col cuore?

col cuore?

A quarantacinque anni è duro realizzare che il proprio matrimonio è fallito; anzi, nemmeno quello; che è diventato l’ombra più pallida di quello che si cercava in quell’unione, e che sarebbe continuato così.
Da anni silenzi, incomprensioni ed indifferenza ci avevano allontanati, ed il sesso, mai stato eccezionale, era diventato una cosa triste e vagamente squallida, un po’ come bere acqua calda quando si ha sete, o qualcosa del genere, se rendo l’idea…
E proprio in quel momento, invece di lasciarmi andare nel morbido bozzolo dell’indifferenza, come molte mie amiche, ero più calda che mai.
Che posso dirvi, gli ormoni? Il colpo di coda della sessualità prima della menopausa? Non saprei, ma mi ero ritrovata a guardare gli uomini con un appetito che a vent’anni non mi sarei sognata; li guardavo, e pensavo a come sarebbero stati sotto i vestiti, nudi, possibilmente eccitati e con un bel cazzo in erezione.
Mi sono sempre piaciuti i tipi alti e grossi (chiaramente mio marito era tutto il contrario) e guardavo i muratori, gli operai, e qualunque rappresentante della categoria come un cane affamato guarda un osso pieno di polpa.
Mi ero appassionata per disperazione alla pornografia, e a volte nell’onda dell’eccitazione avevo cercato di dare una scossa al mio lui, senza dirgli che poco prima mi ero guardata un breve video in cui la ragazza di turno veniva sfondata in tutti i buchi, perchè si sarebbe offeso e risentito.
Ma la sua reazione era sempre la stessa.
Non è che gli dispiacesse fare sesso, ma anche considerando con affetto tutti gli anni passati assieme, non posso non dirvi che lo faceva da schifo, e non molto spesso..
Da quasi sempre, purtroppo…
La fica, lui non la leccava, manco se me l’ero lavata un istante prima con tutto il sapone del mondo, e anche toccarla era un problema, perchè poi aveva le dita bagnate di me, e questo non gli andava per niente a genio.
Mi ero offerta più volte di succhiargliele per ripulirle, le dita, ma mi aveva guardato con un orrore che era perdurato negli anni, ogni volta che avanzavo quella richiesta.
I baci erano sporadici, e si limitavano alla bocca…il collo, le orecchie, i seni, qualunque altra zona per lui era off-limits.
Parlare, poi, era una bestemmia, nè prima, nè durante, e dopo, poi…
Credo che a questo punto mi avrete capito; il mio lui era uno che amava fare solo una cosa, anzi, due, e cioè farsi fare un pompino e mettere il cazzo nella fica.
Molto raramente nel culo, e senza troppo entusiasmo.
Punto.
Tutto il resto, era una cosa che non gli era mai interessata e che se insistevo a chiedere lo faceva infastidire.
Così, cominciai a non chiedere più, ad accontentarmi di essere scopata male e per poco, perchè, ciliegina sulla torta, non era un tipo che durasse.
Scopata male e per poco nel nostro letto e senza nessuna fantasia.
Come essere alla catena di montaggio di un qualsiasi macchinario, per capirsi…anno dopo anno.
Sono sicura che sarete abbastanza scaltri da comprendere che questa cosa pian piano mi aveva fatto sentire uno schifo; non poter chiedere, non poter avere quello che mi piaceva, non poter giocare, o sperimentare…
L’amore smuove le montagne, dicono, però, e finchè lo amai gli fui fedele, e lo accettai per come era.
Vi chiederete: e lui? Non lo so, ebbi più di qualche qualche sospetto, ma non volli nemmeno controllare, avrebbe fatto solo più male, molto molto più male.
Continuai finchè non capii che ormai l’amore era finito, anzi morto e sepolto, e coi fori sulla tomba avvizziti.
A quel punto dopo una lunga riflessione, mi dissi “adesso basta”.
I figli erano ormai grandi, e non mi calcolavano più, tutti amici e computer, il loro papà era fuori spesso per lavoro, ed io ero piena d voglia di scopare ancora un po’, e stavolta, per bene.
Mi resi vagamente conto di quanto mi era mancato appena pensai di farlo davvero con un uomo che non era mio marito.
Il pensiero di essere baciata sul seno, sul collo…l’idea di un uomo che mi leccava tra le cosce…il solo pensiero mi faceva impazzire.
