Nata schiava (I parte)

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Nata schiava (I parte)

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Nata schiava (I parte)
Racconto non del tutto mio

Mi chiamo Tina, 30 anni, alta 1,77 castana fisico atletico: dicono molto carina e sexy e sono sempre stata affascinata dalla sottomissione sessuale femminile.

Sin dall’età di 15 anni m’imponevo da sola costrizioni e torture che eccitavano la mia fantasia e mi obbligavano ad estenuanti sedute di masturbazione. Con mollette ai capezzoli e sul clitoride, nuda davanti allo specchio, passavo pomeriggi interi a pizzicarmi e accarezzarmi. Dai 16 anni cominciai a depilarmi totalmente il pube ed a non indossare mutandine e reggiseno. Le mie letture s’indirizzavano inevitabilmente sull’argomento dominazione ed ero avida di classici tipo Histoire d’O o De Sade, ma anche semplicemente di immagini e racconti dei vari siti internet sull’argomento.

Cercavo disperatamente di far capire ai primi fidanzatini quali fossero le mie preferenze ma, forse per l’età, questi o non capivano o si spaventavano e sparivano. Io inutilmente allargavo docilmente le gambe e m’immaginavo la più dura delle dominazioni ma loro, i ragazzi, preferivano non capire la mia natura e si accontentavano di scoparmi normalmente.

A 18 anni avevo perso ogni interesse per il sesso maschile, almeno come lo conoscevo, e mi ero rassegnata ad alimentare le mie fantasie in privato.

Fino a quando fui assunta come impiegata da un professionista 40enne che si occupava di consulenze aziendali.

I primi tempi tutto era normale, in ufficio eravamo solo io ed il titolare e quando lui era assente per lavoro, cosa che succedeva spesso, ero completamente sola e libera di dare sfogo alle mie fantasie. Dopo 4/5 mesi avvenne la svolta che avrebbe cambiato totalmente la mia vita.

Un pomeriggio sorpresi il titolare a sbirciarmi le gambe mentre mi dettava una lettera, le mie gonne erano sempre piuttosto cortine così come altissimi erano i tacchi; lui si accorse che l’avevo sorpreso e imbarazzato mi disse sorridendo “mi scusi… ma è inevitabile… lei ha delle bellissime gambe!” Non so ancora oggi spiegarmi cosa mi prese; forse la speranza di qualcosa di nuovo; fatto sta che, arrossendo, mi sentii rispondere “prego, faccia pure… anzi mi fa piacere” così dicendo sollevai un po’ la gamba che tenevo accavallata sull’altra scoprendo ulteriormente la coscia.

Lui mi guardò in un modo strano, sicuramente stupito, poi dopo un attimo di silenzio disse: “bene… da oggi allora le guarderò le gambe liberamente” e io subito “ne sarei felice”!

Da allora non passava un attimo senza che sentissi il suo sguardo sulle cosce e mi parve anzi che creasse apposta delle occasioni per potermi guardare da vicino: mi chiamava spesso vicino alla sua scrivania con la scusa di mostrarmi della corrispondenza o altro e sempre più spesso mi sfiorava le gambe con le dita, quasi a saggiare le mie reazioni. Incoraggiata da ciò accorciai ancora di più le gonne sino ad arrivare al punto che una mattina mi presentai con una gonnellina nera plissettata, tipo quelle usate nel tennis, talmente corta che mi copriva a stento le natiche nude; ad ogni movimento poi rischiava di sollevarsi a scoprire il sesso rasato e la mancanza di biancheria intima.

Ero già eccitata per il mio abbigliamento che m’imponeva una particolare attenzione nel muovermi e quando il titolare mi chiamò nel suo ufficio e mi vide entrare non poté evitare una esclamazione di sorpresa.

Dopo avermi squadrata per bene e a lungo disse “veramente notevole… ma è meglio che oggi mi stia lontana. La tentazione è davvero troppo forte…..” Facendo uscire le parole tutte di un fiato risposi quello che da tanto avrei voluto dire: “Lei è libero di fare ciò che vuole e se posso esserle utile in qualunque modo desideri ne sarei felice. Non…” non potei finire la frase per l’eccitazione che provavo ed abbassai gli occhi restando lì in piedi davanti a lui che mi guardava in silenzio.

“Si spiega meglio, signorina. Cosa sta dicendo?”

“Volevo dire, ecco…. Sarei felice se mi usasse… sì insomma… se vuole soddisfarsi con me io…”

“Sta dicendo che posso soddisfarmi con lei sessualmente?”

“…Si…”

“Che posso allungare le mani a mio piacere? Che posso toccarla?”

