La discesa agli inferi del piacere (1° parte)

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La discesa agli inferi del piacere (1° parte)

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Questa e’ la storia di una ragazza, di quella che e’ stata la mia ragazza, e di come ho vissuto per circa due anni come un autentico re, padrone della casa, della sua vita e di quella delle donne che la frequentavano, soprattutto sua madre.

Ho 25 anni e sono quello che si chiama uno start-upper. Ho inventato un’applicazione che e’ piaciuta molto, mi ha fatto guadagnare dei bei soldini gia’ a 20 anni e ora lavoro tra computer e telefono ma soprattutto mi godo la vita, con gli amici e le ragazze.

Conobbi Giulia ad una festa; lei amica di amici ed io lo stesso. Giulia ha 20 anni, e’ rossa (naturale), capelli lunghi e ricci, occhi verdi e il naso all’insu. E’ quella che si definirebbe una “curvy”: terza abbondante, senza esagerare ma soprattutto soda, fianchi proporzionati ma leggermente abbondanti, un culo da urlo, anche questo proporzionato e leggermente ampio (tutto da mordere o… sculacciare). Se non fosse rossa di capelli e sembrasse irlandese, la si definirebbe “mediterranea”.

Beh, la stessa sera che la conobbi, restammo a parlare tutta la notta in macchina e solo alle 5 di mattina riuscii a baciarla e a catturare un po’ della consistenza delle sue curve, in pratica ad ottenere qualche palpatina.

Profumava di rosa, aveva le labbra carnose e la pelle liscia e vellutata. Io da quando l’avevo vista, avevo un’erezione pressoche’ continua, cui lei non diede sfogo ma anche li’ solo un piccolo sollievo, con una breve strusciatina sopra i pantaloni.

Perche’ vi racconto tutto questo? Perche’ forse voi, come me, penserete che fosse una fdl, una figa di legno, che non me l’avrebbe mai data se non dopo il matrimonio. Forse. Invece…

Invece, dopo un paio di uscite, si rivelo’ essere una vera furia: bastava accenderla un po’, qualche carezza nei punti giusti, una palpatina piu’ intensa delle tette, un bicchiere di vino in piu’, farle sentire quanto ce l’avevo duro e subito si scioglieva. E quando si scioglieva, non ragionava piu’ e potevi fare quasi tutto quello che volevi. Ma anche quel quasi tutto, lo scoprii, sarebbe diventato presto tutto, ma proprio tutto.

La nostra storia inizia una sera che eravamo andati al cinema e poi a mangiare qualcosa: poiche’ volevo tornare a casa soddisfatto, le feci bere un bicchiere di vino in piu’ pregustandomi gia’ qualcosa, cosi’ quando alla fine della serata la riaccompagnai a casa, la vidi un po’ alticcia e mentre guidavo le dissi “metti la tua testa sui miei pantaloni, cosi’ ti riposi un po'”.

Tempo zero, feci un esperimento: cominciai a farle sentire l’erezione, strusciandomi sulla sua guancia e dopo un po’ lei, senza neanche dirmi niente, si giro’, mi guardo’ negli occhi con i suoi occhioni liquidi, e mentre mi guardava, mi apri’ la patta e se lo prese prima in mano e poi in bocca. Letteralmente dovette estrarlo perche’ era incastrato negli slip da quanto era gonfio.

Succhiava che era una bellezza: succhiava la cappella con maestria, lentamentemente, facendomi sentire le labbra che me la avvolgevano tutta. Con la lingua titillava il buchetto e con la mano me lo menava piano piano al ritmo delle ciucciate.

Andammo avanti cosi’ per una decina di chilometri poi, mentre lei stava per staccarsi, le dissi “no, cara. Ora finisci quello che hai cominciato”, le misi la mano sulla nuca e la spinsi fino in fondo, come a farle capire che avrebbe dovuto finire. Era restia, diceva che non voleva, “lasciami andare. Sono stanca. Non ti basta?” ma io non mi sono dato per vinto; piu’ lei cercava di tirarsi su e piu’ io spingevo forte e la tenevo giu’ dicendole “continua, continua ad agitarti. Cosi’ mi eccito ancora di piu’ e ti riempiro’ di piu’ della mia sborra”.