Non pensavo di lasciarlo; tutto quello che avevo era stato messo in una ditta gestita da lui, io ero diventata una casalinga parecchio disperata e sono sicura che per non pagarmi gli alimenti sarebbe stato capace di chiudere tutto.
E alla mia età il lavoro non abbonda, soprattutto se si è casalinghe da anni.
Che avrei, fatto, restata sola e senza soldi?
Allora, il vecchio buon metodo, mettergli le corna senza pensieri, senza remore, spinta dalla sicurezza che ormai tra me e lui tutto quello che poteva essere perso era andato perduto.
Quando era fuori per lavoro iniziai ad uscire con un paio di amiche divorziate; ero un poco appesantita, con gli anni, qualche capillare aveva qua e là fatto la sua comparsa, ed in generale la carne non era più soda come un tempo, ma in fondo non ero un disastro assoluto, mi dissi, vestendomi accuratamente e truccandomi anche meglio, nell’uscire con loro alla sera.
Capiamoci, non erano uscite folli, ma un tentativo di conciliare le mie nuove aspettative sessuali col fatto che comunque anche se mio marito a casa non c’era, i miei figli si sarebbero accorti di intere nottate di assenza.
Faccio una parentesi per dirvi che, anche se lo avrete già capito, i miei figli ormai da anni non mi filavano più; avevano ventidue e ventiquattro anni, e mi cercavano solo per farsi stirare qualcosa o cucinare qualcos’altro.
Per il resto, mi ignoravano, trattandomi con sufficienza, se cercavo di ottenere un abbraccio, ripetendomi lo stesso ritornello
Nelle mie uscite mi vestivo e truccavo a casa di Anna, la mia amica del cuore dai tempi dell’università, e mi spogliavo e struccavo sempre li.
A meno che lei non avesse rimorchiato, nel qual caso dovevo fare tutto in macchina.
Fu una delusione cocente, quel periodo.
Non mi filò nessuno, come se fossi invisibile…una roba da spaccare il cuore, credetemi…tutte le mie aspettative in fumo, tutti i miei desideri disillusi…
Dopo svariate uscite decisi di non farne più niente, e mi ritirai in me stessa a leccarmi le ferite.
Che posso fare, pensai? Mettiamoci una pietra sopra, si vede che avrei dovuto svegliarmi quando ancora ero in tempo.
Passarono un paio di mesi tristi e solitari, in cui mi rannicchiai mentalmente in posizione fetale, e resta lì.
In febbraio faceva un gran freddo, quando, tornando a casa, trovai il portone spalancato e due uomini che stavano portando un divano verso la tromba delle scale.
Ve lo dico subito, io non abito in una zona da fighi pieni di soldi, primo, perchè non sono una figa piena di soldi, e secondo perchè il mio appartamento mi era piaciuto tanto, anni addietro, quando l’avevo visto; si trovava in una zona tranquilla, era bello grande e costava molto meno che in altre zone più “in”.
Dov’ero? Ah sì, ai tizi che portavano il divano verso le scale…avevo praticamente deciso di metterci una croce, con la storia degli uomini, ma i miei occhi non sembravano molto d’accordo con la mia decisione, così sbirciarono…anzi, guardarono proprio, perchè gli uomini col divano erano davanti a me, ed io che abito al secondo piano dovevo per forza seguirli.
Uno era abbastanza tozzo, con i capelli scuri che si stavano diradando, e un bel po’ di pancetta…ma l’altro…
Lo vedevo di schiena, e anche con i vestiti e tutto, era un gran bel vedere…alto di sicuro almeno un metro e novanta, forse più, spalle larghe…capelli castano scuri con qualche filo grigio…
Bellissimo culo, osservai, guardandolo da dietro mentre nello sforzo la giacca imbottita gli si alzava un poco sui pantaloni da lavoro.
Un culo pieno e carnoso, sporgente…un gran signor culo, mi dissi, sorridendo.
Ad un tratto il possessore del gran culo girò l’angolo tropo rapidamente, e l’altro per non finire contro il muro dovette fare fatica, e si lasciò sfuggire un infastidito “Ehi, Mirko, pazi!”.
Ollallà, un bel nome…serbo, come di sicuro erano quei due uomini.
Mi piacciono gli slavi, devo confessarlo…non ho mia capito perchè, ma hanno una bellezza ruvida che mi va a genio, di solito.
