridestò ancora sconvolta dal proprio orgasmo e in tempo per osservare la padrona inculata dal maestro di piano. Raccolse una spazzola dalla cassettiera e si infilò veloce il manico menando gran colpi. Lei e Rosalinde vennerò all’unisono. Le grida dell’una sovrastate da quelle dell’altra.
Alfred si avvicinava anch’egli al traguardo. Menava dei gran colpi, le urla della contessa Rosalinde continuavano imperterrite. Il maestro strizzò i capezzoli appuntiti dalle grandi areole, il ritmo era quello di un gran finale di concerto. “Vi riempio del mio nettare, splendida Rosalinde.” Urlò.
“Fatelo” urlò di risposta la donna che aveva raggiunto l’ennesimo orgasmo sconquassante.
Alfred le strinse i fianchi, rallentò esasperando il ritmo, e venne grugnendo come una bestia della foresta scaricando il seme nelle viscere della propria amante.
Estrasse il cazzo in fiamme. La signora, pur malferma per l’intensità del godimento e colando sperma dal buco del culo, si girò e ingoiò famelica le ultime gocce di nettare ripulendo il cazzo equino del proprio amante.
“Dio”, fece tra una lappata e l’altra ansimando, “Voi siete il miglior stallone di tutta Vienna. È ingiusto che non possa avervi con me ogni qualvolta lo desideri.”
“Ah, mia cara. Ogni vostro desiderio sarà un’ordine da soddisfare.” disse avvolto in una sensazione di benessere.
Il cazzo intanto, da gran amante qual’era, non cedeva tenuto operante dalle labbra della contessa.
“Vostro marito, stasera parteciperà al ricevimento del principe Orlofsky? Ci va tutta la città!” disse Alfred, a cui era venuta una certa idea.
“Dovrei andarci anche io, ma il conte, e ve lo dico in segreto,” mentre leccava come prelibatezza l’enorme spiedo del maestro, “dovrà presentarsi in carcere proprio stasera.”
“In carcere? Ma allora…” l’idea di Alfred prendeva sempre più corpo e sostanza, la stessa che emanava dal suo cazzo di marmo, enorme e durissimo. “Potremmo vederci, trascorrere una notte insieme. Congedate la domestica e casa vostra sarà tutta per noi!”
“Non ci avevo pensato! Siete davvero geniale.” disse stupita e felice la contessa. “Festeggiamo: scopatemi di nuovo!”
E sdraiatasi sul tavolo alzò le gambe sulle spalle dell’uomo come un consumata puttana, allargò la fica. Alfred la penetrò senza tanti preamboli e con la consueta bravura.Intanto Adele sconvolta dall’intensità del piacere provato, si era alzata facendo il minor rumore possibile. Non che i due amanti potessero sentirla, così coinvolti dal godimento dell’amplesso. Raccolse i propri vestiti e si allontanò.
 


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