Nel retrobottega del fruttivendolo

Nel retrobottega del fruttivendolo

Una signora viene portata nel retrobottega di un fruttivendolo e lì viene sottoposta a ogni genere di tortura sessuale. Alla fine lei cederà e non riuscirà a trattenere l’orgasmo più violento della sua vita.

Per tutta la vita aveva solo fatto la signora. Suo marito era un imprenditore di successo e lei era sempre stata a casa a pensare solo ad andare in palestra, dal parrucchiere, dall’estetista. A mandare avanti casa ci pensava la domestica. Poi la crisi aveva colpito anche suo marito e la domestica era stata licenziata. Così ora le toccava sfacchinare per casa e fare la spesa. Quest’ultima cosa soprattutto lei odiava, il dover avere a che fare con negozianti rozzi, brutti e ignoranti. Lei, una signora di così alto lignaggio. Però il fruttivendolo sotto casa tutto sommato non era così brutto. Anzi era un bell’uomo muscoloso e con un modo di fare di chi è abituato ad avere molte donne. Ma lei lo aveva sempre trattato con il massimo distacco, quasi a voler rimarcare la differenza sociale che li separava. Quel giorno, con suo marito fuori città per lavoro, aveva passato gran parte del pomeriggio a non fare niente e solo quasi alla chiusura dei negozi si era ricordata che doveva comprare la frutta. Di malavoglia si vestì e scese per andare dal fruttivendolo. Questo stava praticamente con la saracinesca del negozio chiusa, ma lei riuscì ad infilarsi dentro all’ultimo momento. “Sto chiudendo, signora” disse lui. “Senta, non mi faccia perdere tempo e mi dia 2 chili di mele e 1 chilo di arance. Vorrà dire che oggi andrà a casa un po’ più tardi” disse lei con fare sprezzante e antipatico. La saracinesca era ormai chiusa e lui, facendo finta di compiacerla, le disse: “signora mi accompagni un attimo nel retrobottega, così le posso dare della frutta più bella di quella che vede esposta qui ora”. Lei lo seguì senza porsi troppe domande, in fin dei conti entro pochissimi minuti sarebbe andata via. Ma, appena entrati nel retrobottega, l’atteggiamento del fruttivendolo cambiò istantaneamente. La spinse in fondo alla stanza e chiuse a chiave la porta dietro di lui. “Brutta stronza – le disse – ora ti faccio passare la voglia di trattare male la gente”. “Ma come si permette – replicò lei – apra subito questa porta e mi lasci andare via, altrimenti la denuncio alla Polizia”. “Questo è quello che pensi ora, brutta troia, ma vedrai che ti farò cambiare idea”. La prese per un braccio, la spinse contro una scaffalatura che era fissata alla parete e in un attimo le legò con dello scotch le braccia ai montanti degli scaffali. “Ma è matto, mi lasci andare, la farò pentire di tutto ciò” disse lei quasi urlando. “Si brava urla pure, tanto qui dentro non ti sente nessuno” e intanto con altri pezzi di nastro adesivo le legò anche le caviglie agli scaffali, facendo in modo di farla stare a gambe molto larghe. Lei in un attimo si trovò in preda al terrore, immobilizzata nel retrobottega del negozio e in mano ad un uomo le cui intenzioni non promettevano nulla di buono. Lui, una volta finito di immobilizzarla con lo scotch, la cominciò a carezzare sopra i vestiti. “Mi lasci stare, maiale, cosa vuole fare”. “Cosa voglio farti lo scoprirai presto, e ora leviamo tutta questa stoffa inutile”. Con delle forbici iniziò a tagliarle i vestiti e in brevissimo tempo lei rimase in reggipetto e mutande. “Stia fermo, ma è matto? Come si permette” Quasi non riuscì a finire la frase che un forte schiaffo le tolse il fiato. “Zitta puttana, ora sei qui e ti faccio pagare tutta la tua arroganza e il tuo modo di trattare la gente come fossero tuoi sottoposti. Ora io sono il padrone e tu sei la mia serva e stai tranquilla che ti farò fare quello che dico io”. Ancora scossa dallo schiaffo e dalle parole appena sentite, lei non ebbe la forza e il coraggio di replicare nulla. Lui riprese a carezzarla, in modo pesante, spingendo con forza le sue mani contro la pelle, impastandole i seni e stringendo forte il suo pube. “Porco, maiale, lasciami stare”. Un altro schiaffo le tolse di nuovo il fiato. “Tu mi dai del lei, brutta troia, altrimenti ti faccio la faccia gonfia di schiaffi, hai capito?”