Grandi magazzini

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Ieri ai Grandi Magazzini di Abbigliamento ho avuto la tentazione di andare oltre.
Io e Carlo siamo una coppia molto affiatata in tutto: nelle situazioni di vita quotidiana come pure di lavoro; ed anche nella nostra intimità vissuta sempre con grande spontaneità, dolcezza e passione e, alle volte, anche giocosamente. Quando capita ci concediamo anche alcune fantasie tanto per dare delle piacevoli varianti a dei rapporti comunque sempre completi ed appaganti: e cosi pensare a rapporti multipli, penetrazioni di ogni genere piuttosto che rapporti con trans e con lesbiche condite qua e la con parole molto colorite; e pure fantasie su situazioni di qualcuno che, guardandoci, si masturba fino all’orgasmo.
D’altronde la fantasia, se gestita con intelligenza, non ha mai nuociuto a nessuno; anzi.
Carlo da sempre mi ha espresso il suo desiderio, più che latente, di provare a maneggiare e succhiare un membro più o meno giovane, di assaggiarne il sapore e la consistenza e berne il frutto caldo e cremoso del godimento; e secondo me sarebbe anche bravo a manovrare un pene visto l’impegno e la capacita che ha quando ci è capitato di usarne uno di gomma per goderne insieme; tanto da portarmi a ipotizzare a precedenti rapporti con altri maschi; sempre negati.
E dietro suo invito anche io ho espresso il desiderio di essere apprezzata dalla bocca di una femmina; una donna che esplorasse il mio corpo, mi carezzasse il seno e i capezzoli e mi baciasse la topina; pensando anche di provare il sapore di una vagina eccitata invidiando Carlo ogni volta che lo faceva sapientemente su di me.
Era un desiderio che solo con lui avevo palesato pur avendo già provato, da giovane in una palestra, le attenzioni di una giovane amica coetanea che da sempre mi faceva tremila complimenti e che, durante la permanenza negli spogliatoi, scherzando del più e del meno, da dietro aveva cominciato ad accarezzarmi i capelli e a massaggiarmi la nuca e poi, scendendo, a palpeggiarmi il contorno dei seni fino a stringere fra le dita i capezzoli che, a quel punto diritti, avevano palesato piacere ed eccitazione; e una volta che mi ero seduta sulla panchina dello spogliatoio, totalmente rapita e posseduta da quella giovane femmina, non vedevo l’ora che appoggiasse le sue labbra e la sua lingua sulle mie carnose e bagnate intimità e che mi facesse godere con la bocca che quella stava appoggiando su di me; ma quell’occasione svanì con l’ingresso nello spogliatoio di quella bigotta di Jessica, la mia vicina di casa, tanto bigotta quanto mignotta, che ci salutò interrompendo l’idillio di piacere, lasciandomi l’amaro in bocca (e nella fica) tanto che, al mio arrivo a casa, mi sdraiai sul letto per massaggiarmi la clitoride e sfogare quel godimento che mi era rimasto in corpo.
Si, perché già da quell’età, parlo dei miei ventidue, non era rara l’occasione per toccarmi e godere del mio corpo carino e con le giuste forme: a volte eccitata da una qualsivoglia immagine, canzone situazione e, perché no, da un rapporto con il solito bello che non balla o, meglio, non sa farti “ballare”; ma avrò modo di parlare in modo più particolare di quanto da sempre apprezzi il mio corpo e il piacere di farsi da se.
Insomma dicevo che avevo la tentazione di andare oltre perché ero eccitata ammorrire dal continuo messaggiare che Carlo mi aveva fatto tutta la mattina con frasi e parole sensuali ed eccitanti che avevano portato il mio corpo, e ancor di più il mio cervello, a cercare uno sfogo di piacere qualsiasi esso fosse.
Nel pomeriggio uscì per fare un salto ai Grandi Magazzini di Abbigliamento per vedere qualche capo di abbigliamento.
Stavo dando un’occhiata ai vestiti esposti e mi ero lasciata distrarre dall’esposizione dell’abbigliamento classico; tailleur, gonne a tubo, un twinset anche se il mio obiettivo era qualcosa di casual.
Avevo cercato qualcuno che mi potesse dare una mano e chiesi ad una commessa che avevo notato essere molto gentile con le clienti e disponibile ad aiutarle nella scelta.
Dopo aver descritto le mie esigenze, mi aveva proposto una maglia e una gonna pantalone; sempre con gentilezza ed estrema pazienza ascoltando ogni mia esigenza e perplessità.
