IL BASTARDO

IL BASTARDO

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Ok, Giulia è tardi vai pure a casa. Prima però, usami la gentilezza di far accomodare l’ultima persona.
Sono stanco; anzi, stufo.
Il mio direttore mi ha pregato di fare personalmente, i colloqui per assumere la mia nuova segretaria.
E’ per me un lavoro ingrato perché in ogni caso, a qualcuna dovrò comunque dire di no.
Questo genere di incarico mi stressa terribilmente; ma…
L’ufficio è situato al ventesimo piano di un edificio modernissimo e costituito da un unico locale molto ampio ed elegante. In contrasto con l’esterno, l’arredamento è in stile classico, con le pareti rivestite di noce pregiata tranne una che è addirittura tutta di cristallo, offrendo così, una luminosità non comune e una favolosa vista sul lago. Pavimento in onice e quasi al centro, un grande tavolo antico che funge da scrivania alla quale fa da risalto una modernissima poltrona in pelle nera, molleggiata, girevole e con lo schienale alto sino alla nuca. Oggi ho valutato sette persone, quattro signore diciamo, d’esperienza e tre ragazze neolaureate. Avrei già fatto una prima scelta fra queste: una signora molto professionale, preparata, sicura, determinata e una giovane ragazza di ottima presenza, con lunghi capelli biondi, snella, fresca ingenua, remissiva ed educata ma completamente inesperta.
Ma… vedremo!
Giulia dopo avermi presentato l’ultima candidata, saluta tutti e con un largo sorriso se ne va. E’ una ragazza alta, snella, tacchi a spillo, bellissime gambe coperte da una mini gonna ascellare grigia, camicetta blu con piccoli bottoni in madreperla sul davanti; scollatura abbastanza audace limitata da un bottone posizionato tra le coppe, che sembra voler saltare via da un momento all’altro a causa del seno, che con prepotenza, gli preme contro. Capelli neri tagliati a caschetto che mettono in risalto un bel visino, simpatico, dai lineamenti delicati, due occhi verdi molto belli ed espressivi.
Questa valutazione della sua presenza fisica mi ha occupato così tanto che mi sono sentito persino imbarazzato, vorrei che dal mio volto trapelasse nessuna espressione significativa. Mi ricompongo mentalmente e…
“Cara Marisa, posso chiamarla così?”
“Ma la prego dottore,” risponde lei, “anzi mi dia pure del tu visto che sono molto più giovane. Io!” Questa, penso tra me e me, mi sta già prendendo per i fondelli. Boh, vedremo.
La informo, che per correttezza, le avrei dato le stese opportunità che hanno avuto le altre sue colleghe che l’avevano preceduta quindi, non le avrei fatto alcuna domanda per non ostacolarla né favorirla.
Le leggo negli occhi la sorpresa relativa, all’insolita prassi che evita di fare le domande.
La invito dunque a presentarsi professionalmente, a raccontarmi quali sono le sue attese ma soprattutto, cosa è in grado di fare data la sua giovane età. Inizia così la solita tiri-tera.
San fare tutto loro!” Penso io.
Mi alzo fingendomi interessato alle sue parole e mi avvicino alla grande vetrata. Il frenetico giorno volge ormai al termine.
I colori del cielo si rattristano.
E’ un’ora indefinita.
Viene leggera la fine del giorno e fa capolino un inutile e umida sera. Qualche vetrina si illumina e altre luci qua e là si accendono rispecchiandosi nelle pareti lucide degli edifici.
Un mendicante sul selciato si prepara ad affrontare la lunga notte. Là; sul lago,una leggera nebbiolina confonde l’orizzonte ed una barchetta a vela senza più vento, guadagna con grande fatica, il vicino porticciolo.
Seduta su una modesta ma soffice poltroncina Marisa è composta, con le gambe unite e come al solito piegate su di un lato.
Mani lunghe e ben curate, simpatici occhialini, forse un po’ troppo fashion, stile segretaria sexi. Però! Mi dico, non male la cavallina!
Il suo atteggiamento, il suo modo di vestirsi così appariscente, così provocante da non lasciare molto all’immaginazione mi fa un gran piacere, ma anche dubitare che ci sta provando. Adesso voglio proprio metterla in imbarazzo.
Mi risiedo sulla grande poltrona, la osservo con voluta e maleducata insistenza, la sfido guardandola fissa negli occhi mentre parla, poi scendo, mi soffermo con insolenza sulle gambe. Non può non rendersi conto del mio sguardo sfacciato arrogante ma non si scompone, continua il suo vuoto e sterile parlare.
Niente da fare continua, continua, continua.
Dopo tante ed inefficaci chiacchiere la interrompo.
Ho l’intenzione di andare a casa al più presto, tanto non mi dice niente che io non sappia già. “Senti Marisa desidero, anche se non è corretto, metterti sulla buona strada, ciò che non ho fatto con le altre ma a causa dell’ora tarda, penso di fare un piacere ad entrambi se ti avviso che tutto quello che mi stai raccontando adesso, non si discosta da quello che ho già sentito dalle tue colleghe che ti hanno preceduta. Quindi se ci tieni come tu affermi ad avere questo lavoro, mi devi esporre qualcosa di diverso, che ti distingua dalle altre e che dia a me un valido motivo per preferirti. Diversamente possiamo anche chiudere qui ed andiamo tutti a cena.
