She has no name

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She has no name

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Nella stanza semibuia si sentiva solo l’allarme sonoro della sveglia, mi destai e tirai un respiro profondo consapevole della giornata che mi attendeva. Come ogni mattina da 1 anno a questa parte, guardai sul comodino, schiacciai il tasto off dell’allarme e presi il biglietto che lui mi aveva lasciato. Lui…il mio padrone, era solito lasciarmi il programma esatto di quella che sarebbe stata la mia giornata, trovai sulla sedia sotto la finestra quello che mi aveva scritto di indossare, lo raccolsi e indolenzita dal giorno prima, mi recai sotto la doccia come mi aveva ordinato nel biglietto.
Il padrone era stato categorico, prima acqua bollente poi acqua gelata e ancora bollente, mi lavai seguendo esattamente il suo volere ed una volta finito mi asciugai ed iniziai ad indossare quello che mi aveva lasciato.
Il mio abito per quel giorno lasciava poco spazio all’immaginazione, un completo intimo che lasciava il seno totalmente scoperto e le mie parti intime idem.
Mi guardai allo specchio per un attimo, i lunghi capelli blu notte si sposavano bene con i lividi sul collo lasciati il giorno prima, il labbro gonfio per aver disubbidito, e i segni rossi lasciati dalle frustate che abbracciavano il mio ventre e la mia vulva. raccolsi i due morsetti che mi aveva lasciato sul comodino accanto alla lettera, e mi accinsi a chiuderli sui miei capezzoli, ben stretti come piaceva al mio padrone.
Mentre la stretta ai capezzoli mi fece mancare per un secondo il fiato, guardai Il plug anale con la coda che era proprio li accanto ai miei trucchi, esitai un’attimo prima di raccoglierlo immaginando il dolore che mi avrebbe donato durante la giornata, usai un po di lubrificante e sospirai rassegnata prima di inserirlo nel mio ano come mi era stato ordinato.
Lo sentii scivolare dentro lentamente aprendomi bene il culo, la fitta di dolore mi fece tremare la mano e le gambe e strinsi i denti finché non fu perfettamente infondo.
Mentre mi lavavo i denti sentivo i miei seni e il mio sedere pulsare per il dolore, la mia vagina ebbe un fremito quasi di piacere, sentivo gli umori fuoriuscire, avevo un bisogno impellente di avere un orgasmo ma mi era stato ordinato di non averne nonostante le continue attenzioni che il padrone riservava alla mia vagina ogni giorno.
Erano circa 10 giorni che il piacere mi era negato, il mio clitoride iperstimolato dalle continue torture e dalla mancanza di orgasmo era turgido e gonfio oltre che clamorosamente sensibile, non so per quanto ancora potrò trattenermi e spero che il padrone mi consenta di venire prima di contraddirlo.
Truccata e vestita riguardai la lista di cose da fare, il padrone era intransigente sui miei doveri da schiava, e aveva fatto si che ogni mio compito risultasse umiliante e doloroso cosi che lui potesse trarne piacere guardando dalle videocamere di sorveglianza installate per tutta la casa.

Compito 1: rifare il letto
Quello che per una donna normale è un naturale e semplice gesto, per una schiava risulta un compito arduo e doloroso.
Presi il morsetto con i pesi e con la mano che tremava lo applicai piano alle mie labbra vaginali, strinsi finché la fitta di dolore non mi fece emettere un verso, sollevai il peso dal comodino e lo applicai al morsetto, poi ripetei l’operazione con l altro labbro, poi mi impalai da sola sulla sponda finché non fu completamente dentro.
Sentivo la vagina tirare verso il basso, ogni movimento risultava difficile a causa del dolore, i pesi rimbalzavano contro le mie cosce, gli umori iniziarono a colare lentamente e il mio clitoride provato pulsava senza sosta, dovetti stringere i denti per poter portare a termine il mio compito senza abbandonarmi all’orgasmo.

Compito 2: L’aspirapolvere
Dopo aver terminato con il letto mi accinsi a prendere fuori l’aspirapolvere, anche in questo caso dovrete dimenticare la modalità in cui ogni donna, almeno una volta nella vita, passa l’aspirapolvere in casa.