“Prego Signora si accomodi ai camerini che vengo a darle una mano”
“Grazie lei è molto gentile” risposi accettando la disponibilità mostrata.
Provando il pantalone classico in camerino notai che dietro calzava un po’ largo.
“Non le sembra un po’ largo dietro?” chiesi alla commessa facendole notare la poca aderenza del capo.
“A dirle la verità mi sembra che le stia a pennello. Faccia una cosa: ci provi sopra la maglia che ha preso cosi vediamo come stanno insieme.”
“Va bene, ha ragione, la provo subito”.
Chiusi la tenda del camerino per indossare la maglia e guardandomi allo specchio vidi che stavo bene.
Mi accorsi che la commessa che aspettava fuori dal camerino stava guardando interessata tutta la scena della mia vestizione da una fessura della tenda non chiusa perfettamente.
Da un imbarazzo iniziale la cosa mi piacque e decisi di provare a giocare sulla situazione.
“Come va Signora ?” chiese la commessa da fuori.
“Sembra bene. Un attimo è ho finito” dissi cominciando ad essere intrigata sull’avvenire.
Cosi, per gioco, da sotto la maglia sfilai il reggiseno; bhe, in quel modo le mie tette apparivano formose e i capezzoli evidenti.
Levai la mutandina facendo aderire il più possibile il pantalone dentro la spacca: a quel punto ero fradicia e fantasticavo.
“Eccomi, guardi un po’ lei; che ne pensa ?” dissi scostando la tenda per farmi guardare.
“Secondo me le sta tutto benissimo. Anche dietro il pantalone, vede ?” mi disse carezzandomi un fianco lasciandomi delusa dalla sua indifferenza.
Mi ero illusa ed eccitata da uno sguardo di una commessa che chissà quante clienti vedeva e consigliava e, per dare il giusto consiglio, guardava scrupolosamente.
“Anche dietro le cade perfettamente e le fa delle belle forme” continuava a parlare passandomi entrambe le mani sulle natiche per accompagnare il capo sul mio corpo fino alle gambe.
“E non c’è neanche bisogno di fare l’orlo, vede ?” mi disse una volta inginocchiata davanti a me facendo aderire il fondo del pantalone ala scarpa.
Da sopra la guardavo e da sotto lei mi fissava.
Il naso e la bocca erano giusto all’altezza del mio pube che sentivo odorare di desiderio.
Fu un attimo: da quella posizione con gentilezza la commessa mi abbasso il pantalone avvicinando il viso al mio monte di Venere.
Con le dita mi divaricai le labbra della vagina, pronta per essere assaggiata, e in un attimo la commessa si trovo a tu per tu con le carni rosa del mio sesso e lo baciò con passione.
“Signora che bel pelo rosso e che topa di tutto rispetto” mi disse quella.
“Se ti piace, leccamela un tesoro, fammi sentire la tua lingua” dissi a quella che finalmente si era rivelata una gran troietta.
“Non vedevo l’ora che me lo chiedesse… uhm, uhm” mugugnava con la faccia completamente impastata dalla mia figa fradicia e schiumosa.
Mentre avevo cominciato ad accarezzarmi i seni e i capezzoli turgidi quella mi leccava il clitoride giù fino alla vagina infilandomi a tratti la lingua nello sfintere con dei colpetti di lingua dentro il buco.
Con le mani le afferrai il capo come a volermi scopare quella bocca avida e vogliosa dei miei piaceri e lei insisteva con ritmo sempre più incalzante sul mio clitoride leccandolo per intero e prendendolo in bocca come a spompinare un piccolo cazzo.
“Non ti resisto più troia” dissi in preda al massimo dell’eccitazione pronta a esplodere in un orgasmo da femmina in calore.
“Uhm, uhm, dai… mi scopi la bocca e goda con la mia lingua nella bocca di questa troia”
Ormai il ritmo della scopata di quella bocca era esasperante finche scoppiai il mio piacere pisciando quella bocca dei miei orgasmi.
Ancora sconvolta vidi Alice che si ricomponeva mi salutava con uno sorriso e un bacio a distanza e usciva dal camerino.
Una volta rivestita mi recai alla cassa per pagare i capi acquistati.
“La direttrice, Alice, ha detto di non preoccuparsi che vi sistemerete la prossima volta”…
Non so se ci sarebbe stata una prossima volta.
O meglio: forse non con quella ma di sicuro un’altra bocca affamata o una fica da leccare non l’avrei più disdegnata.

 

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