. Terrorizzata e scossa lei farfugliò un “Si, la prego, ma non mi faccia male”. “Certo che ti farò male, cara la mia troia, ma vedrai che ti piacerà”. E riprese a toccarla tra le gambe e sulle tette. Poi scostò il reggiseno e tirò fuori i suoi capezzoli. Li pizzicò, li cominciò a tirare e storcere, fino a farla urlare di nuovo. “Mi sta facendo male, la smetta… per favore”. Quel “per favore” le uscì quasi senza volerlo. Lei una signora di alta classe che pregava un volgare fruttivendolo quasi con sudditanza. Si stupì di questo suo atteggiamento remissivo, ma la paura e il contesto ai limiti della follia non le consentivano di poter ragionare con lucidità per mettere a punto una strategia di uscita da quella situazione. Intanto il lavorio ai capezzoli non cessava e la signora iniziò a mugolare e a gemere per il dolore, ma senza più dire nulla o protestare. Improvvisamente le arrivò uno schiaffo direttamente sul pube, con le dita della mano che andarono a colpire proprio sulla fica e sul clitoride. Spalancò la bocca per gridare, ma lo stupore di quel gesto inaspettato non le fece uscire alcun fiato. Lui con la mano le prese le mutande e le strinse tra le dita, poi gliele tirò verso l’alto, facendole infilare nel solco della fica con violenza. La signora cercò di tirarsi sulla punta dei piedi per lenire il dolore, ma la fitta partì uguale dal basso ventre direttamente al cervello. Non era neanche finita questa azione improvvisa, che un altro schiaffo sulla fica la colpì in pieno sulle sue parti più sensibili. Questa volta dalla bocca della signora uscirono una serie di grugniti e di mugolii. La situazione stava precipitando e lei immaginava che entro breve sarebbe stata violentata. Quello che la lasciava sconcertata era questo dilazionare nel tempo la violenza sessuale da parte del fruttivendolo e il concentrarsi su una vera e propria tortura su capezzoli e fica. Le mani del fruttivendolo si impossessarono di nuovo delle labbra della fica della signora, labbra tenute aperte e sporgenti dalle mutande che si erano infilate dentro. Cominciò a tiragliele, a pizzicarle, a chiuderle e aprirle, a spostarle in su e in giù. Quest’ultima manovra soprattutto aveva come reazione il fatto che il clitoride strusciasse contro le cuciture degli elastici delle mutande, irritandosi e diventando molto sensibile. Incredibilmente in tutta questa situazione la signora cominciò a percepire non solo terrore e dolore, ma che una certa eccitazione sessuale. Il suo corpo reagiva agli stimoli in un modo a lei sconosciuto e sorprendente. In breve, dopo che il trattamento alla sua fica si era ormai protratto per qualche minuto, cominciò a rendersi conto che si stava eccitando e bagnando e che le attenzioni rudi del fruttivendolo stavano sconvolgendo il suo corpo e le sue certezze. Quando si rese conto di questa cosa e la elaborò nella sua testa, si vergognò come mai prima nella sua vita e arrossì violentemente. “Allora brutta troia adesso non strilli più? Ti sei azzittita? Non è che magari ti sta piacendo?” le disse il fruttivendolo. Lei cercò di mantenere la parte della signora altera e rispose: “Mi fai schifo, sei un maiale…”. Un altro schiaffo le tolse di nuovo le parole di bocca. Le venne dato con la mano libera, mentre quella che si occupava della sua fica non smetteva di lavorare. Anzi, immediatamente dopo lo schiaffo, le dita del fruttivendolo le si strinsero sul clitoride. Questa volta non ci fu alcun dubbio, la morsa sul clitoride la stava mandando fuori di testa, sicuramente per il dolore, ma anche per