Legai la cintura di cuoio alla mia vita, inserì l’intero manico all’interno della mia vagina bagnata, i pesi alle mie labbra vaginali mi fecero sussultare e dovetti chiudere gli occhi e pensare ad altro prima di perdere il controllo, poi agganciai il tutto alla cintura in modo che non scivolasse fuori mentre mi accingevo a pulire.
Una volta acceso sentì lo scossone della vibrazione, chiusi gli occhi un secondo per ricordare cosa mi avrebbe fatto il padrone se avessi osato venire, poi iniziai a spingerla lentamente per tutta la stanza, il mio corpo e la mia mente erano provati dell’astinenza, nonostante il dolore incessante desideravo un orgasmo quasi quanto un esploratore perso per giorni nel deserto, desiderasse l’acqua, ma non potevo disubbidire o ne avrei pagato il prezzo.

Compito 3: la colazione
Al padrone non piace aspettare, quindi liberata dai pesi alle labbra vaginali salì di sopra per preparare la colazione.
Trovai una macchina per il sesso posta in orizzontale proprio davanti al fornello, e sopra uova e bacon da friggere prima che lui si svegliasse.
Esitante e con la continua paura di non trattenere il mio corpo, mi accinsi a salire sulla macchina e ad infilarmi il fallo dentro la vagina, lo sentì scorrere dentro ed ebbi un fremito lungo la schiena e nelle parti intime.
Una volta accesa, la macchina inizio a trapanarmi bene bene la figa, mentre sbattevo le uova, il grosso dildo andava su e giu dentro il mio corpo come un martello pneumatico, lo spessore del fallo e la violenza con cui mi scopava, andava a stimolare il grosso plug che avevo nel mio retto, i capezzoli divennero duri e la stretta serrata dei morsetti mi provocavano un dolore allucinante mentre il mio corpo si ribellava e voleva solo abbandonarsi ad un’orgasmo che non gli era concesso.
Mentre appoggiavo le pietanze nel piatto del padrone, sentì le mie gambe fremere e cedere per un secondo, il colpo del fallo impostato a velocità massima come ordinato dal master mi colpì violentemente la cervice provocando una fitta al ventre.
Scesi da quella tortura, con ogni cellula del mio corpo che fremeva, appoggiai il piatto del padrone sul tavolo e da brava cagna mi misi il collare che aveva lasciato lì per me, legandolo alla catena al muro.
Mi accucciai per terra al freddo e aspettai il suo arrivo.
Lo vidi scendere le scale e sedersi a capotavola, non mi rivolse un saluto o un solo sguardo mentre mangiava, bevve il suo caffè e solo allora sembrò accorgersi che ero li per terra affamata.
Prese lo scatolo di crocchette per cani dallo scaffale e mi riempì la ciotola, mi accinsi a mangiare senza l’uso delle mani come una vera cagna, e una volta finito lui prese il guinzaglio e mi accompagnò fuori per urinare.
Sentì il calore della mia urina bagnarmi le cosce, il rossore sulle guance per la vergogna e l’umiliazione al pensiero che, nonostante la casa fosse ben nascosta e lontana dal resto della civiltà, qualcuno passasse e mi vedesse sporcarmi con la mia stessa urina.
Prese il tubo dell’acqua e mi bagno per pulirmi, lo spruzzo gelido in mezzo alle gambe in quella mattina di ottobre mi fece sussultare.
Sempre tenendo stretta la catena legata al mio collare mi trascinò in bagno, una volta in ginocchio infilò l’imbuto nella mia gola prima di urinarci dentro, il sapore aspro del suo piscio mi invase e sentì i conati che mi costarono un ceffone cosi forte che mi girò la testa.
Mi riportò in giardino e mi legò alla mia cuccia, sopra in grande aveva scritto quello che ero per lui, “puttana” era cosi che mi chiamava ogni giorno, non avevo più un nome o un’identità, si era assicurato di portarmele via ribattezzandomi puttana. Mi lasciò li legata al freddo per un tempo indefinito, poi lo vidi entrare in giardino in compagnia di altri uomini, e capì che la giornata sarebbe stata ancora lunga.

Ci recammo nel capannone che aveva adempito a sala delle torture, al suo interno vi erano presenti ogni tipo di macchinario e strumenti che servivano a tortura la puttana schiava che ero.