” Se le fa piacere… Si… E anche…”

“… E anche???…”

“… E anche punirmi… se non mi trova soddisfacente…”

Era andata; avevo detto ad un uomo, in sostanza un estraneo, quello che sognavo da tanto tempo. Ero così eccitata che temevo se ne accorgesse o che mi colasse sulle cosce la prova tangibile della mia eccitazione.

Mi fece cenno di avvicinarmi a lui, girai intorno alla scrivania, mi avvicinai a lui seduto in poltrona e mi ritrovai in piedi tra le sue ginocchia: oramai avevo fatto trenta tanto valeva facessi trentuno. Lentamente sollevai la gonna mostrando il sesso depilato e gonfio a pochi centimetri dal suo viso.

Da quel giorno le cose cambiarono rapidamente; la corta gonnellina plissettata, con una giacchina a coprire il seno nudo ed i tacchi alti divennero la mia divisa da “lavoro”.

Inizialmente mi usava solo sessualmente, ma vedendo la mia assoluta disponibilità cominciò ad impormi comportamenti da schiava con diversi ordini.
Mi venne proibito di andare in bagno senza chiederne il permesso specificando bene le mie necessità, proibito anche godere senza chiedere prima il permesso, proibito parlare se non espressamente richiesto. Proibito di indossare mutandine reggiseno e collant, per esserne sicuro venne a casa mia e prese tutto l’intimo ed i vestiti non idonei al mio stato di schiava e li butto nella spazzatura.

Mi venne proibito di reagire ad eventuali palpate alle quali dovevo invece reagire agevolandone il più possibile l’esecuzione. Così se mi infilava una mano a toccarmi le natiche mi venne insegnato come allargare le cosce spingendo in fuori il sedere di modo che le natiche si aprissero un poco. Mi venne anche insegnato come spingere in avanti il bacino per agevolare chi voleva toccarmi il sesso ed a chinarmi leggermente in avanti per far penzolare i seni pronti ad essere soppesati e strizzati. Questo addestramento naturalmente mi costrinse ad evitare i mezzi pubblici per evitare situazioni imbarazzanti se non obbligata dal mio padrone.

Il mio padrone volle inoltre che parlando di me io utilizzassi il linguaggio più crudo e volgare possibile; parlando di me quindi mi venne proibito di usare definizioni come sesso, seno, fare all’amore che diventarono figa, mammelle, essere chiavata!

Quando ero alla presenza del mio padrone o di chiunque altro, uomo o donna che fosse, dovevo stare in piedi facendo attenzione a tenere le ginocchia distanti almeno 30 cm. Tra loro così da avere sempre le cosce allargate. E questa regola valeva anche per quando mi era acconsentito sedermi; con le ginocchia disgiunte chiunque poteva vedermi comodamente la figa depilata.

Benché io abbia una terza di seno e sia fatto molto bene il mio padrone volle che mi umiliassi e mi addestrò a chiedere scusa per il mio seno come prima cosa ogni volta che mi trovavo nuda di fronte a lui o a chiunque altro utilizzando le parole: “la prego di scusarmi per queste ridicole mammelle…”. Ancora oggi uso sempre questa formula.

Dopo circa sei mesi il mio padrone, che era scapolo, volle che andassi ad abitare con lui per avere una schiava a tempo pieno, anzi, come disse lui “… per fare di me un perfetto animale da compagnia”, non che tuttofare in casa.

Così trasferii le mie poche cose a casa del Padrone che aveva attrezzato un piccolo sgabuzzino per potermi ritirare quando non gli servivo. Era una stanzetta di circa 3 metri per 2 con una serie di anelli in ferro fissati a varie altezze sul muro così che potevo venire incatenata in diverse posizioni. Mi venne imposto di stare sempre nuda in casa a parte collare di cuoio da cane, delle polsiere e delle cavigliere. Così fissando il collare con una corta catena all’anello più basso ero costretta a restare a quattro zampe tutto il tempo che si voleva ed impedendomi di sollevarmi in piedi: a questa posizione scomoda ed umiliante mi sarei abituata presto perché era così che il padrone spesso mi faceva passare le notti e i giorni in cui non venivo usata, comunque non ho più dormito in un letto.

Cominciò a farmi usare anche da suoi amici con cui dovevo comportarmi ed attenermi alle stesse regole del Padrone.

Ogni giorno dovevo annotare mancanza che compivo: così alla sera il mio padrone sapeva quanti colpi di frusta doveva infliggermi o farmi infliggere. Se non avevo allargato le cosce abbastanza bene, se non ero stata ben disponibile o poco partecipe in qualche gioco sessuale con lui o con quelli cui mi prestava. Quasi sempre venivo frustata sulla figa, 10 colpi per ogni mancanza, che dovevo contare io, spiegando perfettamente di quale mancanza si trattasse. A volte, per il capriccio di chi mi adoperava in quel momento, ero costretta ad infliggermi da sola le frustate, facendo bene attenzione a non barare perché se i segni sulla figa, sul culo o sulle mammelle non soddisfacevano gli osservatori dovevo ricominciare.