Scusa la franchezza non voglio essere scortese, ma evitare inutili quanto noiose lungaggini.
Spero di essere capito.”
Ora è impietrita non sa cosa dire, cosa pensare.
Dalla mia poltrona dietro la scrivania come su di un trono, guardo compiaciuto la poveretta che, finalmente dà segni di disagio.
La fronte comincia ad imperlarsi, è visibilmente nervosa, non sa dove mettere le mani. Continuo a guardarla con insistenza, voglio infierire su di lei. Deve capire che non sono io ad essere vecchio, ma lei troppo giovane. Forse!
Ormai il silenzio è diventato pesante, sono alcuni lunghissimi secondi che non proferisce parola. Forse si aspetta un altro aiuto, che non avrà.
E’ più agitata, concitatamente si toglie e si rimette gli occhiali, sposta le ginocchia sempre unite, composte, da un lato all’altro della poltroncina, ogni tanto fa dei lunghi sospiri gonfiando il petto. Mi viene spontaneo osservare quello stronzo di bottoncino, ora inserito solo per metà nell’asola che durante gli affannosi atti respiratori sembra volersi slacciare, ma, miseriaccia boia non si apre! “Bene!“
Le dico e appoggio le mani sulla scrivania con l’intento evidente di alzarmi pensando che a questo punto, tutto sia finito e….. Improvvisamente inizia ancora col bla,bla,bla ma questa volta il bla, bla è accompagnato da un gesto inequivocabile.
Agitatissima si toglie gli occhiali, li butta a terra dietro di lei.
Sì; non li posa, li butta, rischiando di romperli e nel medesimo tempo, un lentissimo e molto ampio accavallamento di gambe mi fa trasalire.
Mi risiedo stupefatto.
Durante l’accavallamento mi è sembrato di vedere di sfuggita lo slippino; ma no, sarà sicuramente la mia mente contorta, sarà un’illusione ottica.
La vedo disperata, sente il lavoro sfuggirle e con ogni probabilità adesso tenta il tutto per tutto. Ora è lei che mi fissa, cerca di cogliere nel mio sguardo un pur minimo suggerimento, un invito, è scossa più che mai e…. lentamente molto lentamente, mentre il bla, bla continua, le gambe si discostano un pochino una dall’altra. Io meccanicamente continuo a deglutire, forse si accorge del mio particolare interesse a quel movimento e sempre lentamente quasi fosse una azione naturale, apre le gambe ancora di più. Che spettacolo ragazzi!
Che gambe!
Le cosce sembrano non finire mai.
Ora sì; ora vedo con certezza le mutandine e mi accorgo che lei non solo ne è conscia ma anche eccitata e intuendo il mio entusiastico consenso osa un po’ di più. Con una mano inizia timidamente a sfiorarsi sopra le slip sicuramente già umide, mentre con l’altra penetra nella maliziosa scollatura e si accarezza dolcemente il seno.
Imperterrita continua anche se confusamente a raccontare chissà cosa e chissà a chi. L’espressione meravigliata e condiscendente del mio viso le infonde sicurezza, prende coraggio e con movimenti flessuosi si toglie lentamente, molto lentamente lo slippino e con una gestualità ampia e teatrale, lo getta per aria e lontano, si alza la gonna, come se ce ne fosse ancora bisogno, le dita di una mano passano ossessive sulle bagnatissime grandi labbra, le massaggiano e sfiorano a volte il clitoride che si esalta, si eccita; le altre, aprono con risolutezza e rapidità i bottoni della camicetta e…porca miseria che tette! Non ha neppure il reggiseno. Tutte vere!
Sulle scure areole svettano due grandi e turgidi capezzoli rossi che impreziosiscono ancora di più quel giovane e splendido seno.
Non avrei mai pensato ad un simile sviluppo!
Volevo solo metterla in imbarazzo con il mio sguardo ossessivo per farle capire che il più forte ero io.
Che grande porca!
Che grande mignotta!
Con esagerata sensualità si passa la mano sui capelli arruffandoli, scompigliandoli tutti.
E’ più sconvolta che mai, senza più alcun ritegno ed io sono completamente coinvolto, disidratato, cerco di deglutire ma la bocca è secca, vorrei bere ma non ho tempo. A questo punto una prepotente erezione mi stimola ad alzarmi, voglio partecipare, darmi da fare ma lei, con felina agilità sale in ginocchio sulla scrivania, una mano sul petto mi spinge con fermezza a risedermi sulla poltrona e accovacciandosi sui talloni con le gambe sfacciatamente spalancate mi mostra tutto quell’inondatissimo ben di Dio. Continua a masturbarsi guardandomi con quegli occhioni verdi da gatta morsicandosi le labbra, pizzicandosi i capezzoli e, di tanto in tanto un gemito conturbante riempie l’aria. “Porca!” Le dico
“Maiala!”
