Caffè macchiato

Caffè macchiato

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Venni svegliato alle 7 in punto dalle urla del vicino, un cinquant’enne in piena crisi di nervi separato da un paio d’anni dalla moglie. Da quel che potevo intuire, ancora molto assonnato, discuteva con le figlie rientrate in mattinata dopo una notte passata in discoteca e che ovviamente non avevano la forza, né tanto meno la voglia di andare a seguire le lezioni all’università. Venivano a trovarlo ogni fine settimana e si fermavano dalla sera del venerdì alla sera del lunedì. Due splendide ragazze ventenni o poco più, una mora, l’altra rossa, fisico statuario accessoriato da un bel culo messo in mostra da fuseaux bianchi che lasciavano intravedere un perizoma nero e da due splendide tette che al solo pensiero mi facevano letteralmente gocciolare il cazzo. Vestivano così quelle due troiette: tshirt bianca attillata sprovvista di reggiseno, fuseaux bianchi sotto il ginocchio e scarpe da tennis, sembravano gemelle, nonostante fossero completamente diverse e l’una un po’ più grande dell’altra. Dopo la sfuriata del padre, sentii sbattere la porta d’ingresso dell’appartamento: era lui, incazzato, che si apprestava ad andare al lavoro. Avevo un mal di testa terribile ed ero ancora a letto con l’asta dritta e dura che non accennava a rientrare nelle sue normali dimensioni. Mi alzai, presi il telefono e chiamai l’ufficio, stavo male e comunicai che avrei preso un giorno di malattia. Dopo varie telefonate per avvisare i colleghi e il medico, presi una bustina di Oki, era l’unica cosa che avevo in casa, e mi misi sotto le coperte per tentar di far calmare quel brutto dolore alla testa. Mi addormentai e sognai le due sorelle che facevano la doccia insieme, insaponandosi l’un l’altra, nude e statuarie come mamma le aveva fatte. L’acqua calda mista a sapone scendeva dai capelli accarezzando le loro schiene e i loro seni per poi mischiarsi ai loro umori e gocciolare giù dalle loro profumate vagine. In dormiveglia sentii suonare alla porta, ma pensai che anche questo facesse parte del sogno. Una volta, due, tre, poi mi svegliai sentendo richiudere la stessa porta di prima. Possibile che l’uomo fosse già rientrato dal lavoro? Erano solamente le 11 della mattina. Sentii accendere la radio, una delle hit del momento stava andando ad alto volume, così capii che non poteva essere il padre, bensì quelle due troiette, che non contente di aver fatto incazzare il padre, stavano facendo, a loro insaputa, la stessa cosa con me. La musica mi martellava il cervello, stavo per svenire ma mi feci forza, mi alzai e andai in bagno per prendere un’altra bustina di Oki. Poi, assonnato ma incazzato, decisi di andare a bussare per chiedere di abbassare il volume della musica. Nel trambusto della mia mente uscii così com’ero, indossavo un pigiama a righe blu e nere e delle infradito di pelle nera. Sotto avevo dei boxer, che vuoi perché ormai usurati, vuoi perché seguivo una dieta ferrea da ormai due mesi, mi andavano molto larghi. L’Oki cominciava ad avere effetto sul mio mal di testa e nel momento in cui mi accinsi a suonare il campanello della porta accanto, mi accorsi di avere ancora il cazzo dritto e duro, ma ormai era troppo tardi. La porta si aprì subito dopo che avevo staccato il dito dal pulsante: era come se mi stessero aspettando. Mi aprì la più piccola delle due, la bruna, con indosso una maglia del padre che lasciava fantasticare sui seni sodi con turgidi capezzoli, un perizoma rosso con una farfallina sul davanti e un paio di calzini bianchi. Cercai di nascondere la mia erezione come meglio potei e ce la feci, non si accorse di nulla; poi mi disse che era dispiaciuta per l’alto volume della musica e che era venuta prima a suonare alla mia porta per assicurarsi di non disturbare. Inoltre al padre era finito il caffè e mi chiese se ne avessi per la loro colazione. A quella vista, mi calmai, non ero più incazzato, le dissi che la musica non mi dava assolutamente fastidio, anche se ovviamente non era vero e che sarei andato a prenderle subito il caffè. Rientrai in casa e mi fiondai in bagno col cazzo che sembrava un fucile spianato, lo misi sotto l’acqua fredda del rubinetto del bidet e dopo averlo asciugato corsi in cucina in cerca del caffè. Mi accorsi che bastava appena per la mia colazione, così, intraprendente, preparai la caffettiera e corsi da loro che nel frattempo avevano spento la radio. Il mio cazzo adesso aveva dimensioni naturali, l’acqua fredda aveva fatto il suo dovere. Suonai, la porta era accostata ed allora entrai. Dalla stanza in fondo, che presupposi essere la cucina, venne una voce che mi invitò ad entrare, chiesi permesso e mi feci avanti. Nel lungo corridoio era buio, le tante stanze di quella enorme casa erano chiuse tranne una da cui usciva una fioca luce di una abat-jour. Pensando che le due troiette fossero in cucina pronte a far colazione, non badai a cosa o a chi potesse esserci in quella stanza, ma con la coda dell’occhio intravidi una figura sul letto: era la sorella maggiore, addormentatasi con sopra