una profonda sensazione di eccitazione e di piacere che le partì da dentro le viscere, dal profondo del suo ventre, e che le si irradiò per tutta la fica e lungo la spina dorsale. Questa volta non riuscì a rimanere in silenzio e un profondo mugolio le usci dalle labbra, un mugolio che era soprattutto di piacere e che aveva il sapore della sconfitta. Ma come, lei donna irreprensibile che ora stava godendo tra le mani di questo energumeno che la maltrattava. I pensieri si affollavano nella mente della signora e non trovavano risposte, ma il suo corpo viaggiava ormai scollegato dal cervello e lui si che reagiva allo stimolo in modo sempre più evidente. “Ma guarda questa troia, hai la fica tutta bagnata vero? Ti stai eccitando non è così? Tuo marito di ha sempre trattato in guanti bianchi immagino, senza sapere che le stronze come te vanno dominare e sottomesse con la forza, perché tanto è quello che vogliono anche senza saperlo”. Lei a queste parole ebbe un nuovo fortissimo moto di vergogna e le sue guance arrossirono anche più di prima. Ma anche questo moto di vergogna non faceva altro che accrescere il senso di libidine e di proibito che la stava facendo eccitare sempre di più. Il fruttivendolo si inginocchiò davanti a le, con la mano le divaricò al massimo le labbra della fica, spostò le mutande e la cominciò a leccare. La signora in breve venne presa da una crescente eccitazione e iniziò a mugolare, a smaniare e a sospirare. Pur cercando con tutte le sue forze di resistere al piacere che montava dentro di lei, non riusciva a tenere nascosto quello che provava. Il suo bacino si protendeva sempre più in avanti e le sue gambe si aprivano al massimo di quello che la legatura permettesse. Era lì a cosce larghe, legata e praticamente violentata, che stava per godere come la troia che il fruttivendolo le aveva detto di essere. Stava ormai per raggiungere l’orgasmo, quando il fruttivendolo smise di leccarla e si staccò da lei. Un gridolino di stizza le sfuggì dalle labbra. Proprio ora che stava per godere quello stronzo non poteva smettere! “Credi che ti lascerò godere facilmente? Allora non hai capito un cazzo troia. Qui sono io che comando e prima di godere troppe ne dovrai passare”. Si allontanò un attimo e andò a frugare in un cassetto. Al ritorno aveva tra le mani un grosso cacciavite e di nuovo le forbici. Lei si spaventò moltissimo, ma non immaginava a cosa sarebbero serviti quegli attrezzi. Con le forbici in un attimo le tagliò via le mutande, per poi inginocchiarsi di nuovo di fronte a lei. Questa volta con le dita le allargò al massimo lo spazio tra le cosce. Dentro di sé lei pensava “ora mi riprende a leccare” e invece lui le posizionò il manico del cacciavite tra le labbra della fica e iniziò a fargli fare avanti e indietro lungo tutto il solco, arrivando a passare sopra al clitoride, ad un’estremità, e fino al buco del culo, dall’altra. Ad ogni passaggio del manico del cacciavite sul clitoride la signora non riusciva a non emettere un profondo mugolio di piacere. Il suo clitoride era gonfio e duro, dolorante ma eccitatissimo per i trattamenti a cui era stato sottoposto e le sensazione che le trasmetteva erano fortissime come mai aveva provato prima. Quando lei di nuovo stava sbrodolando per l’eccitazione, lui le piantò con un gesto rapidissimo il manico del cacciavite dentro al culo. I muscoli dello sfintere per l’eccitazione erano tutti rilassati e i succhi vaginali avevano lubrificato a dovere tutta la zona. In una frazione di secondo lei si trovò 10 centimetri di quel grosso e largo manico infilati in un posto che nessuno fino ad oggi si era mai permesso neanche lontanamente di violare. Questa volta un grido acuto e stridulo le uscì dalla bocca, ma in realtà più per la sorpresa che per il dolore. Il fruttivendolo sghignazzava divertito quando iniziò a muovere il manico del cacciavite, in