Mirko dal bel culo girò l’angolo, ed io lo vidi in faccia; barba di qualche giorno, occhi castani, naso perfetto…e quando dico perfetto, voglio dire perfetto, o almeno perfetto secondo me.
Un naso che scendeva dalla fronte dritto ed orgoglioso, e che adorai subito.
Ad occhio e croce aveva la mia età, o un paio di anni di più.
Mirko mi guardò, che salivo dietro a loro, a distanza di sicurezza, per non dargli fastidio, alzò un angolo della bocca in una sorriso sghembo e disse “buongiorno”.
Cazzo, che voce, pensai, da vero basso…calda, profonda, con l’accento slavo.
Non so se riuscii a parlare o balbettai, ma avrei voluto dire “buongiorno” anch’io: quello che ne uscì, non me lo ricordo.
Da dietro di me, però, sentii la voce di mio marito “ah, eccoti…” iniziò a parlare con me, con quel tono che usa sempre, tra l’indifferente e il quasi seccato, e io mi vergognai.
Non so perchè, ma mi vergognai come un cane che quell’uomo che saliva davanti a noi vedesse la miseria del mio matrimonio, mi vergognai come se fossi stata nuda, e lui avesse potuto leggermi dentro, fino in fondo l’insoddisfazione e il desiderio di evadere da quella gabbia senza amore.
Per di più, mio marito era scocciato perchè mi ero dimenticata di fare una telefonata, e me lo fece notare, continuando a puntualizzare la cosa, finchè non entrammo in casa.
Il divano, invece, salì fino al terzo piano, ed entrò nell’appartamento sopra di noi.
Mio marito alzò la testa e disse “speriamo che non si ubriachino come bestie, con gli stranieri va sempre a finire così…”.
Dalla finestra della cucina sbirciai il progredire del trasloco, e quando il furgoncino a nolo fu vuoto l’uomo tozzo salutò Mirko con una stretta di mano, dandogli delle pacche sulla schiene e ripartendo.
Non pareva che sarebbe venuto a vivere lì, ma chissà quanti altri avrebbero potuto farlo…
“Ah, Elena, guarda che stasera mi devi fare la valigia grande, che non starò via due giorni, ma tutta la settimana, a quanto pare, o forse di più” partiva la mattina dopo, e uno dei miei figli anche, per una settimana bianca in montagna.
Quanto all’altro, dopo poco venne a dirmi che andava a passare gli ultimi due giorni della settimana ed il week end dalla sua ragazza.
Sarei rimasta sola.
Non so se questa cosa mi fece più piacere o paura, ma mentre preparavo la cena e poi lavavo i piatti ascoltavo i rumori provenire dall’altro; mobili spostati, casse trascinate…chissà cosa faceva in quel momento, Mirko…
Andai a letto trovando mio marito già addormentato, e lo raggiunsi presto, più noia che per sonno vero e proprio.
La mattina dopo lo salutai dalla finestra, e mentre guardavo la sua macchina sparire in fondo alla strada, dal portone uscì Mirko vestito da lavoro, dirigendosi ad una bella macchina rossa sportiva.
Come se avesse saputo che ero alla finestra, alzò gli occhi, e un attimo dopo sorrise, alzando una mano in segno di saluto…non avevo idea di cosa fare, e sollevai a mia volta la mano in modo probabilmente ridicolo e spaurito, vergognandomi di non essere più decisa.
Quando salì in auto chiusi la finestra, e mi ritrovai ad ansimare come un’adolescente spaventata.
Non sapevo cosa pensare, nè cosa fare…e magari lui non mi avrebbe filata di striscio, cosa più che probabile, dato che era un bell’uomo…passai la mattinata salutando i miei figli, e mettendo a posto, finchè non suonò il campanello.
Era il fattorino della DHL, che sorrideva “Signora, conosce un certo…Jankovic…Mirko Jankovic? Non trovo il nome sul campanello…” mi immobilizzai, pensando a cosa fare, e poi un’idea pazzesca si fece strada in me “sì, è appena arrivato…ma ora sarà al lavoro…” poi con un sorriso aggiunsi, indicando la busta “vuole che gliela dia io?” si potrebbe fare, disse il ragazzo grattandosi il mento “forse sarebbe meglio, signora…sennò devo ripassare, e forse oggi non riesco…” firmai, e presi la lettera, tornando in casa.