solamente un lenzuolo di seta che le copriva a malapena le gambe. Era a pancia in giù, senza reggiseno né mutandine: aveva un culo così scolpito e sodo che sembrava marmo rosa di Candoglia. Preso da quella paradisiaca visione mi soffermai a guardare più del dovuto non accorgendomi che l’altra, che prima mi stava aspettando in cucina, era già alle mie spalle. Mi girai per proseguire e nel vederla, sorpreso e spaventato, mi cadde la caffettiera che fece un rumore sordo come quello di un cacciavite sul pavimento. Mi diede del porco e mi minacciò di andar via mentre l’altra si svegliò di soprassalto cercando di capire quello che stesse succedendo; poi, spiegatole l’accaduto, tentò di calmare la sorella dicendole che non avevo fatto nulla di male e che potevo essere perdonato dato che avevo portato il caffè. Nel frattempo la visione di quel corpo nudo mi aveva provocato un solletico alla base del cazzo che, dapprima messo a tacere dall’acqua fredda, adesso veniva risvegliato divenendo più duro e più grosso di prima. Tentai di nasconderlo nel frattempo che le ragazze mi invitavano ad accomodarmi in cucina, ma il tutto diventò ben più evidente quando una di loro, la maggiore si abbassò a raccogliere la caffettiera in una splendida pecorina che mi lasciò intravede, in quella fioca luce, il buco del culo e le grandi labbra della sua fica ormai da tempo sverginata. Feci finta di nulla e mi sedetti con le gambe incrociate per nascondere l’uccello che ormai era diventato un tubo di carne. Con indosso solo un largo maglione di cotone del padre, la ragazza accese il fuoco ponendovi sopra la macchinetta, poi, voltandosi di scatto verso di me, iniziò a farmi mille domande, mentre la sorella si affannava ad apparecchiare. La mia testa, ancora dolente e in preda ai mille perversi pensieri che mi aveva suscitato quella visione, non fu in grado di analizzare ogni singola domanda per cui dalla mia bocca uscirono una serie di risposte a caso che poco c’entravano con quello che la ragazza mi stava chiedendo. Dopo un po’ smisi di parlare, il dolore alla testa scomparve di botto e il mio sguardo si perse nel culo della piccola che, cercando di prendere un pacco di biscotti da un pensile alto, si allungò facendo salire la maglia e mostrando il suo di dietro vestito solo da quel filino rosso del perizoma che piano piano scivolava tra le sue natiche accarezzando l’ano e poi il morbido pelo della sua fichetta. Ad un tratto capii che era il momento di aiutarla: mi alzai e andai dietro di lei allungandomi per riuscire ad arrivare a quel “benedetto” pacco di biscotti; a quel punto la mia asta uscì del tutto dai boxer, pur rimanendo dentro i pantaloni del pigiama e puntò dritta verso il suo buco del culo e come un chiodo che entra nel muro, lì affondò. Lei urlò dall’imbarazzo e dallo stupore, la sorella maliziosamente sorrise, si avvicinò, tappò la bocca dell’altra che ancora urlava e con fare da troia fece scivolare la sua mano dentro i miei pantaloni. La mia vista per un attimo si anne
bbiò, stavo già per eruttare, così mi tirai indietro per non fare la pessima figura dell’eiaculatore precoce. Strinsi le chiappe e sentii un dolore terribile tra ano e scroto, ma soffrendo, riuscii a tenere tutto dentro. Le mie palle diventarono turgide e la mia cappella ancor più rossa e dura; sentivo la sborra calda dei miei coglioni che si preparava a risalire l’asta e a sgorgare fuori come zampilli di un vulcano. Laura, così si chiamava la maggiore, fraintendendo la mia iniziale timidità, si voltò come se nulla fosse accaduto, spegnendo il caffè che ormai quasi traboccava; Angela, la più piccola, corse in bagno per la vergogna ma dopo pochi istanti stava già mettendo a tacere le sue voglie affondando le sue dita nella fica bagnata. I suoi gemiti non tardarono ad arrivare, mentre la sorella, col ghigno da puttana aveva già le cosce bagnate dai suoi stessi umori. Capii che era il momento di agire: mi avvicinai con passo felino, le strinsi i seni e le piantai il cazzo dritto nella fica bagnata che non ebbe nessuna difficoltà ad accoglierlo tutto per intero. Le sussurravo sporche parole e le stringevo i capezzoli ormai induritisi, stantuffandola da dietro sempre più velocemente, sempre più selvaggiamente. I suoi gemiti, ormai urla di dolore misto ad estasi raggiunsero il bagno, da dove si sentì tirare lo sciacquone e aprire la porta; erano passati solo pochi minuti, ma mi sembrava fossero passate ore. Angela si presentò rossa in viso, con i capelli scompigliati, alla vista della sorella che godeva e urlava come una cagna, si mise in ginocchio davanti a noi e dopo aver leccato i capezzoli di Laura, sfilò il mio cazzo dalla fica della sorella e se lo ficcò in bocca facendolo arrivare fino alle tonsille. Continuò a leccarmi le palle e il glande in maniera convulsa, poi si avvicinò Laura che quando capì che ero quasi in eruzione, prese una tazzina di caffè bollente lo avvicinò alla mia cappella e ci si fece sborrare dentro. Il caffè traboccò per il forte spruzzo del mio nettare bianco e vischioso, ma il tutto si mescolò in un perfetto caffè macchiato.