La leva

La leva

Le esperienze degli ultimi mesi fecero affiorare, ricordi passati, eventi che avevo provato a cancellare e di cui mi vergognavo. Feci il militare all’inizio degli anni 90. Avevo da poco compiuto 19 anni è conseguito il diploma. Mi arrivò la famosa lettera di convocazione a a fine estate. Partii in treno una giornata afosa di agosto. Il treno era pieno, avevo uno zaino ed un borsone, ero turbato, schivo per natura non mi piaceva per nulla la prospettiva della naja. A Firenze conobbi un ragazzo con i miei stessi timori ma con la consapevolezza che non aveva lasciato nulla. Si chiamava Franco, stringemmo amicizia e la tensione poco a poco scomparve. Arrivammo davanti la caserma trafelati, faceva caldissimo. Ci fecero schierare su uno spiazzale, ci identificarono e diedero l’occorrente per la notte. Le nostre camerate erano da dodici, sei letti a castello, c’era un forte odore di sudore, ma eravamo tutti talmente stanchi che crollammo nelle brande. Nei giorni seguenti ci impartirono il protocollo militare, le esercitazioni, le marce, gli orari inconsueti della mensa, le consegne per le attività da svolgere. A me toccò lo spaccio, un posto ambito a detta di molti, imboscato al chiuso, evitando le bizze delle stagioni. Questa scelta fece ricadere su di me l’onta del raccomandato, una poca invidiabile nomea che mi costò molto cara, anche se non avevo fatto nulla per meritarla. Il mio diretto superiore era un vecchio maresciallo, di anni ne avrà avuti 45 ma ne dimostrava molti di più. Pancia e baffi i suoi tratti tipici oltre ad essere un gran burbero. In camerata sentivo la tensione e provai con i miei pochi mezzi ad ingraziarmi i pari corso. Portavo di nascosto alcune cibarie, questo mi permise nei primi mesi di evitare gli scherzi balordi che erano soliti fare. Una sera dopo una giornata a scaricare pacchi nel magazzino tornai in camerata con due panini e del salame a fette. Chiesi al mio vicino di branda di prepararli mentre facevo la doccia, così avremmo condiviso la cena. Mi assentai mezz’ora e rientrai in camerata. Mi sedetti ai bordi del letto con lui è diedi un morso al panino, aveva un gusto strano ma era tanta la fame che lo divorai. Verso la fine scoprii dai loro ghigni che avevano sborrato dentro il panino. Mi arrabbiai moltissimo ma feci il loro gioco. Iniziarono a burlarsi di me, con scherzi imbecilli. Mi riempirono lo slip con schiuma da barba o mi sborravano nel cuscino. Mettevano fazzoletti impregnati di urina negli scarponi. Mi sentivo molto a disagio. E mi confidai con il maresciallo il quale mi disse che dovevo reagire, pan per focaccia. Ma non era nella mia indole. Una sera, dopo il silenzio si avvicinarono in due vicino la branda, la camerata era semi vuota per le diverse licenze. Uno si sdraiò accanto a me, capii le intenzioni, venni bloccato subito sentivo il suo pene premere sul mio culo. L’altro in piedi me lo mise in bocca. Mi intimarono il silenzio, obbedii. Non erano particolarmente dotati mi vennero sulle chiappe dopo vari colpi, si alternarono sporcandomi ovunque. Terminò in fretta andai a lavarmi e rifeci la branda con le lenzuola del vicino assente. Non presi sonno. Sapevo di questo rischio. E sapevo che ogni mia azione avrebbe comportato una reazione più eccessiva. Nei giorni seguenti terminarono gli scherzi ma era un silenzio strano. Una venerdì sera la camerata era vuota, stavo in allerta. Si avvicinò uno dei due ragazzi che erano venuti nelle sere scorse, mi misi in difensiva, provai ad alzarmi ma mi bloccò. Arrivarono altri tre. Speravo di cavarmela con un pompino e fui premuroso a farli. Avevo timore di essere picchiato mi misi di impegno per farli venire ma puntavano al culo. Il mio dissenso fu vano. Si alternarono con violenza, avevano fretta di terminare . A breve poteva passare il contrappello. Ne presi 3 su 4, uno era talmente eccitato che mi venne in bocca. Ero uno straccio. Mi intimarono il silenzio con un pugno. Feci il contrappello con le lacrime che mi rigarono il viso. Il giorno dopo per la rabbia mi sfogai col maresciallo, mi disse di stare zitto che se ne sarebbe occupato lui. Venni spostato di camerata, ma era un tiepido palliativo. Mi isolarono tutti. Una domenica venne uno dei 4 a chiedermi scusa ci mettemmo a parlare e sembrava essere sincero. Nessuno voleva uscire con me, lui era l’unico. Così un giorno allo spaccio venne a trovarmi in magazzino, non voleva farsi vedere in pubblico con me. Mi chiese un pompino. Iniziò la catena dei miei errori, anteponevo la serenità ad obblighi sessuali. Il maresciallo se ne accorse e a fine turno in modo chiaro mi fece capire che li non voleva “froci”. Mi scusai ma sembrava irremovibile, davo tutto per perso, quando mi tirò con un braccio e mi disse che se proprio volevo ciucciare qualcosa potevo rivolgermi a lui. Gli feci un pompino magistrale. Era l’unica merce di scambio. I sei mesi successivi volarono. Non rimasi in contatto con nessuno, nonostante mi avessero scritto in diversi. Volevo chiudere un capitolo del mio passato troppo ingombrante, un fardello inutile. A settembre mi iscrissi in Economia a Milano, e provai a voltare pagina.

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