Mi batteva il cuore nel petto come se avessi fatto chissachè, e quasi mi misi a ridere da sola, dopo un poco, poi aprii la porta e constatato che il fattorino non c’era più, salii la rampa delle scale, e suonai alla porta dell’appartamento sopra il mio.
Chiaramente, non c’era nessuno…quanto sono cretina, mi dissi, lavorerà di sicuro al cantiere navale, e tornerà stasera.
Fuori il tempo era tremendo, pioggia e vento freddo flagellavano la strada, e non mi restò altro che rimanere in casa, aspettando…ogni tanto da dietro le tende controllavo che la sua macchina non fosse tornata, finchè, alle sei, la vidi.
Era da solo; parcheggiò e scese, correndo per non inzupparsi di pioggia; col cuore in subbuglio sentii il portone chiudersi, e il passo veloce su per le scale.
Avevo deciso che non lo avrei fermato aprendo al porta, ma sarei salita io, e stavo per farlo, dandogli il tempo di togliersi la giacca, quando sentii il rumore della doccia.
Mi sedetti in cucina in silenzio, aspettando, ma la maledetta acqua nella doccia sembrava non volerne saperne di smettere di cadere…ma per quanto si lava, mi dissi?
Finalmente il rumore cessò, e dopo qualche minuto presi la lettera e salii.
Davanti alla porta non sapevo cosa fare, il cuore mi batteva all’impazzata e non trovavo il coraggio di bussare, ma dovevo farlo…mi immaginavo qualche vicino scendere, o salire, e trovarmi lì…raccolsi le energie e bussai.
Un rumore di passi morbidi si avvicinò, ed alla fine Mirko aprì la porta.
Indossava una t-shirt grigia, ed un paio di pantaloni in felpa…sti cavoli, pensai subito…aveva un fisico davvero splendido, ora che lo vedevo più svestito “sì?” non so nemmeno come riuscii a parlare, perchè avevo il fiato di un maratoneta che ha appena tagliato traguardo alle olimpiadi “io…è arrivata questa, così…l’ho presa io…” lui sorrise, in modo…caldo? Così pareva, almeno “grazie, molto gentile…si accomodi…le offro qualcosa da bere…” che si dice, in questi casi, pensai? Grazie, ma solo un attimo, ho la pentola sul fuoco? l’acqua del bagno aperta? devo cambiare la lettiera la criceto?
Non dissi un piffero, mi infilai in casa sua e dissi “grazie”.
Almeno quello ce la feci ad articolarlo.
Disse qualcosa che non sentii bene sul casino che regnava in casa sua a causa del trasloco, ma i miei occhi erano troppo impegnati a gustare le sue natiche stupende per lasciare troppo spazio di manovra la cervello.
Sedetti in una cucina sguarnita di tutto prendendo un bicchiere di aranciata, senza sapere che dire.
Per fortuna, lui lo sapeva.
Iniziò una conversazione generica, che in breve tempo divenne una spirale che mi stringeva sempre di più…lui chiedeva, ed io rispondevo.
Gli dissi di me, poi che mio marito era partito, e poi che i miei figli erano fuori, e alla domanda dopo ammisi candidamente che ero sola soletta per un paio di giorni.
A quel punto si alzò, e prendendomi per mano disse solo “vieni”.
Ma vieni dove? Perchè? E poi, ma chi se ne frega, conclusi…mi trovai in una camera piena di scatoloni, nel mezzo della quale troneggiava un letto enorme.
Bè, lui era molto alto, era comprensibile.
Si voltò, ed iniziò a spogliarmi velocemente, mentre io con la bocca secca balbettavo qualcosa senza senso.
Mirko sorrise, e alzò un sopracciglio “l’ho visto, come mi guardi, sai?” che potevo dire, a questo punto? Niente. Beccata in pieno.
Non dissi niente finchè fui nuda davanti a lui che era rimasto vestito.
Un sorriso mi fece capire che quello che vedeva gli piaceva, e ne fui felice, molto felice.
Il cuore mi scoppiava nel petto, il sangue mi pulsava nelle orecchie, impazzito.
Con un altro sorriso, molto più malizioso, mi fece sedere sul letto, si sdraiò ai miei piedi e mi aprì le cosce con le mani.
Quando vidi cosa stava per fare, per poco non venni immediatamente.