un lento e inesorabile su e giù. Lei riusciva a sentire benissimo i ringrossi dell’impugnatura anatomica che strusciavano sul suo ano, allargandolo e stimolandolo ad ogni minimo movimento. Incredibilmente, non solo non aveva sentito dolore, ma la cosa le stava anche cominciando a piacere. Il suo corpo ancora una volta reagiva in modo opposto a come la mente le suggeriva e i brividi che sentiva lungo la spina dorsale durante i dentro e fuori di quell’oggetto la stavano di nuovo mandano nel panico mentale. Come prima, si sentì laida e puttana a godere in quella situazione di violenza e degrado, oltretutto a causa di una parte del suo corpo che lei non aveva mai considerato come accettabile nell’ambito di giochi sessuali. In breve non riuscì a tenere nascosti mugolii e lamenti, a riprova di un piacere che le montava sempre di più dentro. Come prima, appena il fruttivendolo si accorse che lei stava cominciando a godere, immediatamente si fermò, ma non le tolse il cacciavite da dentro. Si levò la cintura dei pantaloni e le disse: “Cara la mia puttana, pensi che stia qui per farti divertire? E invece a divertirmi voglio essere io e il mio divertimento è quello di sentirti urlare”. Così iniziò a colpirla con la cintura sulle tette, facendo bene attenzione a che la parte terminale della cinta finisse sempre a mordere uno dei capezzoli. Il dolore in breve prese il sopravvento su tutto e lei iniziò ad emettere grida di dolore al ogni colpo. “Ma è matto… mi fa male… la smetta… la prego”. Di nuovo veniva fuori un atteggiamento assolutamente remissivo, che tutta la situazione le aveva insegnato a tenere. La signora altera e sicura di sé stava lasciando il posto ad una donna con i sensi in subbuglio, soggiogata da quello che il fruttivendolo le stava facendo e dalle sensazioni che il suo corpo provava. Inoltre ad ogni colpo corrispondeva un sussulto del suo corpo e questo significava che il cacciavite piantato dentro di lei si muoveva e trasmetteva la sua presenza in modo inequivocabile. Così da una parte sentiva i colpi sui capezzoli e dall’altra il suo ano sembrava impazzire per lo stimolo del manico. Piacere e dolore si stavano mescolando e sovrapponendo, trascinandola in un vortice di sensazioni sempre più forti. Quando i colpi finirono, lei si trovò ad avere due capezzoli estremamente arrossati, ma anche gonfi e duri. In fin dei conti ancora una volta il suo corpo aveva reagito in maniera inaspettata e al dolore piano piano si era affiancato anche un perverso piacere: quello di sentirsi in balia di un uomo violento che usava il suo corpo a suo piacimento e che era in grado di fare provare sensazioni fortissime. Lasciata la cintura, le mani del fruttivendolo si impossessarono dei suoi capezzoli, di nuovo pizzicandoli, torcendoli e tirandoli come mammelle di una mucca da mungere. Ancora una volta si trovò ad inarcare il corpo per cercare di accompagnare i movimenti delle mani dell’uomo per alleviare il trattamento subito e contemporaneamente sentì l’eccitazione montarle dentro. I capezzoli erano in fiamme e sensibilissimi e il suo ano continuava ad avere quella presenza ben piantata dentro di lei. E il tutto la stava di nuovo portando verso il piacere, verso l’orgasmo. Quando i sospiri e i mugolii si stavano facendo più forti, improvvisamente l’uomo smise di toccarle le tette e tirò fuori il cacciavite dal suo ano. Questa volta la reazione della signora fu quella di una belva a cui stavano levando la preda appena conquistata: “Ma cosa fa… la prego mi faccia godere… non ce la faccio più…” la frase che le era uscita dalle labbra non veniva da un ragionamento, ma dalle sensazioni fisiche che ormai le tenevano impegnata la mente e le impedivano di pensare. Era il suo corpo a parlare. Il fruttivendolo esplose in una grassa risata: “Ma guarda come sta cedendo rapidamente questa troia. Credevo che fosse più