Quando la mattina il padrone mi portava in ufficio dovevo vestire come sempre la mia “divisa” e per questo avevo acquistato diversi cambi, di colore e consistenza differente per le diverse stagioni, ma tutti più o meno con la stessa foggia: gonnellino cortissimo, giacchina o gilet, tacchi altissimi.
Il collare non potevo toglierlo mai, neanche per uscire e cercavo di portarlo con disinvoltura anche se tra abbigliamento e tutto il resto potete immaginare le situazioni. Durante il periodo del ciclo poi la cosa era ancora più complicata in quanto le mutandine non mi erano permesse neanche “in quei giorni”: potevo usare un assorbente interno lasciando il cordino che penzolava tra le cosce di modo che chiunque si accorgesse del mio stato e del fatto che fossi a figa nuda. Anzi spesso il padrone applicava al cordino dell’assorbente in sonaglietto di quelli per cani così che la cosa fosse ancora più palese.

Era stata addestrata a servire il padrone ed i suoi ospiti che seduti in poltrona si godevano lo spettacolo da me offerto. Quando qualcuno voleva toccarmi bastava un gesto perché smettessi immediatamente di fare ciò che stavo facendo per precipitarmi da chi voleva usarmi. La partecipazione a questi giochi con mugolii di piacere eccessivi o estraendo la lingua per guaire “come una cagna” con la rapidità di esecuzione degli ordini più sconci e volgari mi erano stati imposti a suon di frustate e secondo il padrone facevano divertire chi mi usava.

Il mio padrone era più tranquillo: bastava un gesto ed io capivo se voleva ispezionarmi la figa, il culo, le mammelle o la lingua. Senza che lui dovesse alzare la mano dal bracciolo della poltrona ero io che dovevo chinarmi a gambe allargate per portargli a portata di dita la figa o il culo; o mi chinavo con il busto in avanti, in piedi con le gambe divaricate, per far sì che le mammelle penzolassero a portata di mano o la mia lingua potesse essere afferrata, tirata o ispezionata.

Per suo capriccio o per far ridere gli ospiti mi veniva fissata alle caviglie un’asta lunga circa un metro che mi obbligava a tenere le gambe divaricate al massimo, poi mi venivano fissate le polsiere al collare, venivo messa a quattro zampe con la figa esposta, il culo ben in alto e le mammelle che sfioravano con i capezzoli il pavimento in quanto poggiavo solo sui gomiti: veniva lanciato nella sala un cazzo di gomma e io dovevo, così a quattro zampe ed aperta, andare a riprendere con la bocca e portarlo a chi lo aveva lanciato. Questa situazione piaceva molto agli osservatori e anche al padrone e veniva ripetuta per innumerevoli ed estenuanti volte, interrotte solamente se qualcuno non resisteva all’eccitazione e voleva che lo soddisfacessi.

Quando si stancavano di avermi intorno venivo mandata in un angolo dove dovevo restare con il viso rivolto verso il muro ed il culo verso gli ospiti, in attesa che a qualcuno venisse voglia di richiamarmi.

Capitava abbastanza di rado che il padrone mi usasse come pisciatoio orinandomi in bocca: diceva che avevo le labbra talmente morbide e calde che gli diventava duro appena lo infilava in bocca rendendogli scomoda la minzione. Era invece una consuetudine che soddisfacessi con la bocca il padrone o i suoi ospiti ingoiando tutto con “golosità” come ero stata addestrata a fare e leccando con la lingue il pavimento se qualche goccia andava perduta.

Un’Alto passo della mia realizzazione come schiava avvenne quando per la prima volta sono riuscita a raggiungere l’orgasmo sotto i colpi della frusta. Il Padrone stava picchiandomi in mezzo alle gambe mirando con minuziosa crudeltà le labbra del mio sesso e senza bisogno di altri stimoli ho dovuto chiedergli permesso di godere.