Piano piano lei capi’ che non avrebbe potuto contrastarmi, si calmo’ e continuo’ a salire e scendere sulla mia asta con intensita’ crescente, assaporando il gusto inebriante del mio uccello e godendosi, ne sono sicuro, quel gran bel pompino. Ogni volta che saliva e si fermava con le labbra sulla cappella aspirando e facendo il verso del risucchio, io muguganvo di piacere e le dicevo “cazzo, se ci sai fare con la lingua. Sembri nata per fare i pompini”. Visto che era stata brava, mentre continuava a succhiamerlo con maestria, le diedi un paio di buffetti sulla testa dicendole “sei proprio una brava bambina, un po’ indisciplinata ma impari in fretta chi comanda e per questo ti meriti un premio”. Con la mano destra, le feci capire di aprire le cosce, feci scivolare la mano tra i collant e dentro le mutandine e cominciai a sgrillettarla velocemente.

Piu’ sgrillettavo, piu’ lei aumentava l’intensita’ delle succhiate. Non ce la feci piu’, accostai in una piazzola di sosta, spensi la macchina e lasciai che finisse. Io continuavo a toccarla e lei continua a succhiare. “Brava Giulia. Continua cosi’. Leccamelo tutto fino in fondo. E ogni volta che ti sgrilletto, voglio sentire quanto ti piace”. Lei non se lo fece ripetere due volte; io la toccavo, lei interrompeva la succhiata, apriva la bocca e “aaaaahhhhhhh. Continua, continua. Non ti fermare”, diceva. E io, con l’altra mano, la rispingevo giu’ fino alla fine fino a quando non sentivo la cappella sbattere sulla sua gola.

Mancava ormai poco a che venissi, cosi’ le dissi: “tirati su e girati dall’altra parte”. Scesi dalla macchina (con ancora l’uccello di fuori), andai dalla sua parte, aprii la portiera, mi abbassai completamente i pantaloni e gli slip e le dissi “ora la finiamo in bellezza”.

Lei mi guardava ma sembrava non capire. La presi per i capelli e la tirai sul mio uccello. Glielo ficcai fino in fondo e le dissi “forse non ci siamo capiti. Devi finire quello che hai cominciato e lo devi fare qui e ora”. Mi guardo’ avendo tutto il mio uccello in bocca e comicio’ di nuovo a succhiare. Succhiava e mi massaggiava le palle, senza sosta. La mia mano dietro la sua nuca che la guidava. Avanti e indietro; avanti e indietro. “Brava Giulia, continua cosi’ che tra poco avrai il tuo premio. Dai, su! Succhiami le palle”. Era una furia. Quello che c’era intorno sembrava non importarle piu’: ormai succhiava e succhiava come se fosse nata per fare solo quello.

Io con la testa all’indietro mi godevo quel pompino alla grande. Stavo per esplodere ormai cosi’, le dissi “Guardami, succhia e godi del privilegio di bere la crema del tuo padrone”. Le tenevo la testa contro la mia pancia e mentre ancora mi massaggiava i coglioni, le spingevo l’uccello sempre piu’ in fondo e ad un certo punto le inondai l’ugola di una quantita’ di sborra come probabilmente non avevo mai fatto. Le dissi “Non deglutire fino a quando non te lo dico io”.

La tenni stretta al mio uccello fino a quando non inizio’ ad ammosciarsi, poi la tirai per i capelli cosicche’ si staccasse da me e le dissi “Da questo momento, sono io che comando. Tu farai quello che voglio io, come e quando lo decido io”. Lei mi guardava ancora inebetita da questa esperienza e dopo qualche secondo, abbasso gli occhi, diede un bacio al mio uccello e quando io le feci cenno, degluti’ tutto.

Mi allacciai i pantaloni, risalii in macchina e ci avviammo a casa sua. Quando la lasciai davanti alla porta, le diedi un bacio con mezzo metro di lingua mentre le strizzavo le tette e le dissi “Ci vediamo domani. Vengo qui a casa tua alle 6”.

Mentre si girava per aprire la porta, le diedi una bella pacca sul culo, lo strizzai dicendole “Tranquilla! Presto anche questo sara’ mio”. Vidi che mentre me ne andavo mi stava guardando, con un misto di paura e di desiderio.

L’indomani sarebbe cominciata la sua discesa agli inferi.

 


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