Lei si turba, si eccita ancora di più.
Con le mani si apre le labbra della passerina e me la mostra con ostentazione, me la sbatte in faccia senza vergogna, la osservo, mi beo di quella visione magica, conturbante, è intrisa, le labbra continuano a dilatarsi ed a contrarsi sotto l’influsso voglioso di quel giovane corpo ansimante, sensuale, magnifico.
E’ eccitatissima, vuole mostrarmi a tutti i costi quanto è brava, quanto è porca, ed è talmente dilatata, che gradualmente riesce persino ad inserirsi tutta la mano in quella tana accogliente, calda, umida.
“Non basta, non basta!” le urlo.
Anch’io, eccitatissimo e sconvolto mi lascio andare e…
“Se vuoi il lavoro devi dare di più, di più, di più”
“Bastardo, sei un bastardo” mi dice; ma non demorde, scende dalla scrivania, mi slaccia i pantaloni e lo prende in mano, lo insudicia con la mano che poco prima era stata dentro di lei, lo prende in bocca, lentamente, lentamente lo unge ancora con la mano con la quale si masturba e piano piano con avidità lo mette in bocca tutto; completamente, sino a tapparsi la gola. Ora è tutto nella sua bocca che di più non si può, rischia i conati di vomito ma resiste, resiste. Con frenesia si spoglia tutta.
E’completamente nuda!
E’ veramente un portento e, quel che più conta ci sa fare bene, molto bene. Il suo nettare oramai le cola copioso sulle gambe ed io sto scoppiando dentro la sua bocca, non riesco più a trattenermi.
Si rende conto che le menti di entrambi non connettono più, i corpi sono allo sbando e allora forza ulteriormente i movimenti del capo, siamo eccitati al massimo, sconvolti quando… vengo!Vengo! esplodiamo insieme in un violento, incontrollato orgasmo. Mi nasce spontanea la voglia di stringerla, accarezzarla, baciarla. Sicuramente grazie a lei ho trascorso uno dei momenti più belli della mia vita.
Lei contraccambia con delicatezza da vera miciona e, “Ti è piaciuto?”mi chiede. “Tantissimo, sono stato preso così tanto, che non ho capito niente di quei discorsi “interessanti” che strada facendo mi riferivi per cui, ho paura che dovremo ricominciare da capo.” Sorride, capisce la battuta.
”Tu” mi dice, “Sei un bastardo, ho capito subito che sei nato bastardo, fare il bastardo è il tuo mestiere; ma sei dolcissimo!”
Mentre mi accarezza piacevolmente la nuca mi rivela che anche a lei è piaciuto molto e che mai prima d’ora, le era capitato di lasciarsi andare così tanto.
Mai aveva perso tanto la testa ma è così strafelice che è pronta a ricominciare anzi, con la testa appoggiata sulle mie spalle, mi sfiora le labbra con le dita, mi implora di “Pigliarla” un’altra volta perché aveva nuovamente tanta voglia di me. Si tocca ancora e mi fa succhiare le dita così bagnate, poi mi bacia in bocca per condividerne il sapore.
Per la miseria!
Adesso chi glielo spiega a costei che sono più grande di lei e che alla mia età si predilige, ( per forza ) la qualità, alla quantità?
Lo capirà?
Mentre si struscia dolcemente su di me con voluttà e mi bacia il collo, la bocca e mi accarezza tutto cerco di spiegarglielo ma…
Miracolo! Miracolo!
La voglia mi assale daccapo; sono nuovamente pronto ma questa volta no, questa volta deve essere fatto con amore, voglio amarla, non scoparla!
Mentre la bacio non più con l’ardore di prima ma con sentimento, con amore, sento dentro di me l’inarrestabile desiderio di prolungare quel momento il più a lungo possibile per poterle rimanere addosso di più, di più.
La penetro con estrema dolcezza, la bacio con straordinaria intensità, l’accarezzo tutta, mi beo di guardarla negli occhi.
Così esaltati e inebriati poco dopo è inevitabile; un orgasmo simultaneo e selvaggio ci pervade, ci sfinisce e crolliamo appagati, felici come mai prima. Ancora ansimanti, la stringo forte e con le labbra appiccicate alla sue: “Marisa, voglio stringerti fra le mie braccia, voglio accarezzarti tutta, voglio giocare con i tuoi capelli, non voglio solo te, ma anche la tua anima, voglio amarti, amarti per sempre!” Cosa cazzo dico?
La situazione mi spaventa ma è la verità.
Desidero rivederla ancora, non devo assolutamente perderla. “Non voglio solo sesso, voglio te, voglio il tuo sorriso, le tue labbra da baciare con tenerezza, mi hai sedotto, stregato.
Mi hai reso insperabilmente felice.
No, non si può avere di più.
Adesso potrei anche morire, ho amato te e questo mi basta.” Se ha avuto il lavoro?
No.
L’ho sposata! E l’amo ancora, l’amo alla follia.
Sono matto?
Macchicazzo se ne frega!
Sono FELICE!
 

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