Una volta che ero stata chiavata da un amico del padrone che aveva un enorme cazzo avevo commesso l’impudenza di godere senza chiederne il permesso: quando il padrone lo venne a sapere mi punì severamente con una seduta di frustate che non dimenticherò mai e decise che da allora e fino a quando avesse voluto per suo capriccio, io non sarei stata più chiavata ma avrei soddisfatto chi mi usava solo con il culo o con la bocca. Per umiliarmi ulteriormente decise che dovevo informare chi mi usava della cosa con una formula ben precisa che dovetti imparare a memoria

Capitò la prima occasione, un anziano cliente del padrone che per la volta mi usava per dare sfogo alle sue perversioni: quando fui nuda di fronte a lui dissi ” la prego di scusarmi per queste ridicole mammelle…La prego poi di usarmi solo nel culo o se preferisce nella bocca in quanto ho goduto senza permesso e per punizione non mi è più permesso godere. Naturalmente può ispezionarmi la figa e giocarci quanto e come vuole ma la prego di non farmi godere.”. L’anziano uomo restò ammutolito e per un attimo temetti che mi avrebbe mandato via; dovetti inginocchiarmi a pregarlo “La prego, mi usi, se mi manda via senza che si sia preso piacere da me verrò punita”. L’uomo avrà avuto circa 65 anni e vedersi supplicato così da una cagna di 20anni deve avergli fatto l’effetto di uno stimolante perché mi inculò per diverse ore, volle che lo pulissi ogni volta con la bocca e quando ispezionandomi la figa si accorgeva che ero troppo bagnata mi colpiva dappertutto con una canna lunga e sottile, molto dolorosa.

Erano poco più di 2 anni che ero l’animale da compagnia del padrone; un giorno vennero in ufficio per questioni di lavoro i figli di miei cugini, insomma cugini alla seconda. Rimasero molto colpiti dal mio abbigliamento ma tutto sembrò finire li.
Una sera ero accucciata che leccavo i piedi al padrone quando improvvisamente mi disse

” Oggi ho ricevuto una telefonata; tornano in città i tuoi cugini, vogliono incontrarti per rassicurare la tua famiglia. Tu cosa ne dici?”

Non sapevo realmente cosa dire; ero andata via da casa molto giovane, appena diciottenne per incompatibilità di carattere con i miei genitori ed era più di un anno che non vedevo i miei genitori.

L’ultima volta che ci eravamo visti erano rimasti un po’ stupiti da mio abbigliamento ma avevano pensato ad una moda passeggera. Certo non avevano intuito la mia condizione di schiava totale.

Risposi “Quello che decide lei a me va bene. Io non sono altro che la sua cagna ubbidiente”

Mi guardò e non disse più niente.

Non immaginavo certo quello che mi avrebbe preparato di lì a poche sere dopo.

Passò una settimana ed io non pensavo più ai miei cugini, o meglio, pensavo di risolvere tutto con una telefonata. Invece una sera il padrone mi disse “questa sera abbiano ospiti……”

Pensai ad una delle tante serate di umiliazioni ed esibizioni oscene: quando invece venne a prendermi nella mia “cuccia” e mi portò in salotto al guinzaglio nella mio abitino da schiava mi sentii morire nel trovarmi di fronte mia cugina e mio cugino che mi guardavano allibiti.

Il padrone disse “Ho già spiegato a grandi linee la tua situazione. Lascio a te il compito di spiegare nel dettaglio cosa sei e perché”

Feci per avvicinarmi a mia cugina che mi guardava con le lacrime agli occhi ma il padrone diede uno strattone al guinzaglio che mi tirò indietro, scoprendo ancora di più le mie nudità, poi fissò il guinzaglio con un lucchetto ad una catena che pendeva nel centro della sala e se ne andò lasciandomi li, appesa nuda, davanti ai miei cugini.

Mia cugina si alzò di scatto ed avvicinandosi cercò di staccarmi dalla catena urlando “Brutto bastardo, cosa hai fatto a mia cugina…. Liberala subito o ti denuncio…” ma il padrone aveva già lasciato la stanza.

Poi si rivolse a me “Ma cosa fai, ma guardati” Mio cugino restava seduto ammutolito a fissarmi:

Quindi decisi di parlare e di dire tutta la verità.

“Sono una schiava… O meglio, sono trattata come un animale ma è esclusivamente per una scelta mia e solamente mia. Sono felice di essere quello che sono e di appartenere ad un uomo che sa farmi felice”

Lei mi guardò con occhi furenti: “sei una puttana” mi disse, “non voglio avere più niente a che fare con una come te” si voltò verso mio cugino e disse “Gianni andiamo via, non diciamo niente alla mamma ed ai suoi genitori per carità” e si avviò verso l’uscita. Mio cugino mi venne vicino e con un’aria strana mi sussurrò “che cugina troia che sei” poi prese un capezzolo tra due dita e lo torse fino a farmi urlare, ed andò via.

Fui lasciata appesa in mezzo alla sala tutta la notte a piangere. La mattina il padrone mi liberò solo per portarmi al guinzaglio in giardino dove mi fu permesso di pisciare, poi mi portò nel mio sgabuzzino, mi incatenò a quattro zampe, passò una mano sulla mia figa e constatò che nonostante tutto ero bagnata, sorrise e mi lasciò senza dire una parola.

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