Al suo centro vi era un grosso tavolo di legno con delle manette per polsi e gambe, appena sulla destra una sedia fatta completamente di aculei affilati, alla sinistra un cavallo a punta che serviva per affliggere dolore e portare la schiava allo stremo, su un grosso tavolo e sulla bacheca vi erano invece, corde, frustini di cuoio di ogni dimensione, catene, aghi, e altri numerosi strumenti di cui conoscevo bene il potenziale e i segni che potevano lasciare.
Ero in ginocchio davanti al padrone, vi erano almeno una decina di uomini seduti nel capanno, completamente nudi con i loro membri scoperti, la mia vagina sussultò immaginando che cosa mi sarebbe accaduto da li a poco.
Mi legò strette le braccia con una corda, con un altra immobilzzò le mie gambe e mi tiro su facendo leva sulla trave del soffitto, lo strattone mi provò un dolore allucinante alle spalle e alla schiena, arrivavo a malapena con le punte dei piedi al pavimento, sentì il dolore irradiarsi lungo la colonna vertebrale.
Prima che potessi dire qualsiasi cosa, inserì ai lati della mia bocca un morso per bloccare la mandibola, la mia vagina sussultò ancora e liberò altri umori, ogni suo tocco, per quanto violento fosse mi inebriava e mi faceva desiderare di essere posseduta fino all’agognato orgasmo.
Tirò via con violenza i morsetti dal seno, un urlo riempì la stanza, e sentì il palmo della sua mano colpirmi forte sulla guancia prima che potessi anche solo chiedere scusa, si avvicinò con delle pinzette a morsetto piu grandi, collegate ad una corda alla quale vi erano appesi dei secchi, li applico ai miei capezzoli e li lasciò andare, il peso dei secchi strattonò di botto i miei seni e trattenni l’urlo per non ricevere un’altro ceffone.
La stessa sorte toccò alle mie labbra vaginali, le pinze ben strette furono legate ai lati tenendo la mia vagina completamente aperta e pulsante di dolore e di voglia.
Il mio corpo fremeva per lo sforzo di quella posizione e per il dolore che stavo provando, oltre che per la consapevolezza di quello che avrei ricevuto da li a poco.
Il padrone tastò le mie parti intime con una calma e un autorità di cui solo lui era capace, afferrò il mio clitoride tra le dita e lo strinse fino a far scendere una lacrima, un urlo strozzato fuorisci dalla mia gola, poi Con l’ausilio di una coppetta collegata ad un aspiratore aspirò il mio clitoride per deformarlo e renderlo più sensibile alla tortura che aveva progettato per me.
Le gambe tremavano e dovetti fare uno sforzo immane per non venire mentre il mio clitoride veniva risucchiato e allungato con forza all’interno della coppetta, più tremavo e più i grossi secchi riempiti di acqua e collegati ai miei capezzoli si muovevano e mi provocavano fitte di dolore.
Quando lo vidi avvicinarsi con un’altro morsetto capi che avrei dovuto lottare con tutta me stessa per non disobbedirgli e non lasciarmi andare ad un doloroso orgasmo.
Prese il morsetto e Lo strinse sul mio clitoride, non trattenni le urla e le lacrime mentre si accingeva a stringere ancora, il suo volto duro e impassibile come il suo uccello, non fecero trasparire nessun tipo di pietà, mentre collegava una corda con 2 mattoni a far leva al morsetto.
Rigirai gli occhi mentre il primo colpo di frusta mi flagellava la schiena, il secondo urlai e sentì calde lacrime scivolare sulle mie guance e finire nella mia bocca, uno dopo l altro il dolore si amplificava e mi sentivo inerme, la visione di quegli uomini che guardavano lo spettacolo mentre si toccavano il cazzo eccitati dal cuoio che mi apriva ferite sul corpo, e la consapevolezza che entro la fine della giornata avrei sicuramente preso ognuno di quei cazzi e avrei bevuto il loro sperma e la loro urina mi fece sussultare, il colpo brutale dla frusta cadde proprio li tra le gambe e tra le lacrime e i singhiozzi iniziai a pregare il padrone di liberarmi con un orgasmo, ma senza riscontro.
Quando ebbe finito portavo sul corpo i segni evidenti del cuoio, il corpo bruciava e doleva mentre la vagina era avvolta in un vortice di desiderio e dolore.
Il padrone infilò due dita all’interno della mia figa, constatando che ero bagnata, mi sollevò la testa e mi disse davanti a tutti quanto fossi troia e deviata per bagnarmi cosi tanto sapendo il destino che mi attendeva.