Scivolò in avanti, mise la testa in mezzo alle mie gambe e iniziò a leccarmi.
Fu allora che capii sul serio.
Capii quanto avevo perso, quanto mi era stato tolto in anni di sesso triste e senza fantasia.
Era il paradiso, puro e semplice, e mi era stato negato senza ragione.
Mirko leccava con entusiasmo, lappandomi con la lingua aperta le grandi labbra, infilandosi un poco nel mezzo ad ogni passata, concentrandosi a tratti sul clitoride.
Non posso descrivere cosa pensai, o cosa feci.
Quello che posso dirvi è che probabilmente sembravo una tarantolata; sbattevo la testa sul cuscino, da una parte all’altra, come nel peggior film porno, gemendo e inarcandomi verso di lui…gli presi le braccia, e lo tirai di più a me, pregandolo di non fermarsi.
Non si fermò.
Continuò finchè non fui completamente fuori di me, e a quel punto mi penetrò con un dito, facendolo seguire subito da un altro.
Gridai, inarcandomi, sull’orlo del piacere, finchè la sua lingua si concentrò solo sul clitoride, ed allora esplosi.
Il più bell’orgasmo della mia vita, che mi strappò l’anima, scagliandola dio solo sapeva dove.
Quando le mie facoltà mentali tornarono, tremavo, avevo le cosce bagnate di umori, e lui mi sorrideva.
Con la voce rotta balbettai “g…grazie…”.
Lo feci ridere, poi mi si avvicinò, e mi baciò.
Fu un bacio bollente, in cui la sua lingua giocava pesantemente con la mia.
Un bacio rovente condito con il mio sapore.
Una roba da morire sul colpo perchè il cuore non regge, dopo tanto anni, pensai.
Poi iniziò a baciarmi il collo, e scendendo succhiò e mordicchiò i miei seni, portandomi sull’orlo di un secondo orgasmo in breve tempo.
Quando capì che ancora qualche secondo e sarei venuta, si sollevò, levò la t-shitr e i pantaloni, senza quasi darmi il tempo di vederlo.
Di sfuggita alla luce della cucina che illuminava fiocamente la stanza gli scorsi i pettorali e l’inizio delgi addominali.
Potevo morire felice, pensai, beandomi anche se per un solo istante di quella vista.
Venne su di me, prese la sue erezione in mano (che io non avevo ancora visto!) e in un colpo secco mi penetrò.
Non l’avevo visto, il suo cazzo, ma perdio, lo sentii…mi impalò in un solo colpo, lasciandomi senza fiato, ad occhi spalancati.
“Lo so, piccola, è grosso…ti piace, che ti riempia tutta?” balbettai di sì, mentre iniziava a muoversi deciso “ecco, tesoro…adesso ti dò una bella ripassata…” stavo tremando, quando mi prese le mani e le mise sulla mia testa, tenendole ferme, continuando a parlare “che bella fica hai, piccola…calda e stretta…te la scopo tutta, la tua fica stupenda…” alzai le gambe, e gliele allaccia dietro alla schiena, mugolando.
Mugolai e mi lamentai per tutto il tempo in cui mi sbatteva, sentendo il rumore del suo corpo che scendeva sul mio, finchè venni, urlando a denti stretti e nascondendo le testa sulla sua spalla.
Lui non mi seguì, lasciò che mi calmassi, andando piano, poi lasciò le mie mani, e mi baciò ancora, sussurrando “ti piace essere inculata?”.
Non riuscì a dire niente, del tutto rimbambita, ma il brivido che mi percorse e i miei occhi comunicarono tuto quello che c’era da dire, immagino.
Mirko rise di nuovo, guardandomi “direi di sì…girati, piccola…”.
Mise due cuscini sotto alla mia pancia, e poi sospirò, guardandosi attorno “scusa, non so dove ho messo la crema…faccio una cosa un poco…bè scusami…” mi aprì le natiche, e ci sputò nel mezzo.
Che schifo, penserete voi.
Invece mi piacque da morire…che devo dirvi, si vede che dentro di me la finezza non abbonda.
Sentii la sua cappella posarsi sulla mia pelle, e bagnarsi della saliva.
Quindi si posizionò sul mio buchetto, e sentii la voce di Mirko, rauca per l’eccitazione “stai tranquilla, piccola, non sono uno stronzo. Tu stai solo rilassata, ok?” chiusi gli occhi e dissi di sì.