difficile portarti a questo punto e invece vedo che in breve tempo stai scoprendo un mondo nuovo che neanche immaginavi esistesse. Brava, sei molto più troia di quanto io stesso arrivassi a sperare”. La signora neanche si vergognava più. La sua testa era tutta concentrata sulle sensazioni fisiche e l’unico imperativo ora era quello di raggiungere la soddisfazione sessuale. “La prego, mi faccia godere… farò tutto quello che lei vorrà” supplicò lei. “Aspetta, tutto a suo tempo” replicò lui con fare sornione, con già in mente la prossima tortura a cui sottoporre la signora. Riprese la cinghia e questa volta iniziò a colpire al centro della sua fica, dal basso verso l’alto. La signora urlava ad ogni colpo, mugugnava, sbuffava, gemeva e si dibatteva per quanto la posizione le permettesse. Ma la cintura colpiva inesorabilmente ogni volta il bersaglio. Il clitoride mandava sensazioni indescrivibili, fitte di dolore al cervello, ma anche grande senso di piacere nel basso ventre. Più passava il tempo e più il dolore incredibilmente sembrava sopportabile, mentre montava irrefrenabile il piacere. Ormai la sua fica era un lago di umori, che le colavano lungo le cosce e i sospiri e i mugolii che emetteva erano sempre più inequivocabilmente di piacere. “La prego, mi faccia godere… si continui a frustarmi e mi faccia godere” disse la signora ormai completamente soggiogata da quello che stava diventando un gioco erotico più che una tortura. “Allora vuoi godere troia? Dimmi che sei la mia schiava e che verrai qui da e ogni volta che o vorrò”. “Si, la supplico, mi faccia diventare la sua schiava, mi frusti la fica e le tette ogni volta. Lei mi sta facendo impazzire, non avevo mai provato sensazioni come queste” e tutto questo lo diceva con la voce rotta e inferma visto che l’uomo non aveva smesso un attimo di colpirla. “Ancora, ancora… continui a colpirmi… sto per venire” supplicò ancora la signora, ormai sull’orlo di un fortissimo orgasmo. E invece l’uomo si fermò, si inginocchiò davanti a lei e disse: “vuoi godere? Bene, su una cagna come te io ci sputo” e cominciò a indirizzare numerosi sputi sul clitoride della signora, come gesto di ulteriore sottomissione. Bastarono quelle nuove stimolazioni a portare finalmente la signora all’orgasmo. Venne urlando tutto il suo piacere e quasi spruzzando umori dalla fica. Appena il culmine dell’orgasmo sembrava scemare, lui le prese il clitoride tra le dita e lo strinse, alternando una presa forte, a veri e propri massaggi voluttuosi. Incredibilmente l’orgasmo della signora ebbe come una nuova impennata, che la portò di nuovo a un culmine di piacere perfino superiore a quello passato. Il suo corpo sobbalzava e ondeggiava e i suo fianchi non riuscivano a rimanere fermi, la sua bocca era aperta per emettere un lamento continuato e dentro provava sensazioni mai lontanamente raggiunte prima. Il fruttivendolo si staccò da lei e ridendo la schernì: “allora cara la mia puttana, hai visto che ti è convenuto venire a fare la spesa a quest’ora? Vedrai che da oggi ti presenterai molto più spesso all’ora di chiusura”. “Si… si… lei è il mio padrone e io verrò ogni volta che lei vorrà. Però, la prego, ogni volta mi tratti così, come la sua cagna e mi faccia godere come ha fatto oggi”. Questa frase ancora una volta le uscì di bocca d’impeto, senza riuscire a ragionarci sopra. Ma d’altronde ormai le sensazioni fisiche avevano preso il sopravvento sul raziocinio puro e la signora stava accettando il fatto che l’essere sottoposta a simili trattamenti per lei era stato incredibilmente meraviglioso ed eccitante. E l’orgasmo più forte e più lungo mai provato in vita sua era lì a testimoniarlo. “Ora cara signora credo che ti scoperò un po’, che ne dici? In fin dei conti anche io ho voglia di divertirmi”. E il gioco continuò ancora a lungo.

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