Tirò fuori il plug anale che per l’intera mattinata mi aveva allargato il culo preparandolo a quello che il padrone aveva in mente per me quel giorno, Liberò il mio clitoride dalla morsa a cui l aveva sottoposto, la sensazione di liberazione mentre allentava la stretta, è paragonabile a quando la lingua del tuo uomo ti sfiora il clitoride dopo averlo succhiato, sentivo il piacere inebriante e dovetti concentrarmi per non venire.
Legato braccia e gambe aperte al tavolo, cercai lo sguardo del padrone per capirne gli intenti, mi chiese cosa avessi detto mentre lui era impegnato a frustarmi, ed esitante risposi ” la prego padrone, mi dia il permesso di venire anche se non lo merito” .
Il suo sguardo venne attraversato da una luce appena udì la mia richiesta, una luce che nascondeva il buio assoluto, “hai il consenso di venire puttana” e nonostante la gioia di quella piccola concessione, in cuor mio sapevo che sarebbe stato altissimo il prezzo di quel orgasmo.
Prese il frustino rigido dalla parete e si avvicinò al tavolo, mi preparai al colpo, dritto tra le gambe sul clitoride gonfio e pulsante, una scarica di dolore assordante mi invase, le tempie pulsavano e mi si appannò la vista, un altro colpo forte e deciso, la mia schiena si inarcò e ogni muscolo divenne rigido per il dolore, colpì ancora e ancora urlandomi di venire, e lo feci…con le poche forze rimaste sentì il piacere ed il dolore invadermi, un’orgasmo doloroso come pochi, interrotto e ripreso da più colpi ben assestati proprio sul fascio di nervi che andrebbe accarezzato e baciato.
Non riuscivo a fermare le contrazioni dei muscoli, tremavo dal piacere che era esploso dopo giorni di diniego e tortura fisica e psicologica.
Subito dopo, con la figa arrossata e sanguinante venni buttata a terra e fui costretta a succhiare i membri di ognuno dei presenti, sapori e dimensioni diverse a turno nella mia bocca calda, li senti scopare la mia gola e la mia lingua, duri per l’eccitazione di vedermi sottomesso e umiliata, qualcuno mi sussurrava di quanto facessi schifo dopo essere venuta con l’ausilio di una frusta e senza essere nemmeno penetrata.
Dopo averli bagnati tutti sentì due cazzi farsi strada rispettivamente nel mio culo e nella figa dolorante, spinsero di brutto fino a farmeli sentire nello stomaco, un’altra nerchia dura e vogliosa spingeva nella mia gola e con le mani ne accarezzavo piu che potevo contemporaneamente.
Lo sguardo del padrone non traspirava nessun tipo di sentimento, al contrario il suo membro ben eretto mi confermava che stavo svolgendo bene il mio compito, lasciai che ognuno dei presenti mi sfondasse e riempisse bene di sperma ogni orifizio, riuscì persino a venire quando ben due cazzi si insinuarono nella mia vagina mentre un’altro si faceva strada nelle profondità del mio culo.
Solo un paio d’ore dopo sentì l’ultima goccia di sperma insediarsi dentro di me e solo allora il padrone si alzò e con la violenza che solo lui sapeva usare mi ficco il suo cazzo fino alle palle in gola, nella bocca sporca del seme di altri, cosi infondo che non riuscivo a respirare, sentivo la sua cappella sulle tonsille e il suo scroto liscio in bocca, spinse fino a riempire la mia gola, tenedomi stretta per i capelli con la testa premuta sul suo cazzo, non uscì subito aver sborrato, si fermò e sentì lo zampillo caldo della sua urina che si riversava in bocca e in faccia.
Inziavo ad avere dolori ovunque, ma nonostante avesse appena avuto un amplesso, il padrone mi legò e infilò dentro di me due vibratori fissandoli con gli aghi attraverso le mie labbra vaginali, con una pinzetta collegata ad un elettrostimolatore si accinse a legare il mio clitoride, appoggiando anche un altro vibratore sopra, un grosso fallo nel culo e non soddisfatto infilò piu aghi nei miei capezzoli collegandoli all all’elettrostimolatore.
Accese tutti i dispositivi insieme, il corpo era pervaso dal piacere, un piacere cosi intenso e forte che si trasformò in dolore dopo pochi orgasmi.