Lui mi spinse dentro la cappella pian pian, si fermò, aspettò che i miei muscoli si rilassassero e poi continuò poco alla volta.
Quando fu in fondo, fece un sospiro, e sussurrò al mio orecchio “tutto ok?” dissi di sì, mentre i brividi mi increspavano la pelle della schiena, ed era vero.
Niente dolore, solo tensione, e tanto piacere.
Allora si mosse, dapprima piano, poi più veloce.
Venni subito, incapace di resistere anche per qualche decimo di secondo, e lo sentii ridacchiare, eccitato “ti piace davvero il culo piccola…non ti sei neanche toccata…cazzo, che bello…” continuò con foga, pieno di entusiasmo, ed io venni ancora, assieme a lui, che parlava sporco al mio orecchio, eccitandomi in modo incredibile.
Lo sentii ringhiare, e godere, spingendosi dentro con forza, lamentandosi.
Quando finì, uscì dolcemente, rotolò di fianco a me e restò immobile.
E’ finta, mi dissi, adesso mi alzo e torno di sotto.
E’ stato bellissimo, grazie ed arrivederci, Elena.
Infatti si alzò, ed andò in bagno a lavarsi.
Avrei voluto alzarmi anch’io e sparire, ma per qualche strana ragione non riuscivo ad tirarmi su…quello che avevamo fatto era troppo bello.
Era perfetto.
E mi era mancato troppo, come l’aria nei polmoni, o il sangue nelle vene.
Forse sono vagamente esagerata, ma sono sicura che avrete capito perfettamente.
Non avevo più la forza di tornare a casa, non riuscivo ad alzare il corpo da quel maledetto materasso.
Alla fine tornò, si sdraiò dove stava prima, le sue braccia mi trovarono, mi girarono e mi misero sul suo petto, accarezzandomi e coprendomi, recuperando i cuscini per metterli sotto a noi.
Fantascienza pura…
Mi accarezzava e mi baciava i capelli, e quando alla fine parlò, restai di sasso.
“Tu non lo sai, ma io so tante cose di te.”
O signore benedetto, uno stalker, mi chiesi, vagamente spaventata?
La risposta non tardò ad arrivare “sei amica di Ornella, quella del bar in piazza” verissimo, una mia cara amica che avevo un po’ perso di vista, ultimamente “ero al bar, un sabato, seduto dentro…tu sei passata, ed hai parlato con lei, che era fuori, a portare da bere a dei clienti…mi piacevi, così ho chiesto a lei. Mi ha Vetto tutto…del tuo matrimonio non troppo felice, della tua vita…io non sono sposato, ed ho una ditta, in cantiere…ora ti dico cosa faremo, Elena.
Verrai via con me.”
Restai di ghiaccio.
Però…non lo so, non riuscivo a trovarlo folle come avrei dovuto.
Mi sforzavo, ma non ci riuscivo.
Lui continuò.
“Questo non è il mio appartamento, lo ha appena affittato un mio dipendente; sapevo che abitavi qui, e gli ho chiesto il favore di viverci per un paio di settimane, per vedere se riuscivo a…bè, hai capito”.
Ero basita, impietrita, e non avevo la forza di aprire bocca, ma lui proseguì.
“Ornella dice che una volta facevi l’impiegata; lavorerai per me, o per una ditta in cantiere, ti aiuterò io a trovare lavoro. I tuoi figli sono grandi, e da quanto ho capito non hanno più bisogno che gli dai la pappina col cucchiaino..io sono divorziato da anni, la mia ex moglie vive in Serbia, assieme a mio figlio, che ha venticinque anni, e che non sento quasi mai.
Adesso facciamo l’amore ancora, poi ci alziamo, una doccia, il tempo di scendere per prendere i tuoi documenti e qualche vestito e andiamo a stare a casa mia. Non aver paura, non sono un pazzo, so cosa sto facendo. O preferisci restare dove sei?”.
Non so quante cose avrei potuto dire, in quel momento…milioni, probabilmente, e tutte sagge.
Ma dissi la sola cosa che mi venne dal cuore “No. Vengo via con te.”
Forse non veniva tutta dal cuore, quella frase, ma anche il cuore c’entrava, di sicuro.
Assieme a qualcosa che si trovava più in basso, tra le mie cosce sporche del suo sperma.

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