Mi lasciò li a gemere di dolore e piacere, orgasmi multipli, di cui la vittima è consapevole che il prossimo sarà piu doloroso.
Quando tornarono a riprendermi erano passate piu di 2 ore, i crampi dovuti alla posizione scomoda in cui ero legata e i continui orgasmi mi avevano sfinita del tutto.
Ma il mio compito non era ancora volto a termine, il mio padrone non era ancora soddisfatto, e non mi stupì piu di tanto che nonostante io fossi davvero provata dalle stigmate di quel giorno, continuò a torturarmi e a scoparmi o farmi scopare.
Mi legò a 4 zampe con la schiena inarcata per favorire i suoi piani, non vi era un solo atomo del mio corpo che non duoleva, senti le sue mani lubrificate farsi spazio nel mio ano, prima 3 dita, poi 4, poi l intera mano, allargato a sufficienza il mio culo entrò con l altra mano, lo sentivo rovistare dentro di me con due mani e piegata dal dolore iniziai a piangere copiosamente.
Le lacrime non ammorbidirono il mio padrone bensì lo eccitarono al punto che chiamò uno dei presenti e gli fece infilare entrambe le mani nella mia figa, avevo 4 mani nel corpo, due davanti e due nel culo, sentivo le loro braccia affondarmi dentro e provocarmi dolore e piacere, “potresti scopare pure due cavalli per volta e riusciresti a bagnarti ugualmente puttana di merda, ti piacerebbe avere il cazzo di un cavallo che ti sfonda lo stomaco si?”
Ero troppo presa dalle sensazioni piacevoli e spiacevoli e non risposi subito, senti i pugni serrarsi nel mio culo e affondare come cazzotti dentro di me, emisi un urlo e risposi di si gemendo di dolore e piacere.
Dopo il fisting estremo alla quale mi aveva sottoposta ero di nuovo eccitata anche se consapevole che ogni orgasmo mi avrebbe fatto sentire male, quindi fui ben lieta quando sentì due grossi cazzi duri entrare nel mio retto.
La sensazione di essere piena, due cazzi di quelle dimensioni nel culo e 2 che mi trapanavano la figa, nonostante il dolore avrei voluto durasse in eterno, succhiavo un cazzo e subito un altro era pronto a sostituirlo, sentivo le loro palle sbattere sul mio corpo e gli occhi del padrone addosso, era compiaciuto lo si leggeva in faccia, bastò per farmi avere orgasmi su orgasmi, sentivo la mia figa squirtare sui loro cazzi e i loro cazzi farcirmi culo e figa senza alcun ritegno.
Poco dopo il padrone arrivò con un grosso clistere, mi disse che doveva pulirmi prima di infilare il suo cazzo nel mio culo sfondato da puttana, lo lasciai fare ignara di quello che aveva in mente.
Sentì l acqua tiepida scorrermi nel culo e nell’intestino, mi riempì cosi tanto che mi si gonfiò la pancia, un pugno forte mi colpì al ventre e caddi faccia a terra ansimando, le mani del padrone premevano contro la parte bassa del mio ventre, i crampi tipici di chi deve evacuare mi fecero torcere dal dolore, e quando finalmente pensavo che avrei potuto buttare fuori tutto, lui infilò il proprio membro nel mio culo a far da tappo, e mi scopò cosi violentemente e cosi a lungo che persi i sensi 2 volte.
Quando mi svegliai lui aveva finito, mi avevano sborrato e pisciato addosso tutti ed il contenuto del mio intestino era riverso a terra, mi senti umiliata del essermela fatta addosso davanti al padrone e scoppiai a piangere.
Lui mi carezzò la testa e mi disse di andarmi a ripulire che non aveva finito, che ero stata una brava puttana e meritavo la cena, mi sentì appagata da quelle parole e ringraziando mi diressi a fare una doccia.
A cena trovai il piatto condito dal suo sperma, mi accinsi a mangiare tutto e leccai il piatto, mi premiò concedendomi l’onore di mangiare il sul sperma e mentre si riposava sul divano mi permise di potergli fare un pompino mentre le mie dita mi sgrillettavano la vagina. Prima di andare a letto usò la mia bocca per urinare e a letto mentre stavo per addormentarmi volle farmi un’ultimo regalo per premiare la mia sottomissione, il vibratore wifi si accese concedendomi un ultimo dolce e doloroso orgasmo prima di crollare, bagnando le mie lenzuola.

 


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